Questa ventata di tepore solare

Su un nuovo epistolario di Biagio Marin

La compartecipazione all’esperienza di un poeta è una forma particolare di testimonianza, che dovrebbe impreziosire la lettura, la vita di chiunque abbia a cuore il vivere autentico. Una testimonianza che riguarda un tempo che potremmo dire ulteriore, nella durata della persona trovatasi ad essere chiamata ad una voce dell’oltre. La vera cronaca di un’anima, che si riverbera sul tempo donandogli un’aura insondata. Vari esempi si sono susseguiti a darci indicazione di come alcune lettere e memorie possano essere fondative: si pensi a quanto non si sarebbe saputo della poesia di Rilke e del suo mondo, senza che il giovane Kappus lo portasse a scrivere le lettere poi raccolte in Lettere a un giovane poeta; quanto la voce e il segreto di Walser sarebbero ancora lì a destare enigma senza le Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig. Pensando alla nostra letteratura, le lettere di Montale ad Irma Brandeis o le lettere di Umberto Saba a Sandro Penna ci rivelano un crocevia seminale della poesia italiana, il movimento da cui nascono amicizie che sono assiali.

dentato_50pxQuesto è un pensiero che accompagna la lettura di Lasciami il sogno, il carteggio tra il poeta Biagio Marin e la studiosa Anna de Simone, edito quest’anno dalla casa editrice Il ponte del sale. Ci si trova nella piena sostanza di un incontro fondamentale nella vita del poeta Biagio Marin, così come di questa sua amica e preziosissima studiosa negli anni. Questo capitolo tardivo, ma non per questo marginale o accessorio, va a impreziosire di un tassello di assoluto rilievo l’epistolografia di Marin. Una epistolografia in cui la grandezza morale e il pensiero vivente che sorge dall’occasione della lettera sono un tutt’uno, basti pensare alle lettere tra Marin e Prezzolini e a quanto sappiano dire ancora sulla decadenza italiana, sull’estraneità alla deriva incessante della banalità.

dentato_50pxLa cornice temporale di queste lettere è di un triennio, dal 1982 al 1985. Questa giovane insegnante di Milano, estremamente appassionata di poesia, fedele nell’impartire ai suoi studenti la voce di un poeta che le è molto a cuore, giunge a scrivere a Biagio Marin, tra le massime voci della poesia italiana del Novecento. Il poeta della laguna di Grado, accetta di buon cuore il dono delle sue parole. Gli anni lo hanno privato progressivamente della vista, le fatiche dell’età creano come una barriera fisiologica che per nulla inficia la voce di chi abita la sua poesia. La passione con cui questa giovane lettrice lo anima è dispiegante, totale, insperata, in grado di sconcertare lo stesso poeta.

dentato_50pxLa sola misura per approssimarsi ad un epistolario, fatto di parole autentiche di un uomo giunto al limite della sua vita seppure sempre fanciullo, così come di un’anima che gli è speculare e acuizza la forza della sua parola, è la commozione in ogni sua gradazione. Questo potrebbe essere un adeguato metro valutativo. La meraviglia di queste lettere sta nella loro assoluta foggia quotidiana, che sembra essere continuamente come una sorta di specola affacciatasi sull’oltre, su una lingua altra, nella voce della poesia. “Tu capisci che un incontro come il nostro, è un fatto miracoloso; e se uno lo vive con la religiosità che in simili esperienze è necessaria, vive in realtà un’ora divina. Ho detto e ripeto: qualunque cosa io oggi dica è un povero balbettio di un vecchio consapevole della grande grazia ricevuta.” O in un altro passo: “Questi miracoli avvengono al di là di noi e non possiamo disporre noi di essi; ci vengono chissà da dove: “Spiritus inflat ubi vult”. Si tratta sempre dell’istessa realtà dello spirito onnipotente infinito eterno che suscita continuamente infiniti esseri in infinite musiche.”

dentato_50pxNon mancano preziosissime riflessioni sul fare poetico e sull’essere affacciati nell’intimità del mondo, man mano che l’epistolario si sviluppa come un’amicizia “amorosa”. La bellezza della lettera come approssimazione ad un incontro si rivela nei suoi tics formali: dal ritrovarsi in un “tu”, al distacco rispettoso di un “lei” ad accompagnare le lettere. La De Simone ci mostra quanta delicatezza, dedizione ed attenzione si necessitino nel giungere ad ascoltare tutte le risonanze di un’anima. Lo stesso poeta sembra suggerirci dalle lettere la sua peculiare condizione: vivere per Marin è uno stare sul limitare, una “condizione ontica”, il mondo è un luogo in cui è necessario “trasecolare”, andare oltre la soglia del concreto stare. Studio e dedizione verso una vita che sembra fantasmatica: “Tu sai e certamente nei miei versi avrai trovato qualche cenno, che io mi considero “nessuno”. Ora mi sono domandato: “Come fare la biografia di uno che non esiste, che è “nessuno”. Ascoltami: io ho detto e scritto mille volte di essere vissuto come un sonnambulo; e di non essere stato mai del tutto presente nelle varie circostanze della mia vita. Risultato di questo modo di vivere è stata la mia poesia.” La sua lettrice risponde: “Una tela azzurra (“Me sono un mar seleste”): si tratta di ricamare su quella tela luminosa, con mano leggerissima (averla!) momenti, temi, situazioni, tempeste e avventure celesti, voli di gabbiani, nuvole tempestose. Un mondo, il suo e il nostro mondo, quello nel quale il lettore scopre o riscopre se stesso, e la realtà e la natura. E il divino.”

