Una religione della proprietà. Seconda parte

Sul distributismo nella versione di G. K. Chesterton. Un salto nel vecchio mondo

Il capitalismo sembra aver procrastinato il declino che Chesterton denunciava, così protraendosi nella sua strada alla lunga impraticabile, esasperando i tratti che già erano ben visibili negli anni ’20. Ne Il profilo della ragionevolezza si rintraccia una diversa possibilità, che consiste nel preservare e sviluppare una presenza proprietaria, la cui essenzialità ben si capisce evocando la figura del bracciante senza affitto e senza salari da pagare. È un’idea di società che riconsidera in una certa misura anche la sussistenza, senza voler andare nel suo complesso in quella direzione.

dentato_50pxChiara è la volontà di risanamento dell’idea di progresso, che richiede però un salto oltre l’univocità del senso tecnico dello stesso. “Un nucleo di completezza oltre che di semplicità. Allora scambio e variazione potranno avere il loro giusto ruolo, come avveniva nel vecchio mondo di fiere e mercati”. È appunto il vecchio mondo quello dal quale si può comprendere almeno una parte di questo anelito. La società corporativa storicamente esistita viveva di un elemento morale che sovrastava quello tecnico. A sentire Chesterton si potrebbe pensare che W. Sombart – che descriveva le classi artigianali del precapitalismo ancora intente a personalizzare il prodotto, a non sottoporlo a standardizzazione, l’artigiano come “Microcosmo industriale”, “mente sovrana”- parlasse ancora di qualcosa di ripristinabile. Infatti per Chesterton la divisione del lavoro porta con sé una divisione dell’ingegno e il guadagno momentaneo ottenuto con una serie di beni di massa corrisponde all’impoverimento dell’intera civiltà. Il mestiere organico invece conserva in sé una divisione del lavoro più alta.

dentato_50pxCosì Max Weber nella sua Storia economica: “la corporazione teneva a che il prodotto grezzo percorresse una lunga via nella singola branca economica e che il singolo lavoratore tenesse in mano a lungo l’oggetto di lavoro. Pertanto la divisione del lavoro doveva aver luogo sulla base del prodotto finale e non della specializzazione tecnica.” Il lavoratore, l’artigiano si specializzavano piuttosto in un prodotto intero. “…nelle liste delle corporazioni medievali troviamo duecento corporazioni laddove, secondo la nostra prospettiva attuale e dal punto di vista tecnico, ne sarebbero bastate da due a tre dozzine. Si era presi dalla paura, giustificatissima, che, in presenza di una settorializzazione trasversale del processo produttivo, l’ultimo artigiano, quello più vicino al mercato, potesse far diventare gli altri dei salariati sottomettendoli al suo potere economico”. Questo breve sintesi Weberiana ci dà un’idea concreta, certamente passata, di come l’integralità del mestiere e il tentativo di arginare una sottomissione alla distribuzione (in futuro sarebbe divenuta grande distribuzione) potessero sovrastare il cosiddetto “punto di vista tecnico”. Con la fine di queste priorità si trasformò un mondo artigiano in uno di salariati.

dentato_50pxIl grande economista, anche lui legato alle idee della rerum novarum, Giuseppe Toniolo ebbe a dire che i popoli d’Irlanda e d’Inghilterra, con l’avvento dell’età moderna, erano stati sacrificati da una legislazione positiva devastante per le “moltitudini campagnole”. Queste moltitudini furono danneggiate in essenza dal neo-formatosi stato centrale e da classi aristocratiche ormai convertite a culti opulenti. Nella stessa storia dell’economia del Toniolo, Capitalismo e socialismo – libro che indaga, tra gli altri, il medesimo nodo che Chesterton tenta di sciogliere – si imputa la fine delle corporazioni ad un irrigidimento dovuto al regolamentarismo amministrativo e alla perdita del senso di un vantaggio comune nel progresso tecnico, un vantaggio che ben si incarnava nel corpo della gilda. Il processo del mercato, dello sviluppo tecnico ecc. sbrigliati dall’armonia nella quale erano inseriti spezzarono “il coordinamento organico tradizionale fra impresario e artigiano della manifattura medievale”. Da lì in poi si avranno, sempre più divisi, “puro salariato” e “puro profitto”. C’è in Toniolo il dipinto di un’Europa che tra il cinquecento e la fine del seicento, in Inghilterra e non solo, vede indebolirsi drasticamente le sue infrastrutture di libertà chiaramente rette da un ordine decentrato. Può così risultare più chiaro come potesse esistere nel vecchio mondo una serie di relazioni tra il diritto consuetudinario, il lavoro non mercificato e persino la prevalenza del piccolo imprenditore.

dentato_50pxI connotati di un vecchio mondo corporativo, artigiano, agricolo sembrano riempire di senso l’esigenza riattualizzata da Chesterton, dando inoltre un fondamento ulteriore alle problematiche poste dal distributismo. E’ proprio da quelle due categorie moderne di puro salariato e puro profitto poc’anzi accennate che si può individuare uno dei motivi centrali di questa religione della proprietà. Si può di certo dire che il distributismo è capace di individuare le congiunture gravi dell’odierno deturpamento sociale. La critica banale dirà sempre che l’inglese Chesterton aveva in mente una Merry England. Ma nel suo libro Chesterton non cerca di evitare il lettore critico pronto a lanciargli l’accusa di romanticismo. Chesterton era antimacchinista, ma non luddista, la sua idea di progresso si può forse intuire da una convinzione che egli aveva. Vedeva le macchine del futuro riposte in riserve, dove i pochi bisognosi del diletto meccanico rimasti avrebbero avuto la libertà di ritirarsi.

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