Una religione della proprietà

Sul distributismo nella versione di G. K. Chesterton. Tra nuova visione e vecchio mondo

Il profilo della ragionevolezza (Lindau 2011) di G. K. Chesterton, affascinante compendio del distributismo, è un libro che ha molto da dire sulle traiettorie dell’attuale. Poco conta che la concezione sociale del grande cattolico inglese abbia preso forma nei primi decenni del novecento nel clima intellettuale dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, in un mondo ancora distante dal capitalismo redivivo della seconda metà del XX secolo. Ancora meno importa che lo stato sociale keynesiano non fosse ancora nato, che l’industria avrebbe continuato la sua avanzata in pieno spirito taylorista e poi fordista per ancora svariati decenni. I distributisti avranno avuto le loro pene nel constatare il perpetrarsi, per non dire il rafforzarsi, dei loro avversari, capitalismo e socialismo.

dentato_50pxDetto questo, se prese come l’ennesima testimonianza di un’utopia irrealizzata, le pagine di Chesterton diventano un’occasione persa. Il distributismo tenta di ideare una soluzione materiale ai nodi del capitalismo, ma con un’alternativa proprietaria e corporativa che non è mai, in nessuna variante possibile, socialista. Con certo socialismo può condividere un sentire, una necessità di liberazione delle classi lavoratrici dal giogo alienante dell’industria. Negli stessi riferimenti del libro di Chesterton è evidente il confronto aperto con i socialismi di tipo ghildista, proprio perché con essi il distributismo si incontrava in alcuni elementi esteriori, ma con la chiara volontà di distinguersene nell’essenza.

dentato_50pxLa forza intrinseca al libro di Chesterton è rimasta intatta; l’elemento di concretezza che la anima è una vita la cui tangibilità sa di confinare non solo con la sua datità materiale. Informata ai principi più autentici della gilda medievale, la visione distributista nasce per contrastare la grande concentrazione, il monopolio, la tirannia del Trust, la standardizzazione imposta dal capitalismo, tanto che si può tentare di spiegarla come una proposta di civiltà contadina e del piccolo negozio, Civiltà cristiana e non rassegnata a “pensare che la conquista capitalista sia più completa di quanto non sia in realtà”.

dentato_50pxIl distributismo rivendica la necessità di mantenere in una società il maggior numero possibile di proprietari – della casa, della terra, dei mezzi produttivi – al fine di configurare prima ancora che un equilibrio sociale, un equilibrio mentale e psicologico; scopo è creare le condizioni per non perdere la dignità di fronte al pane offerto da chi desideri farsi nomenklatura, grazie ad un corteggiamento basato sulla miseria del corteggiato. “Se i piccoli negozi cominciassero a guadagnare clienti e i grandi a perderne, ciò significherebbe [trasformare un movimento centripeto in uno centrifugo] e significherebbe anche che all’interno dello Stato sono molti i cittadini a cui non si possono applicare le solite argomentazioni socialiste e servili”. La diffusione della proprietà configura un mutuo impedimento, che si bilancia col mutuo soccorso del principio corporativo.

dentato_50pxEntrambi i regimi contestati, capitalismo e socialismo, pongono solo in seguito al raggiungimento materiale una blanda possibilità per l’elemento spirituale. Il distributismo tenta una fondazione su di esso dove la piccola proprietà, la vera proprietà, diviene un supporto, una necessità, tanto che Chesterton cerca di guidare la sensibilità del lettore entro quella che dipinge come una “religione della casa” e lo fa pensando ai lari domestici delle dimore antiche, ad un uomo che ha perduta la libertà da quando non può più costruirsi una casa. Si potrebbe azzardare che questa proprietà assomigli ad un’icona religiosa e che i capitalisti e i comunisti siano pertanto iconolatri gli uni e iconoclasti gli altri.