dentato_50pxDi Marin è incredibile una sensazione: come la presenza del numinoso sia una sorta di aderenza cosmica ad un fiato invisibile ma pervasivo, in varie risonanze termiche, nel calore della luce solare. Sono parole che non si leggono, ma si rendono nel tangibile dell’aria, come il fuoco: “Nella mia vita ho sempre sognato di diffondermi nella luce del mio cielo, di disfarmi nella grande luce del sole. Ma mi sono sempre reso conto che questo mio desiderio implicava la negazione della persona, la rinuncia all’umanità; la rinuncia quindi anche alla poesia. […] Quando tu ti esalti nella lettura dei versi che portano il mio nome, in realtà tu ti esalti nello spirito di Dio. Non sono io che posso fare di te una creatura in volo verso il sole, verso il cielo, verso una specie di paradiso. E tu fai bene a volare; ma non puoi e non devi attribuire a me la realtà di quel tuo volo.”

dentato_50pxLa forza con cui Marin espone la propria voce è decisiva, preziosa, tracima oltre la mera curiosità che un lettore della sua splendida poesia possa avere. Rende possibile uno sguardo senza riserve sul sublime, in cui la volgarità del tempo presente non intacca alcunché. Vi è una componente di nudità spirituale che rende queste carte dei “documenti d’anima” imprescindibili. Sorgono da una intensità che lo stesso poeta, obnubilato dal malanno del tempo, dalla senescenza, stenta a credere possibile, ma che si dispiega come per puro accadimento in lui. Tutto questo attraversa l’epistolario, di cui possiamo solo offrire accenni, per esortare ad un’assunzione integrale dell’avventura che è il leggerlo. Molto toccante è il punto in cui la morte si approssima, come i silenzi e le confessioni si addensino con estrema forza, come lascito e monito eterno. In questo Anna de Simone è una rara forma di testimone. Fa fede la preziosa appendice con lettere ad amici e conoscenti di Marin, così come un’ultima lettera del 2019, ricordo e stemma di quanto accadde, che in lei ancora riverbera. La potenza sapiente del verso di Marin echeggia dalle sponde dell’Ecclesiaste e dalla Bibbia, così ne traccia, come una confessione piena di delicatezza e riserbo la sua lettrice:

dentato_50px“La parola dell’Ecclesiaste… soffia sul deserto del pastore asiatico e sulle spiagge solitarie dell’isola mariniana, metafora luminosa e amara di tutta la nostra vita, di ogni nostro dolore. Quando i bei colori dell’estate sbiadiscono e muoiono, che cosa rimane? “Un mar deserto / sensa le vele e i fumaioli / co’ ’l sielo sensa nuòli, / solo pel sol averto…”. Un mare deserto. Ma Dio non è forse anche in quel mare, nel suo deserto, nei suoi silenzi? Non è forse l’ultimo riposo, quello vero? Assenza radicale, oscurità in cui sprofondare senza timori: “Me, me riposo in Dio / e per questo rinego duto, / nassita e luto, / la gran fiumana, el breve río. // La radicale assensa xe spàssio per la pase: / l’àneme del grande-ninte invase / ariva a la sapiensa…”.

dentato_50pxArduo aggiungere altro dopo quanto qui detto. Ci accompagnino queste parole di Marin, come un costeggiare la laguna della sua anima:

dentato_50px“Nella mia vita le lettere che ho ricevuto, sono state tante e alcune molto belle e in qualche modo anche decisive per la mia vita. Ma vedi allora ero ancora un uomo con tutte le sue forze di difesa e di riduzione della vita a un’armonia che non turbasse sostanzialmente l’anima mia. Ora sono tanto vecchio e perciò tanto debole di fronte a una semplice ventata di vita. Che cosa dire poi di una venuta a me di una creatura a tutta fiamma e capace quindi di resuscitare i morti e me tra essi? […] Tu dici che è la poesia che fa così a te e a me. E in realtà ci fonde e confonde. E a me viene il bisogno di dirti: creatura mia, da dove sei venuta e chi ti ha portata a me e che cosa potrò darti io in compenso della tua tanta grazia?”

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