Illuminazioni decembrine

La caduta di Fetonte e il pianto delle Eliadi

A metà dicembre resistono, a mo’ di decorose passamanerie, bene a cavalcioni di perimetri trapezoidi e lungo le vie gibbose, le capigliature compatte del rovere. Paiono quasi, di lontano, certi granuli d’ambra, e rilucono infocate a contrasto dei pigmenti verdechiaro della peluria germinata e dell’ocra di quei campi ancora vergini e del cilestro insperabilmente terso del cupolone: chiarità generale che per paradosso fulge ancor più nei toni, verso il primo pomeriggio, per le furie malate del carro solare, che sembra proprio voglioso di trovar le cure dell’altro emisfero per lo sturbo astronomico dell’eclittica, e così cogli ultimi sprazzi congeda per traverso le cose del mondo di qua.

dentato_50pxLa similitudine spontanea fra i grumoli del rovere e l’ambra (ἢλεκτρον) apre la via del mito per l’incarnazione di luce in forme: de luce seu de inchoatione formarum, così il Grossatesta: ancorché, la sua, luce del pragma cosmo-agonico. Le masserelle fulve con che ragione se ne stanno laggiù splendenti, nel fondovalle collinare, a dispetto del ruzzolo solare? Conviene che riviva il mito sul boccascena del mondo, perciò ecco la causa: a furia di lacrimare il fratello morto le Eliadi hanno decorato l’orlo dei campi, essendosi le lor stille indurite in ambra pura. Metamorfosate in pioppi si sono anch’esse moltiplicate, sciamando dalle foci dell’Eridano, cioè il Po, dove cadde dai cieli il corpo di Fetonte morto. Sia lui che le sorelle prole riconosciuta del Sole, di Elio, benché riguardo Fetonte, è vero, qualche invidioso faticava a trattener per sé il pur licito dubbio che la madre Climene si fosse fatta ingravidare proprio dall’Auriga solare. E fu precisamente questo il motivo che spinse il figlio disperato ad andar dal padre, implorandolo che desse finalmente prova inconfutabile della paternità. Egli lo accolse con tutto il calore di cui disponeva, tanto che di cuore gli giurò di voler esaudire una qualunque sua richiesta. Fetonte allora, possedendo tutti i benedetti crismi dell’adolescenza, chiese di poter fare un giro sul portentoso carro solare a quattro cavalli: subito Elio si pentì del giuramento (Ovidio, Metamorfosi, II, 49), ché già intuiva come sarebbe andata a finire.

dentato_50pxNon ci fu verso di fargli cambiare idea e già trasvolando per aria colla quadriga, Fetonte correva verso l’ora sciagurata del destino, la sua; infatti non gli riuscì sin dal principio di tener buoni tutti e quattro i cavallini impetuosi. Lasciando il sentiero mediano, prima impennarono d’insù, verso le costellazioni: il Serpente sciolse le spire a causa dell’insolito calore, lo Scorpione invece, che c’ha già certe fisime, principiò a batter le chele incazzatissimo, e pure la Luna, che non sapeva del cambio, stupiva per la pessima guida del fratello. Poi la quadriga puntò forte d’ingiù, approssimandosi troppo alle terre dell’uomo: dove abbruciarono le città, le messi svamparono in un attimo, i fiumi e le fonti furono disseccati talché le Muse dell’Elicona restarono all’asciutto, le nevi dell’Olimpo sciolsero, la Libia desertificò e agli Etiopi s’abbrustolì la cotica. Nettuno, truce in volto, provò non una ma ben tre volte a guizzar fuori dall’acqua per capire che diavolo stesse succedendo, e tutte tre le volte, sbucando, gli si pelarono gli avambracci a causa dell’aria infocata (Ibidem, II, 270-271). Anche la Terra sentiva tutta un’ustione, dalle generose terga alla collottola, e fendersi la groppa inaridita: le acque vaporando e gl’incendi le cacciavano il fumo negli occhi: disperata disserrò le membra e scrollando si batté la fronte con una mano (Ibidem, II, 276-277). Quindi piagnucolò appellandosi a Giove tonante: che facesse qualcosa insomma, che impedisse lo sfacelo… e Giove fece il suo. Prima scelse con cura la folgore dal mazzo, poi si peritò che fosse adeguatamente bilanciata, infine saettò quel cocchiere fetente, schiantando pure il carro solare.

dentato_50pxFetonte cascò già morto nell’acqua dell’Eridano; lì piangenti, le sorelle Eliadi, ci stettero così a lungo da ritrovarsi pioppi senza saper nemmeno come. E appunto ogni mitografo non dimentica di ricordare che son proprio i loro inconsolabili lacrimoni che diventano ambra lucente. Perciò, ecco, ora ha senso che nel fondovalle, accanto alle chiome fulve dei roveri trovi posto la ritta schiera dei pioppi sfogliati, come se stessero ancora in lutto, ancorché lontani dal sepolcro fraterno.

dentato_50pxLa cosa potrebbe concludersi qui, ma conviene tenere ancora un attimo gli occhi sul garbuglio dei filacci mitologici e trarne fuori dell’altro. Dunque, vuole Omero che la Sicilia fosse nientemeno che «l’isola bella del Sole» (Odissea, XII, 261), una specie d’agro solare dedicato al pascolo delle vacche sacre, le quali vacche avevano per mandriane proprio le già menzionate Eliadi. A dir la verità pessime mandriane, dato che non una s’adoperò minimamente per impedire che i compagni di Odisseo ne mangiassero a iosa: e per di più melodrammatiche spione, considerando che la denuncia della mattanza fu da loro consegnata nelle mani di Elio quand’era ancora calda e bisunta la fatale gratella.

dentato_50pxComunque sia la terra siceliota ha geometrizzato la pertinace dominanza della Luce, soggiaciuto alla marchiatura del Triscele, poi introiettato nell’Uno e Trino. Perciò la esangue Antichità partorì una martire siracusana (III-IV secolo), battezzata Lucia, che perpetuasse nella cristianità la testimonianza di quell’amplesso luministico, quindi patrona della vista. E patrona dell’occhio che va in cerca della grazia, tant’è che senza la mediazione di Santa Lucia (su istigazione della Vergine) la dolce Beatrice manco un dito avrebbe mosso per il Dante sperso tra le fratte della selva. Quanto a me, invece, prendo come buon segno che l’illuminazione di cui sopra, delle chiome ambrate e tutto il resto, mi sia apparita proprio nei pressi del giorno dedicato a Santa Lucia, cadendo esso il 13 dicembre. Le scure caverne orbicolari lasciate dai carnefici sul volto della Santa, dopo che le avevano cavato gli occhi, dicono che in verità la luce si rinnova a dispetto della morte, perciò la sua celebrazione cade appena prima del Solstizio invernale – dies natalis. E così sia.

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