L’aureo libretto

Impugno, mosso da curiosità, un aureo libretto che sembra essere, per velocità di diffusione, più spedito della luce e della pestilenza serra-tutto. Si tratta di un libro di Lucrezia Ercoli, Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer. Già dalle prime pagine si statuisce solenni: “Nei giorni in cui il digitale è l’unico strumento di socialità a nostra disposizione, ci rendiamo conto di quanto sia potente e ramificata L’influenza non stagionale dell’influencer”. Un colpo come di rivoltella, un proiettile di perla, mi sobilla tutto. La perla non mostra il fondo e splende della sua superficie. Lo splendore delle superfici ha mosso tante, forse troppe menti interessate agli strati e ai rovesci: l’arco che va da Nietzsche, con una capatina su Simmel per giungere a Deleuze, sfocia a quanto pare… immancabilmente nei pressi della Brianza. Nel sorriso opalino di chi detta il giorno a suon di colpi d’abito. Colpi d’abito più forti di un colpo di stato, tanto che quel tale di Volturara Appula che sta allo scranno chiama la stilista ridente a dettare leggi di responsabilità. Ma la sapeva lunga già da vari anni, la cremonese Ferragni, classe 1987, in termini di lungimiranza: dettare il giorno segmentando il tempo in dieci secondi per una storia a portata di telefono, riedificare il tessuto del narrare comune, in una filodiffusione video su scala globale; questa è la rivoluzione che questo libretto giallo ci schiaffa a suon di colpi di autoevidenza e positività ridente. In esso c’è l’intento di far comprendere ad una umanità inesistente, che si vorrebbe ignara, l’ovvio. Non ci si capacita di come l’autrice voglia far passare per ignorato ciò che a tutti noi dovrebbe essere prossimo, sovradimensionando il testo con la pretesa di analizzare la costruzione di un vero e proprio mito del nostro tempo. Un libro che sembra volersi donare come un vademecum su come essere felici del dominio del proprio tempo, non importa se con i guardiani alle calcagna o l’orda impazzita dei propri seguaci. L’evidenza tautologica sorride, la forza dell’evidenza, non importa se costruita ad hoc, detta la legge della narrazione, entra nella vita comune per sanare. Continuo con rapidità e fame la lettura del libercolo, e giungo al sogno, l’identificazione totale dopo colpi apodittici a suon di Barthes e Baudrillard, Eco e De Beavoir… la pura simbiosi con lo strato inaccessibile, con qualche brivido esitante: “Un giorno anche tu potrai diventare un’influencer e accedere al mondo proibito”. Brividi che nemmeno le letture di una qualsiasi katabasis infera sanno donare… “È la tecnica cioè, a distinguere il mito. Chiara è il mito nell’epoca della sua riproducibilità digitale”. Al che ho una certa qual fretta: vorrei andare a Port Bou, nel confine spagnolo, a ridestare lo spettro di Walter Benjamin, mosso da impeti necromantici. Eppure stiamo serrati, in un arido inverno che ci offre pure l’obbligo del riso. Mah!

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