Un anniversario particolare

La Cina avanza e il papa avalla

Oggi è il 42esimo anniversario dell’insediamento di Papa Giovanni Poalo II, avvenuto il 22 ottobre 1978, e oggi viene prorogato l’accordo del 2018 tra la Repubblica Popolare Cinese e il Vaticano di Francesco. Ricorrenza violata vien da dire, visto che oggi la Chiesa ricorda un papa che fu un emblema della lotta al comunismo. L’intervento di Mike Pompeo su First Things del 18 settembre scorso non è servito a niente. Pompeo sottolineava la violenza dell’autocrazia di Xi Jin Ping, evidenziava le scelleratezze che il regime cinese commette verso i cristiani e non solo. L’invito era quello di respingere questo accordo mutando la posizione vaticana in un sostegno forte ai cattolici cinesi, che si fondasse su un’idea di Chiesa non sottomessa al regime, dato che l’accordo del 2018 non sta funzionando davvero.

dentato_50pxPreservare la vita religiosa dei cattolici cinesi dovrebbe essere il compito di un papa, specialmente se i vescovi cinesi legittimati dal Vaticano sono più comunisti che cristiani. La vicenda di Hong Kong tradita dopo il passaggio del 1997 dovrebbe insegnare il valore della parola della repubblica popolare quando garantisce agli altri dei diritti in prospettiva, ma forse non è in questa garanzia il principale interesse del Vaticano.

dentato_50pxNel 2016 proprio il vescovo in pensione di Hong Kong Joseph Zen diceva che l’accordo, al tempo ancora in gestazione, “tradirebbe Cristo”, l’accordo era da lui descritto come una “resa” al regime comunista. Quale peggiore evoluzione se non il rifiuto del papa di ricevere Pompeo a inizio ottobre, accompagnato dal respingimento dello stesso Joseph Zen? La scusa di Francesco, la sua finta posizione imparziale sulle elezioni americane, non regge. Non regge perché la Chiesa così dimentica i suoi fedeli e li mette in secondo piano rispetto ad un evento elettorale in cui in realtà il Papa è schierato da tempo, muovendo eccome le pedine del voto tra i 50 milioni di cattolici americani. Nel caso di Zen, ancora, non regge, perché la Chiesa accetta così la sottomissione alle regole cinesi, tradendo la sua storia, rifiutando il consiglio di chi l’oppressione del regime la conosce. I cattolici cinesi non sapranno più come sopravvivere e difendersi in un contesto dove Roma li confonde.

dentato_50pxBenedict Rogers, giornalista e attivista per i diritti umani ma soprattutto cattolico che solitamente sostiene Papa Francesco, ha criticato fortemente l’accordo il 17 settembre scorso su Foreign Policy: “…quel regime sta intensificando la repressione della religione – compresi i cattolici – in Cina, Papa Francesco rinnova un accordo con Pechino che non ha ancora prodotto alcun beneficio tranne che per il presidente Xi Jinping e solo disunità e sofferenza per la Chiesa cattolica […] La Cina sta già rompendo l’accordo. Solo la scorsa settimana nella provincia di Jiangxi, sacerdoti cattolici dissenzienti sono stati posti agli arresti domiciliari […] Ai sacerdoti della diocesi di Yujiang, sotto sorveglianza, è stato vietato di “impegnarsi in qualsiasi attività religiosa in qualità di clero” dopo aver rifiutato di unirsi alla cosiddetta “chiesa patriottica” del regime […] Questo era prevedibile dall’inizio. Tutto nell’affare era sbagliato. In primo luogo, il tempismo: nel mezzo della peggiore repressione della religione dalla Rivoluzion Culturale…”. Un mese dopo, il 19 ottobre, e sempre su Foreign Policy, B. Rogers con un articolo ancora più critico apre così: “Non c’è niente nella nuova enciclica di Papa Francesco – Fratelli Tutti – con cui non sono d’accordo, tranne la sua ipocrisia. […] per quanto questi principi siano stati fondamentali per il papato di Francesco, perché non sono mai stati applicati in modo coerente alle relazioni del Vaticano con la Cina?

dentato_50pxQuesto è solo un accenno agli elementi che potrebbero mettere seriamente in difficoltà chi ha visto l’intervento di Pompeo su First Things solo come inopportuno e ingerente, compreso il suo tentativo di incontro col Papa. Come può un Papa mostrarsi sottomesso ad una Cina che considera la pratica religiosa elemento da sinicizzare? Era questo del resto l’esplicito intento della dichiarazione di Xi Jing Ping al congresso nazionale del partito comunista cinese nel 2017: “le religioni in Cina devono essere orientate alla Cina e forniremo una guida attiva alle religioni in modo che possano adattarsi alla società socialista”. Si ricordino a proposito anche le dimissioni di Guo Xijin, uno dei vescovi non allineati al regime in Cina, che confermano ulteriormente la deriva accettata dal Vaticano. Perché in Cina c’è sempre stata una Chiesa altra rispetto a quella approvata dal partito ed è proprio quella a subire il vero attacco da questo accordo.

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