Ridicoli e assassini 

A proposito della violenza che esplode insensata e dei suoi pupazzi

C’è una sorta di aura cosmetica che avvolge queste figure d’assassini della domenica e che se non altro ha una valenza segnaletica: ci indica un clima, ci dà una misura. A scorrere le immagini dei quattro devianti del pestaggio di Artena di qualche settimana fa, pestaggio che è costato la vita a uno studente lavoratore, ciò che viene in rilievo è la totale aridità simbolica di questi personaggi, la loro assoluta non originalità anche come piccoli criminali. Figure mimetiche, replicanti senza carattere, anime morte. Sono costoro il prodotto del cliché della peggiore spettacolarizzazione seriale e telematica della devianza – basti pensare a serie tv come Suburra – nella pretesa di rendere romanzesco ed epico ciò che nella realtà è solo squallido travettismo delinquenziale.

dentato_50pxOsservando i corpi di costoro dalle fotografie dei giornali, nella loro velleità ostensiva, nelle loro pose eroicomiche da pupazzi, è frontalmente evidente come nulla dei loro gesti sappia ciò che è epico.  Nella loro paradossale androginia, nell’eccesso ipertrofico di un io votato ad un vuoto culto della potenza, non possono dirci altro, nel loro essere ad un grado zero di ogni possibile interpretazione strumentale, che tutto questo ha nulla a che spartire con la disciplina e l’atto marziale. Un gesto marziale è ancor prima un atto di dominio del proprio pensiero piuttosto che imposizione dello stesso sul mondo, è gesto ed epos congiunto nella forma cristallina di una azione che è simbolo.

dentato_50pxSe uno osserva ancor più attentamente, con una attenzione non supina, la storia della delinquenza come testimonianza della vita umana, se la si esplora come una forma organica, non ci sorprenda che essa può essere una storia di avventura, di invenzione, persino di segrete corrispondenze e linguaggi criptati. Basti pensare alla lingua poetica di François Villon, a certe sue parole oscure, scavate nel gergo stradale del suo tempo e divenute parole di canto. O le storie della pitoccheria, dei furfanti e degli assassini, che Francisco di Quevedo col suo Il pitocco e l’anonimo autore del Lazzarillo de Tormes ci indicavano nella storia dei secoli passati. Umanità abietta, ma tesa all’invenzione, tra sacralità (basti pensare al sottofondo simbolico della parabola di Lazzaro) e sordidezza, tra remissione dei peccati e vizio come indagine del paradosso che è la vita nel suo sfrangiarsi e rifrangersi. Non per semplice gioco delle parole, nessuna incursione della letteratura come mezzo di anomia, ma per la pura capacità che ha la storia umana di generare la sua stessa eccezione.

dentato_50pxIl pitocco, l’assassino, il furfante, anche in certa cinematografia non ancora spettacolarizzata, o in certe testimonianze preziose ( come lo Speculum di Teseo Pini) è la veste che il tempo ha dato al briccone divino delle antiche saghe. La furfanteria, la furberia, la negazione e persino la brutalità si vestono nel mondo di sotterfugi e fantasia, di un micromondo che ha il suo sistema di nessi e congiunture. Senza voler cedere a facili romanticismi, all’estetizzazione scabrosa. Il furfante è un ponte paradossale, tra divino e ferino, chiamato uomo. Nulla di tutto questo, nei gesti e nelle parole di quattro ridicoli attori di violenza, privi di ogni estro, pura assenza dell’io.

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