Clausura senza Cielo

Senza slancio nella stanza che si fa barriera

“Benché tristezze e gioie provenienti dal di fuori possono penetrarmi un poco, tuttavia c’è nell’anima mia una cameretta nella quale non entrano né letizia, né tristezza, né diletto alcuno di virtù, né soddisfazione per nessuna cosa che abbia un nome”. Questo passo del Memoriale di Angela da Foligno getta una luce impensata. Occorre certo una vera padronanza d’anima per produrre una dimensione stagna, una muratura dell’anima che sia la protezione dall’assalto delle cose del mondo.

dentato_50pxCos’è, ora la dimensione claustrale? La dimensione claustrale è come una zona senza determinazione e umore, in cui forse è dato compiere la scelta della libertà. Il mondo in atto si evidenzia in spergiuri e balbetii, in terrori di recriminazione proprio su questo punto decisivo. La forma del confinamento è una delle prove più nude dell’anima umana: un semplice flagello sociale o una inedita dimensione d’ascolto? Imprescindibile è tanto colui che ha una volizione al chiuso per dispiegare il proprio spirito, quanto colui che simultaneamente non può prescindere dall’aperto come dimensione del mondo, per poi addensarsi nell’interno.

dentato_50pxIl cielo è l’ultimo scarto, come fosse facile abbandonarsi a non rimirarlo, pur essendo asse dello sguardo. Non la semplice dimensione del celeste che attornia, ma quell’anelito verticale viene schiacciato fino a darsi come fessura, spiraglio. Ma la dimensione dello spiraglio è altrettanto preziosa quanto quella dello sconfinamento. Già Heidegger nella lettera sull’Umanismo esortava allo spiraglio o meditava in pagine per noi capitali sulla allodola, come “l’animale che non vede l’aperto”. Gli animali girano nelle loro circolarità invisibili, senza luogo della scelta, non hanno il senso della zona, della soglia, del confine se non nella loro aderenza ambientale. Sono stagni in un senso per cui la loro forma selvatica e “antidomestica” è in realtà più claustrale nella sua ciclicità, di quella umana.

dentato_50pxNel caso umano, in una claustralità senza la scelta di un basamento, dove l’istanza del nomade e del senza nome giunge a farsi pietra miliare e luogo nominabile (le città, come le vie, l’identità dei luoghi), dove l’intenzione di nascondimento o di spoliazione che la fonderebbe è pertanto recisa, c’è una gravissima castrazione simbolica. Non per caso il filosofo Emanuele Coccia parla di questo inedito passaggio epocale come di “uno strano esperimento di monachesimo globale” in cui “siamo tutti anacoreti” e “tutto è diventato casa”. Aggiunge: “Il che non è necessariamente una buona notizia. Le nostre case non ci proteggono. Possono ucciderci. Si può morire per eccesso di casa.”

dentato_50pxLa casa muta in un’estraneità sempre latente. La memoria è una stratificazione plurima di incidenze che fanno talvolta sì che l’inaudito non sia che il ripetuto. Se il cielo si riduce ad una dimensione architettonica di volta senza luce i fantasmi, gli spettri, la rassegnazione latente avanzano e l’infiltrazione sul tessuto più radicale dell’anima collettiva funghiscono. Difficile serbare lo slancio, come funamboli senz’aria, che attendono nient’altro che una nuova sfida alla gravità.

dentato_50pxOccorre pensarsi in nuova compagnia d’anima che non dimentichi la forza del cielo, pensando all’anima come quella camera di cui parla Angela da Foligno. La terra privata di ogni vertice per carestia di scelta e per mediocrità di sguardo non giunga a stritolarci nelle pareti di una cella che non abbiamo scelto. Occorre trovare il punto di fuga, dalla cella che si è formata senza che ce ne accorgessimo.

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