Una effimera coincidenza

In ricordo di Franco Maria Ricci

È autunno pieno, il che, presentemente, s’accorda bene al tono fosco che circonfonde il panico inetto di uomini civili, troppo civili, la cui mascherata fa travedere di già la barbarie futura. Tuttavia, per quanto carcerati, chi più chi meno, in virtù delle sparate di decreti presidenziali del pistolero apulo, a certe consuetudini non è lecito derogare. Così l’annottare pomeridiano e l’umidore novembrino della campagna si debbono bilanciare col tepore di qualche chiacchiera vicino al caminetto, in compagnia dei vecchi di casa. C’è anche da stare a contemplare tutto il paesaggio di tronchetti corrosi che a fine giornata covano l’ultima brace e buttano ancora quel po’ di fumo, e intorno le dune bigie della cenere.

dentato_50pxMentre, giorni addietro, il nonno materno teneva d’occhio la padella delle caldarroste poggiata su qualche tizzone steso, mi diceva delle olive e della potatura, poi ce l’aveva coi cachi rachitici e le melagrane troppo aspre. Del coprifuoco, invece, almeno a lui gliene importava poco visto che alle ventidue postmeridiane di già russa da un pezzo sotto al piumone. Stavamo a discorrere di queste cose quando mi casca l’occhio sull’angolo lontano del camino, dove restava negletto un mezzo palmo di carta bruciacchiata, di sicuro superstite all’accensione e finito in disparte, non più degnato d’attenzione. Sulla faccia visibile portava uno stemma araldico ancora ben decifrabile, tant’è che pure nello scuro fuligginoso del camino m’è riuscito quasi immediatamente di rammentare il padrone dell’arma, cioè l’ormai corporalmente estinto Franco Maria Ricci, andato all’altro mondo da appena un paio mesi. Ed è questa precisa ricorrenza che ha suscitato la voglia di tirar fuori con la pinza l’esca di carta mangiucchiata, che di certo era finita lì col fascio di carte vecchie che proprio io avevo sbolognato a nonno per accenderci il fuoco la mattina. Voltando il pezzo di carta si leggeva ancora qualche parola del format da compilare per abbonarsi alla rivista FMR, che è stata (finché se n’è occupato Ricci) la rivista cartacea italiana più elegante mai stampata dal secondo dopoguerra, interamente dedicata all’arte.

dentato_50pxLo stemma, dunque, come relitto del vecchio dépliant promozionale, incagliato all’estremo lembo del banco cinerino: lo scudo sui generis conchiuso circolarmente da un’ornamentazione a svolazzi fitomorfi dal sapore rococò, pacati tuttavia da certo qual rigore neoclassico. All’interno, concentrica, la dicitura «Franco Maria Ricci editore» e in basso «Parma», la sua Parma, gran capitale del modesto Ducato dei Farnese; ma anche la città d’adozione dell’amatissimo Giambattista Bodoni, pure lui Gran Maestro stampatore. Chiunque maneggi con un minimo di cura una qualsiasi pubblicazione di Ricci può percepire l’eleganza particolare ispirata dal genius loci parmigiano, che rimonta almeno a mezzo millennio avanti, al Correggio e al Parmigianino. Eleganza di cui peraltro non è sprovvisto nemmeno il formaggio parmigiano, il quale, appunto, rifinisce garbatamente e per l’occhio e per il palato parecchi dei piatti nostrani.

dentato_50pxAl centro, infine, lo scudo araldico vero e proprio, inquartato a decusse: nel quarto inferiore c’è il tratteggio a linee parallele orizzontali, che convenzionalmente indica lo smalto azzurrino e che a prima vista può sembrare una specie di scala a pioli; nei due laterali campeggiano dei leoni rampanti. Il quarto superiore mai, in questi anni, m’era capitato di osservarlo sul serio. E dapprima ho faticato ad intendere il geroglifico, poi è bastata la vista del padellone delle caldarroste per capire che c’era proprio un rametto di castagno col suo bel paio di foglie e un riccio spinoso; è l’arma parlante dei Ricci, evidentemente.

dentato_50pxLa curiosa coincidenza della scoperta ha di certo una coloritura borgesiana, di quel Borges tanto amico di Ricci, e col quale l’editore condivideva una palese attrazione per l’effimero istante in cui il mistero sorride all’uomo: baluginare sorprendente che potrebbe essere nondimeno parte del fantastico teatro catottrico dell’Architetto di labirinti. Sarà forse stato il focolare domestico ad aver favorito la inopinata coincidenza: in ogni caso ho finito per mangiarmi qualche castagna col pensiero grato al buon Franco Maria Ricci.

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