dentato_50pxChesterton pensa a varie vie d’azione politica immediata, chiaramente più per orientare che per offrire un piano vero e proprio: tassazione dei contratti per scoraggiare la vendita delle piccole proprietà e per incoraggiare il frazionamento delle grandi, riforme delle successioni testamentarie volte a dividere i grandi patrimoni, assistenza legale gratuita per i poveri, divisione degli utili tra i lavoratori e addirittura introduzione di dazi fino al livello locale. Ne esce una concezione in cui la dimensione della terra e della proprietà sono inscindibilmente legate ad una comunità concreta, la cui protezione è necessità primaria. Ripartizione e decentramento sono il frutto di un’interazione sociale con intenti fortemente mitigatori delle possibilità di comportamento monopolistico.

dentato_50pxUna base sociale contadina non implica una società rurale – questo punto va tenuto sempre a mente – piuttosto si crede che spostando un baricentro che, prima di tutto, è morale si riuscirebbe a contravvenire al canone moderno della metropoli, al peso specifico elevato dei settori secondario e terziario. Gli intenti egemonici sono esclusi: “Nel comunismo tutti sono comunisti […] una società contadina non è affatto una società di soli contadini”. Se i movimenti di matrice comunista considerano la lotta di classe un elemento per comprendere dialetticamente il reale, per Chesterton c’è anche una terza classe dei negozianti, una classe di proprietari che certamente corre rischi costanti e perciò deve agire. L’aumento del peso parlamentare di questa terza classe è una possibilità di azione, seppur momentanea. Ma la convergenza di queste forze sociali dovrebbe proiettarsi oltre l’ordinamento politico presente, cercando forme di cooperazione che contrastino le grandi distribuzioni organizzate in primis. Un orizzonte contadino richiede d’altra parte un pensiero rivolto al suo fondamento, quello solo sembra poter essere il vero centro d’irradiazione. Originarlo è possibile solo se dei “volontari che salvino la terra” decideranno di fondare “una fattoria in un deserto incolto”. Dei mondi così particolari non potrebbero che fondarsi su un diritto consuetudinario.

dentato_50pxUn cammino irto di difficoltà come questo non sarebbe nemmeno pensabile senza sapere che nelle corde interiori di ogni uomo industriale ce n’è una parte: “Alcuni lo capiscono e capiscono se stessi meglio di altri; alcuni sarebbero disposti ad accoglierlo come una rivoluzione; alcuni si limitano ad aggrapparvisi in modo del tutto cieco come a una tradizione; alcuni non l’hanno mai considerato se non come un hobby; alcuni non ne hanno mai sentito parlare e lo avvertono solo come un bisogno.” Il groviglio richiede di sciogliersi in un equilibrio psichico e morale. Chesterton cerca di predisporlo attraverso un primo “nucleo che agirebbe come polo di attrazione”, che significa anche chiedere ai più sani di guidare.

dentato_50pxChiara è la volontà di risanamento dell’idea di progresso, che richiede però un salto oltre l’univocità del senso tecnico dello stesso. “Un nucleo di completezza oltre che di semplicità. Allora scambio e variazione potranno avere il loro giusto ruolo, come avveniva nel vecchio mondo di fiere e mercati”. È appunto il vecchio mondo quello dal quale si può comprendere almeno una parte di questo anelito. La società corporativa storicamente esistita viveva di un elemento morale che sovrastava quello tecnico. A sentire Chesterton si potrebbe pensare che W. Sombart – che descriveva le classi artigianali del precapitalismo ancora intente a personalizzare il prodotto, a non sottoporlo a standardizzazione, l’artigiano come “Microcosmo industriale”, “mente sovrana”- parlasse ancora di qualcosa di ripristinabile. Infatti per Chesterton la divisione del lavoro porta con sé una divisione dell’ingegno e il guadagno momentaneo ottenuto con una serie di beni di massa corrisponde all’impoverimento dell’intera civiltà. Il mestiere organico invece conserva in sé una divisione del lavoro più alta.

