Il Custode della forma

Per una consapevolezza del Giardino

Per paesaggisti, botanici, agronomi, e per ogni altro, il mistero del giardino sembra indiscernibile. Di tale difficoltà Gilles Clément, con la sua Breve storia del giardino, può darci una prima idea. Clément viaggia nel tempo, giunge a oriente, a Bali, dove scorge un giardino ricchissimo che però è la cornice di pochi elementi veramente essenziali: il fiore di loto e la tartaruga che “porta il mondo”, animale cosmoforo,  infine il serpente che “porta il soffio della vita”. Un giardino “che si lascia leggere nella sua verticalità”: spazialità, prospettive, dominio della ragione sul caos, nessuno di tali concetti, ci dice Clément,  può essere una vera chiave di lettura per quel mandala vivente, perché la chiave risiede in un equilibrio immateriale che si rivela nello sbocciare del fiore orientale per eccellenza; si può solo lasciar intuire.

dentato_50pxIn Europa c’è forse un mistero simile nell’hortus conclusus, che è tipicamente il giardino del monastero, racchiuso tra le sue mura, dove il posto del loto sembra spettare alla rosa o al giglio. Un mistero che resiste in parte anche nel giardino rinascimentale, in cui però sopraggiunge la rivelazione metaforica di una vocazione al trattato, in cui l’aspetto botanico diviene l’emblema dell’intero scibile. Il giardino è luogo di preghiera, patria di erboristi, fino a un certo grado riesce a unire l’utile e il bello. Diviene solo in seguito la scena di ricevimenti e banchetti, perché il giardino è sacro ma anche edonistico. La sensualità, la cultura del meraviglioso, la rivoluzione dei viaggi esotici del ‘600 e l’orto botanico sono solo alcuni degli elementi che portano l’antico recinto a disintegrarsi nell’estensione dello spazio aperto. Il giardino integra le passioni archeologiche degli albori, prima degli umanisti poi dei romantici, ma anche le architetture dei templi. L’umanità poi lo subordina all’esigenza dell’occhio. L’occhio lo vuole per guardarlo in certe belle panoramiche, nel percorso di una stradina disegnata da un paesaggista, prototipo di fotografo, con visuali che assomigliano a opere di Constable.

dentato_50pxPer Rudolf Borchardt, filologo notevole che, innamorato dell’Italia e di Dante, ebbe il tempo per la scrittura di un grande libro, Il giardiniere appassionato, il giardino sembra comprensibile solo come metamorfosi, dichiaratamente alla maniera di Goethe. In questo libro, oltre ad aspetti ritrovabili nelle comuni storie del giardino, c’è uno spiccato e inedito accento sul fiore e su quel delicato fugace equilibrio che lo separa dall’appassirsi. Borchardt innanzitutto intuisce una triade dell’anima, che a suo dire è composta dalla primavera, dal fiore e dall’amore.

dentato_50pxSe il giardino è un ordine, un dominio che nasce geometrico, il fiore è espressione di una metamorfosi. Il fiore normalmente si ribella all’armonia artificiale del giardino, perché quella lo subordina, spingendolo a darsi quando non vorrebbe, allora lo evita o ne abusa. Se l’eccessiva costrizione dell’aiuola riduce il fiore a combattere coi suoi simili è perché ogni tentativo in eccesso di ordine fallisce. Il giardino che richiede troppi accorgimenti minuti è un inganno, alla natura e all’uomo stesso. Per Borchardt è un giardino traballante che richiede troppo lavoro insensato: “un colpo e tutto crolla”. Il fiore invece naturalmente muta, può esser risultato di ibridazioni di cui è il ritrovato ultimo oppure si affianca e convive coi suoi simili, e lo fa attraverso il lavoro dell’uomo. Perciò è anche Storia oltre ad essere natura, storia di un habitat che si incastona come diamante nel giardino progettato, dove la pianta si manifesta in una forma e in un colore. Questa essenza umana lascia intendere che l’opposto di quadrature e geometrie, ossia l’armonia del naturale incontaminato, si rivela troppo parziale.

dentato_50pxAd ogni pianta una collocazione, ad ogni fisionomia un luogo; per Borchardt la coerenza di un giardino risulta dal rispetto di questa regola, ma senza legami con l’origine geografica della pianta. Piuttosto è il risultato dell’educazione al giardino tratta da una selezione accurata della flora, per cui il giardino europeo è un prodotto totale della flora di varie latitudini. E’ un grado di complessità che l’Europa raggiunge grazie all’unicità di “un’anima popolare libera e occidentale”, dove infine il giardino del dilettante spodesta l’orto del monaco.

dentato_50pxSecondo Borchardt il giardino sembra cercare una via per raggiungere il fiore che in qualche modo è già lì, dove l’altro solo sogna di essere. Sembra esserci un equilibrio tra il fiore e il giardino che risiede nella paziente cura. C’è una memoria comune del giardino, da cui ogni uomo che se ne interessi può partire per pensarlo. E’ fondamentale il lavoro di botanici, coltivatori, collezionisti e esploratori ma l’Anima sta altrove, in un legame intimo che connette uomo, fiore e senso del giardino: un ordine, una metrica del rapimento, poi un’educazione critica alla natura che bilanci ogni slancio entusiastico. Difficile da dire, ma tale equilibrio nel giardiniere sembra darsi come una istanza di custodia: una custodia della forma, lavoro che si regge tra sentimento della natura e direzione verso un senso Cosmico. “All’uomo, il giardino non è soltanto concesso, gli è anche imposto […] L’uomo è un’eterna tensione tra una natura perduta e un irraggiungibile Creatore divino; e il giardino si pone esattamente al centro di questa tensione, spostandosi verso la natura o verso il Creatore a seconda degli uomini e dei tempi.”

dentato_50pxPer i metodi di indagine naturale non c’è la speranza di ritrovare quel Creatore, così come il fiore sfugge loro all’infuori di una conoscenza classificatoria o genetica. Ma c’è una Scienza umanistica, morfologica, delle piante che per Borchardt ci può restituire una pienezza: “Questi metodi [morfologici] mettono continuamente in primo piano l’uomo (consapevolmente o no) come il mediatore e l’unico essere attraverso la cui presa di coscienza le cose possono assumere forma.”. “Il fiore è un processo formale stabilito e insieme determinante che indirizza verso l’immagine del paesaggio, trasporta la riflessione oltre la soglia dei diritti che le scienze naturali hanno su ciò che è mortale, verso il regno inestimabile dell’immortalità…”. Attraverso la visione di una fioritura si presagisce come sia impossibile e mortifera una natura senza Spirito e, con questo, emerge un compito dell’Uomo. Muta così in maggiore consapevolezza quell’idea primitiva che si dava entro un giardino mandala vivente, già in quel loto scorto da Gilles Clément.

dentato_50pxIl giardiniere, custode della forma, non è quindi solo un mestiere. Nel guardare, coltivare, percorrere e meditare il giardino, c’è sempre da tener presente questa semplice immagine della fioritura. Nell’avanzare del deserto, quando urge la piena ripresa di un senso del giardino, incombe la minaccia di facili ecologismi, ignari, che reclamano natura e solo natura. Nell’avanzata dell’aridità prevale la vanagloria di un giardino interno, oppure l’appagamento di un giardino artificiale che sollevi l’uomo dal condurlo. Il rischio è di far seccare per sempre il fiore.

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