Senza élite niente democrazia

“L’INGRANAGGIO DEL POTERE” DI LORENZO CASTELLANI SPIEGA PERCHÉ DOPO LA DEMAGOGIA ARRIVA LA TECNOCRAZIA

L’ultimo ventennio di vita politica italiana ha segnato il tramonto dell’élite: di classi dirigenti cioè sufficientemente qualificate alla cultura e all’esercizio del potere. Il terreno dove è avvenuto questo collasso, questo gigantesco smottamento, è stato infiltrato e preparato da un’opera di scavo e di penetrazione che ha radici lontane, dalla fine degli anni Settanta, quando una generazione di sedicenti creativi e anticonformisti fornisce al nuovo capitalismo post-borghese un immaginario e un’ideologia degli stati alterati per liberarsi da ogni forma e struttura culturale ordinata.

dentato_50pxTuttavia questa tendenza si manifesta pienamente dalla metà degli anni Novanta con la fine ingloriosa della Prima repubblica per poi proseguire in una fatale linea di continuità che va dal berlusconismo al grillismo passando per il moralismo di sinistra e altri due ismi minori: il salvinismo e il renzismo.

dentato_50pxA rendere questi fenomeni sostanzialmente assimilabili è un’idea della politica e del potere informale, spettacolare e personalizzata, eminentemente televisiva. Ognuno di questi attori infatti – a cominciare da Berlusconi ca va sans dire – ha avuto il suo battesimo pubblico prepolitico in televisione e segnatamente nei segmenti dell’intrattenimento: il palco del teatro Ariston di Sanremo per dire o trasmissioni come Il pranzo è servito e La ruota della fortuna. Spazi dell’entertaiment che in assenza ormai completa di ambiti di formazione della classe dirigente hanno costituito l’unico canale di selezione pubblica, con ciò imponendo alla nuova leva politica una metrica, un ritmo, una cifra particolari il cui tratto distintivo è la comunicazione senza pensiero. Il movimento Cinquestelle, con la sua galleria di caratteristi, è dunque semplicemente il livello terminale di una discesa giunta con internet e i social al livello di precipitazione.

dentato_50pxE’ del resto questo movimento delle cose che ha portato a Palazzo Chigi Giuseppe Conte (prima con Matteo Salvini e poi con Luigi di Maio e Rocco Casalino), che ha generato il paradosso dell’antipolitica che si fa sistema, che ha proiettato sulla prima linea della scena pubblica gli animatori, insieme a Beppe Grillo dei Vaffa…day e che oggi invece chiedono rispetto per il Parlamento e le istituzioni mentre il governo, trascendendo le Camere e con strappi reiterati alla Costituzione, emana Dpcm a catena dalla scorsa primavera, eternando uno stato d’emergenza ormai trasformato in caotico stato d’eccezione. Uno spettacolo inquietante che ha precipitato il paese in un angosciato stupore, un paese però che ha consegnato a questa leva politica le sue istituzioni e che ora è costretto, dalla paura del baratro, a rimpiangere un ordine purchessia, a domandarsi se sia valsa la pena, per ripicca verso il vecchio establishment, seguire come i bambini di Hamelin il suono di questa idea informale, descamisada, televisiva e in una parola cialtrona e incompetente della politica.

dentato_50pxEcco, tutto questo discorso vale a introdurre un libro importante uscito ora per i tipi di Liberilibri: si tratta de L’ingranaggio del potere, un saggio di Lorenzo Castellani sulla complementarità tra antipolitica populista e tecnocrazia, sull’ineliminabilità, dalla sfera politica, di un principio ordinatore elitario, sull’assurdità logica della pretesa di fare a meno della competenza e dell’élite nel governo della Res publica in nome della democrazia diretta e della disintermediazione (parola d’ordine che fu del renzismo).

dentato_50pxPretesa assurda perché il potere esercitato senza il supporto della gerarchia di una classe dirigente – degli apparati amministrativi selezionati non per consenso ma per merito, di istituzioni non elettive, di settori ad alto coefficiente di competenza tecnica – si traduce nell’anomia di fatto e nel naufragio del potere. Peraltro, a proposito di eterogenesi dei fini, è stata proprio la propaganda antipolitica nella pretesa di de-tecnicizzare la politica ad avere depoliticizzato l’apparato tecnico, ad averlo reso autonomo e privo di controllo e di indirizzo e dunque a consentirgli di costituirsi come potere autonomo. La tecnocrazia diventa così il potere di un apparato tecnico che risponde a criteri puramente strumentali e che finisce per essere il contraltare della demagogia senza competenze.

dentato_50pxE così, in Italia – il paese che rappresenta uno dei punti più avanzati nel mondo occidentale di questa tendenza – si è verificato il paradosso per cui una classe politica che ha fatto della retorica antitecnocratica la sua testa d’ariete si affida perinde ac cadaver a un comitato tecnico scientifico – appaltandogli decisioni che dovrebbero essere politiche – privo di quella visione e di quella capacità di sintesi che sono il portato di una cultura politica. Un esito inevitabile visto che, come spiega Castellani, “nelle società avanzate il principio aristocratico ha, nell’organizzazione del potere politico della società, un peso superiore a quanto comunemente si è portati a credere o ad ammettere”.

dentato_50pxE questo principio aristocratico nelle democrazie contemporanee “si fonda sulle competenze, cioè sulla conoscenza specialistica degli individui, fornita e certificata dalla struttura stessa della società attraverso istituzioni educative, programmi di studio, titoli, esami, concorsi”. Il problema nasce quando questo principio aristocratico gerarchico non è fatto più convivere con quello democratico rappresentativo: questo è il momento infatti in cui i poteri non elettivi, a carattere tecnico cominciano ad avere una vita parallela distinta dalla dimensione politica e a condizionare la vita dei cittadini e le scelte degli esecutivi in misura enormemente maggiore di quelli elettivi e rappresentativi.

