Alba da un arcano monte d’Italia

L’ARMONIA DELLA COMUNITÀ, TRA ORIGINE E DESTINO

L’invernal San Giovanni di ventiquattro mesi fa s’annunciava al calabro istmo ioniotirreno giorno borealmente ventoso e cristallino. Giorno ideale, dunque, per accoglier aurora ed alba dalla terrazza del diruto Castello Sant’Angelo di Tiriolo. Castello acutamente posizionato dai normanni cavalieri Falluch/Falloch – la cui famiglia fu più tardi legata a Federico II – sotto la cima dell’arcano Monte Tiriolo, sul colle Lairta, benedetto da acque sorgive. Arcano, il Monte Tiriolo, perché svetta solitario – fino a circa 850 metri – pressoché nel centro di un istmo che, a chi ama percepire le qualità della luce, vuol disvelare il trascorrere dalla luce d’Oriente a quella d’Occidente*: arcana Soglia, quindi, il Monte Tiriolo, ricco di grotte dense di saghe? All’esser Soglia rinvia, con fulminante regalità, il panorama che quel Monte domina: le spalle del Monte coperte a Nord dalle onde degli oceanici boschi della Sila – l’oscura Silva rimasta pressoché vergine fino alla conquista romana –, ad Est ed Ovest i due Mari, l’aurorale Ionio ed il ponente Tirreno, a Sud il chiaramente visibile Etna. Soglia, il Monte Tiriolo, nella luce della quale la posizione del Castello normanno è quanto mai acuta: dalla sua terrazza il sorgere del Sole dal mare è pienamente visibile nel periodo del solstizio invernale, ma per il resto dell’anno occultato dal Monte. Pertanto il Castello si vuole orientato come tempio solstiziale centrato a partire dal momento in cui la luce prevale rispetto alla tenebra. Il prevalere della luce sulla tenebra sembra indicato, del resto, anche dalla denominazione“Sant’Angelo”, rinviante, come insegnano augusti paralleli, al solare San Michele.

dentato_50pxSto scrivendo queste righe nel giorno dell’invernal San Giovanni. Ventiquattro mesi fa l’Aurora ed il Sole, sovrani sorgenti dallo Ionio ammantato d’un cielo stellato, regali sorrisero ai parchi ruderi del Castello Sant’Angelo, e nel sempre più inrosato cielo dell’Austro dall’eruttivo Etna s’elevava un elegante fumare… È facile lasciarsi prendere da dilettanti poetismi quando s’incontra il paesaggio di cui è re il Monte Tiriolo. Re arcano, come il mitico Italo, che su queste terre regnava. Terre che per prime portarono il nome Italia; nome d’un fecondo regno delimitato, ci dice Aristotele (Politica VII, 1329b), dai due golfi che oggi prendono il nome da Lamezia e da Squillace. E quasi centro dell’istmo che questi golfi generano: il Monte Tiriolo, custode del sorprendente tempio naturale su cui è sorto il normanno Castello dell’Angelo, e pure di un territorio abitato fin dal Neolitico. Monte che qualcuno ha voluto, non senza valide ragioni, identificare con la sede della capitale dei civilissimi ed ospitali Feaci di omerica memoria**.

dentato_50pxItalo regnò su queste terre molto prima della guerra cantata da Omero: come riporta lo stesso Aristotele, divenne eponimo dell’Enotria, da lui denominata, appunto, Italia, dopo aver convertito gli Enotri da pastori ad agricoltori, e dopo aver donato loro – sempre secondo Aristotele –, molto prima che fosse introdotto da Minosse e dagli Spartani, l’uso dei syssítia, ossia dei pasti in comune armonicamente regolamentati, vale a dire ritualizzati.

dentato_50pxL’Italia nasce quale Regno delimitato da un istmo dove la luce inscena la propria metamorfosi orientaloccidentale, ergendosi, quell’istmo, a Soglia aperta al Mistero d’ogni armonica Forma – che è sempre elevante sinfonia di polarità, quali sono Oriente ed Occidente, re e pastori, nomadi allevatori e stanziali agricoltori … – e, quindi, d’ogni feconda Metamorfosi. Armonica Forma e Metamorfosi che, nell’Origine dell’Italia, genera il pasto ritualizzato, antenato dell’agápê, quale archetipica icona per la vita tanto dell’individuo libero, e perciò regale– l’agricoltore Italo è come un Caino che regalmente integri il pastore Abele nel convivio dei propri amici –, quanto della comunità.