dentato_50pxCosì Max Weber nella sua Storia economica: “la corporazione teneva a che il prodotto grezzo percorresse una lunga via nella singola branca economica e che il singolo lavoratore tenesse in mano a lungo l’oggetto di lavoro. Pertanto la divisione del lavoro doveva aver luogo sulla base del prodotto finale e non della specializzazione tecnica.” Il lavoratore, l’artigiano si specializzavano piuttosto in un prodotto intero. “…nelle liste delle corporazioni medievali troviamo duecento corporazioni laddove, secondo la nostra prospettiva attuale e dal punto di vista tecnico, ne sarebbero bastate da due a tre dozzine. Si era presi dalla paura, giustificatissima, che, in presenza di una settorializzazione trasversale del processo produttivo, l’ultimo artigiano, quello più vicino al mercato, potesse far diventare gli altri dei salariati sottomettendoli al suo potere economico”. Questo breve sintesi Weberiana ci dà un’idea concreta, certamente passata, di come l’integralità del mestiere e il tentativo di arginare una sottomissione alla distribuzione (in futuro sarebbe divenuta grande distribuzione) potessero sovrastare il cosiddetto “punto di vista tecnico”. Con la fine di queste priorità si trasformò un mondo artigiano in uno di salariati.

dentato_50pxIl grande economista, anche lui legato alle idee della rerum novarum, Giuseppe Toniolo ebbe a dire che i popoli d’Irlanda e d’Inghilterra, con l’avvento dell’età moderna, erano stati sacrificati da una legislazione positiva devastante per le “moltitudini campagnole”. Queste moltitudini furono danneggiate in essenza dal neo-formatosi stato centrale e da classi aristocratiche ormai convertite a culti opulenti. Nella stessa storia dell’economia del Toniolo, Capitalismo e socialismo – libro che indaga, tra gli altri, il medesimo nodo che Chesterton tenta di sciogliere – si imputa la fine delle corporazioni ad un irrigidimento dovuto al regolamentarismo amministrativo e alla perdita del senso di un vantaggio comune nel progresso tecnico, un vantaggio che ben si incarnava nel corpo della gilda. Il processo del mercato, dello sviluppo tecnico ecc. sbrigliati dall’armonia nella quale erano inseriti spezzarono “il coordinamento organico tradizionale fra impresario e artigiano della manifattura medievale”. Da lì in poi si avranno, sempre più divisi, “puro salariato” e “puro profitto”. C’è in Toniolo il dipinto di un’Europa che tra il cinquecento e la fine del seicento, in Inghilterra e non solo, vede indebolirsi drasticamente le sue infrastrutture di libertà chiaramente rette da un ordine decentrato. Può così risultare più chiaro come potesse esistere nel vecchio mondo una serie di relazioni tra il diritto consuetudinario, il lavoro non mercificato e persino la prevalenza del piccolo imprenditore.

dentato_50pxI connotati di un vecchio mondo corporativo, artigiano, agricolo sembrano riempire di senso l’esigenza riattualizzata da Chesterton, dando inoltre un fondamento ulteriore alle problematiche poste dal distributismo. E’ proprio da quelle due categorie moderne di puro salariato e puro profitto poc’anzi accennate che si può individuare uno dei motivi centrali di questa religione della proprietà. Si può di certo dire che il distributismo è capace di individuare le congiunture gravi dell’odierno deturpamento sociale. La critica banale dirà sempre che l’inglese Chesterton aveva in mente una Merry England. Ma nel suo libro Chesterton non cerca di evitare il lettore critico pronto a lanciargli l’accusa di romanticismo. Chesterton era antimacchinista, ma non luddista, la sua idea di progresso si può forse intuire da una convinzione che egli aveva. Vedeva le macchine del futuro riposte in riserve, dove i pochi bisognosi del diletto meccanico rimasti avrebbero avuto la libertà di ritirarsi.

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