dentato_50pxQuesta condizione viene definita ne L’ingranaggio del potere: tecnodemocrazia, una dimensione dove il potere della tecnica nuda, sotto la spinta d’una “rivoluzione manageriale” permanente, tende sempre di più a invadere e colonizzare lo spazio politico e ciò negli ultimi anni in misura inversamente proporzionale alla quantità di retorica dispiegata su rappresentanza e democrazia diretta. E se la tecnica è in una posizione di forza e dominio rispetto alla politica è perché la politica è ormai priva di una visione del mondo e d’una cultura sua propria, scaduta a comunicazione, a slogan pubblicitario, incapace di decidere perché prima ancora incapace di vedere, capire. Il ceto politico diviene così inevitabilmente subalterno a quello tecnico.

dentato_50pxIl problema, come giustamente ricorda Castellani, è che “nella mentalità del tecnocrate non c’è posto per il politeismo dei valori ma conta solo la gabbia d’acciaio della razionalità per amministrare con efficienza”. Un assunto che apre la via al nichilismo politico, a una dimensione decisionale priva cioè dell’atto spirituale della decisione scaturente da un principio diverso da quello dell’utile e della logica funzionale di chi esprime la decisione. Da qui l’esasperata proceduralizzazione delle decisioni e delle vite dei governati – come ormai possiamo direttamente sperimentare – in un’atmosfera cupa e meccanica che tende sempre più a farsi simile a quella che avvolge il dispotismo cinese, come del resto profetizzato più di un secolo fa da Stuart Mill: “L’Europa sta avanzando risolutamente verso l’ideale cinese di rendere simili tutte le persone”.

dentato_50pxA questo incubo dispotico Castellani, formato alla visione dei grandi maestri del realismo politico: da Tocqueville a Weber passando per Carl Schmitt, oppone la Politica e la sua suprema elaborazione: il governo misto tra aristocrazia e democrazia, tra eguaglianza e gerarchia. Politica come arte e come scienza che ha in sé etimologicamente, come a cercarne la sintesi, Polis e Polemos: la città e il conflitto. Quel conflitto che il tecnocrate mira a neutralizzare attraverso la sua scienza particolare “riducendo al minimo la discussione nel processo decisionale”, eliminando le intermediazioni e le istanze della società civile, se necessario trasformando i cittadini del mondo post-lavorista in sudditi obbedienti di smart-city pacificate dal reddito di cittadinanza universale. E così “sotto le spoglie del principio aristocratico della competenza e delle promesse democratiche nazionali e sovranazionali, il potere politico è sempre più concentrato, delocalizzato, incontrollabile e irresponsabile […] livellatore delle istituzioni locali e intermedie, implacabile aspiratore delle leggi verso luoghi immateriali, pretenzioso neutralizzatore di conflitti politici in nome della tecnica e dell’oggettività scientifica”. Ma è appunto così che l’occidente non più liberale s’avvia all’ideale cinese e al socialismo.

dentato_50pxCastellani cita nel suo saggio le considerazioni espresse sull’ideologia di Saint Simon da Geminello Alvi in quel libro anch’esso profetico e seminale che è Le seduzioni economiche del Faust: “L’utopia di Saint-Simon è la più agile, perché sciolta da ogni esterna direzione della politica o della morale – scrive Alvi – pensa a un mondo futuro compreso da un ordinamento puramente tecnico-industriale dell’esistenza […] Solo il technicien è quindi l’uomo nuovo, che prepara il progresso emancipando il mondo dall’ordine improduttivo del passato feudale”.

dentato_50pxLa diffusione educativa e pratica della tecnica si assume allora il compito a che l’eguaglianza si costruisca da sé grazie al progresso tecnoscientifco e alla pianificazione industriale e amministrativa, preparando l’avvento di quello che Castellani definisce il “Leviatano 3.0”, lo stato totale globale. E’ così che si riaffaccia in Occidente lo spettro del dispotismo che una mentalità unilaterale e incolta credeva di aver archiviato in nome della deregulation e dello schemino liberista liquidando la Politica come arte del passato e dimenticando a memoria le lezioni di Toqueville e Carl Schmitt ma anche le intuizioni di una figura rivoluzionaria come quella di Adriano Olivetti, l’imprenditore filosofo autore dell’Ordine politico delle comunità. Una figura che Castellani non manca di ricordare nel suo saggio individuando in Olivetti la più moderna sfida e la più efficace l’anti-tesi sia alla demagogia politica degli incompetenti (Sono attualissime le tesi di Olivetti in saggi come Democrazia senza partiti) sia al pensiero tecnocratico contemporaneo.

dentato_50pxNella prospettiva dell’Ordine politico delle Comunità di Olivetti l’oltrepassamento della tecno-democrazia consiste nel decentramento politico rispetto allo stato e alle istituzioni sovranazionali che ormai lo trascendono, individuando in seno alle comunità concrete regimi misti di democrazia articolata in ordini funzionali e competenze tecniche.

dentato_50pxL’ingranaggio del potere non è dunque solo una radiografia dei processi che hanno generato la tecnocrazia è anche un tentativo importante di individuare la strada per portarsi oltre la sottoculture di destra o sinistra che in questi ultimi decenni hanno tentato di liquidare la politica generando la situazione che oggi minaccia ogni uomo libero: “Poiché – ecco la chiusa de L’Ingranaggio del potere – dietro ogni tentativo di annullare la politica come processo di discussione si nasconde un pericolo dispotico”.

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