dentato_50pxChi vive lo scenario aperto dal Monte Tiriolo non può rinunciare alla poietica gioia d’immaginare il Centro del Regno di Italo sulla vetta di questo arcano monte d’Italia: su una Soglia che, aperta alla Metamorfosi della Luce, individua l’aurea Croce del Cosmo e, con essa, l’Armonia di Est-Ovest-Nord-Sud. Armonia dell’Io, perché Armonia generata dall’individuo che non attende inerte ignote sorti decise da istanze supposte celesti, ma osa farsi artefice d’un divino Destino di Libertà ed Amore, ossia di divinizzante Metamorfosi. Destino che nel manifestare la Verità dell’Io manifesta il Vero d’ogni armonica Comunità: Comunità di pasto e, allora, inevitabilmente circoscritta, a misura d’un autentico umano, vale a dire sempre contraddittoria rispetto a qualsiasi collettivismo e centralismo, cittadino, regionale, nazionale, continentale, globale.

dentato_50pxComunità di Io liberi è Origine e Destino dell’Italia. Italia che, dunque, solo per innocente, ma mal ispirato fraintendere si è potuta dire schiava di Roma. Italia che, al contrario, è regale Madre di Roma, di Roma-Amor. Schiavo è, invece, chi non è padrone del proprio vivere e morire, del tutto subordinato al volere d’una meramente esteriore, profana e profanante autorità. Schiavo è, allora, chi è costantemente dominato dalla paura della morte, e a partire da quella paura è costretto o si costringe a plasmare e configurare la propria vita.

dentato_50pxImmaginare le Origini, l’Alba dell’Italia come fondate su rituali pasti comuni, può, per poietico contrasto, insegnare quanto sia indegna di persone libere una società costruita sulla paura della morte. Società che non sarà mai Comunità, e che mai incarnerà la cristica, micro- e macrocosmica Amicizia, la philía tra Io che nutre gli scritti dell’Evangelista Giovanni. Quella cosmica Amicizia risuona viva e regale ogni anno, nell’alba dell’invernal San Giovanni, dalla Soglia del Monte Tiriolo: Amicizia che, come la Gâyatrî, vuole la luce del sole sorgente trasfigurarsi in luce di vivente pensare ed intelligenza. Intelligenza, Intelletto che sperimenta e genera Amore, come ben sapeva quel cosmico Poeta che si celebrerà – ci s’auspica in consonanza con l’Opera di cui fu Filosofo ed Artista – nell’anno che sta per iniziare. Quel Poeta ancora sapeva: non v’è Sapienza che non sia libera comunità di convivio e, dunque, di Culto nutrito d’Amore.

*Di ciò avevo scritto qui: https://www.laconfederazioneitaliana.it/?p=2272

**Armin Wolf, Homers Reise: Auf den Spuren des Odysseus, Böhlau, Köln-Weimar-Wien 2009, trad. ital. Ulisse in Italia, Local Genius, Catanzaro 2017.

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  1. Il convivio, ossia l’agape ritualmente celebrata, magari quando la porta degli Dei si sia aperta, certamente è un simbolo che la Tradizione ci indica di attivare nella massima consapevolezza del suo vero significato; non stupisce affatto che la profanità ammantata nei dogmi scientisti abbia duramente colpito tale aspetto della Tradizione. Resta il fatto che preservare la nuda vita, unica possibilità che resta al profano, è anche ciò che resta a chi abbia rinunciato alla integrazione armonica in una Comunità di veri liberi. Il sublime squarcio italico descritto sia un monito per rinnovare antiche catene rituali..

  2. Quel Poeta ancora sapeva che ascoltare e sentire coincidono dove si mischiano le luci d’oriente e d’occidente, per cui la forma è l’espressione di ciò che si vede e ciò che si è visto forma il linguaggio di ciò che non si vede che il Novecento spingendocisi ignora, così che la sua Opera è fondamentale oggi. E dirà angelico quel volto apparire in un’ora e in una dimora. Grazie di cuore.

  3. Molto interessante e bellissimo, l’antesignano della nostra storia,l’etimologia delle parole che ci fanno capire chi siamo, quello che siamo stati,i nostri lustri che tutti dovrebbero conoscere e sapere! grazie!

  4. La leggo sempre con viva gratitudine… Tanto più, in questi giorni, in cui beneficio del ritorno alla nostra terra natia…