Ripudiare i capolavori

“La storia non fu creata dal buon Dio per servire come lettura a giovani donzelle”

Ci si trova in un frangente confuso della storia occidentale, dove si crede che il canone culturale possa sottomettersi ad un artefatto codice comportamentale. Le esperienze dei secoli, con tutto il loro portato di controversia e di potenzialità futura, vengono combinate ad arbitrio. Ma l’esperienza reale del mondo non si attua per spurghi. Credere che millenni siano maneggiabili come un programma di studio è già una follia, a cui si aggiunge la follia di adattarli ad un concetto da parva sed apta mihi, in cui è “la casa della memoria collettiva” ad essere costruita con tutte le opzioni e le inutili cautele; non siamo piuttosto noi ad affrontare la casa, a costruirla con le nostre stesse mani. I professionisti della virtù politica, accademica o giornalistica sembrano non sapere più che cosa significhi assumere l’interezza del passato. La letteratura universale, un monolite, una gloriosa rovina che ancora sanguina o sussurra, viene ritratta mascherandola, come se da essa sgorghi solo purulenza. Ogni suo elemento è potenziale “disturbo al minoritario”. Ma la memoria sommersa è sempre risorgente, la letteratura che Goethe indicò in tutte le latitudini resti quel che semplicemente è: orizzonte tanto di sconfitta che vittoria, umana ed inumana, oltre l’umano e per il troppo umano. Essa sta nudamente tra fallimento e ascesi. Non si abdichi al suo chiamarci a divenire, si mantenga l’innocenza di posarsi su una pagina tanto di un assassino che di un santo. La violenza non si riduce alla sua mimesi espressiva, i vizi non sono inoculati dalle antiche strutture del pensiero e dei suoi frammenti, che invece possono contenere tutte le luci e le ombre di una prova da affrontare. Apporre la pretesa di una parte all’intero è falsificare il tempo. Non si può minare o mettere sordine ad un battito inesauribile, nei suoi cieli come nella sua viscera ferina.

dentato_50pxOffriamo a tal riguardo, ai lettori, una lettera preziosa di Georg Büchner, poeta drammatico tedesco, congiuratore, il cui pensiero radicale è in questo frangente luminoso. Il suo dramma che apre la modernità della letteratura tedesca fu accusato di immoralità dal governo a lui contemporaneo [i corsivi sono dell’autore di questo articolo]. Ci rammenta che le follie della virtù non sono meno pericolose della devastazione viziosa:

dentato_50px«Per quanto concerne la cosiddetta immoralità del mio libro, devo rispondere quanto segue: il poeta drammatico non è, ai miei occhi, nient’altro che uno storiografo, è però superiore a questi perché ricrea la storia per la seconda volta e, invece di darci una secca narrazione degli eventi, ci trasporta subito direttamente nella vita di un’epoca, invece di caratteristiche ci dà dei caratteri e invece di descrizioni ci dà delle figure. Il suo compito più alto è quello di avvicinarsi il più possibile alla storia così come essa è veramente accaduta. Il suo libro non deve essere né più morale né più immorale della storia stessa; ma la storia non è stata creata dal buon Dio per servire come lettura a giovani donzelle, e quindi non bisogna aversela a male con me se neppure il mio dramma è adatto a questo scopo. Non posso mica fare di Danton e dei banditi della rivoluzione degli eroi della virtù! Se volevo rappresentare le loro dissolutezze, ho dovuto farli essere dissoluti, se volevo mostrare il loro ateismo ho dovuto farli parlare appunto come degli atei. Se vi si incontrano delle espressioni indecenti, si pensi dunque al ben noto linguaggio osceno di quell’epoca, del quale ciò che io faccio dire ai miei personaggi non è che un debole compendio. Mi si potrebbe forse ancora rimproverare d’aver scelto un simile soggetto. Ma questa obiezione è ormai confutata da lungo tempo: se la si volesse ammettere si dovrebbero ripudiare tutti i maggiori capolavori della poesia. Il poeta non è un maestro della morale, egli inventa e crea figure, egli fa rivivere epoche passate, e sta ai lettori l’impararne qualcosa, così come si può imparare dallo studio della storia e dall’osservazione di ciò che accade nella vita umana intorno a noi. Altrimenti non si dovrebbe studiare la storia, perché vi sono narrate molte cose immorali, si dovrebbe camminare per le strade con gli occhi bendati, per non correre il rischio di vedervi delle indecenze, e si dovrebbe gridare all’assassino contro un Dio che ha creato un mondo nel quale accadono tante oscenità. Se poi mi si volesse ancora dire che il poeta non deve mostrare il mondo come è realmente bensì come esso dovrebbe essere, allora io rispondo che non pretendo di saper fare ancora meglio del buon Dio, il quale certamente ha fatto il mondo come esso deve essere. Per quanto riguarda i cosiddetti poeti idealisti, trovo che essi non ci hanno dato quasi nient’altro che marionette con nasi color del cielo e un pathos affettato, e non uomini in carne ed ossa la cui gioia e il cui dolore io senta di condividere e il cui agire possa ispirarmi ripugnanza o ammirazione. In una parola, io tengo in gran conto Goethe o Shakespeare, ma ben poco Schiller. Va da sé, d’altronde, che prima o poi compariranno anche le recensioni più sfavorevoli; infatti i governi devono pure far dimostrare dai loro scrivani assoldati che i loro avversari sono dei minchioni o degli immorali. Del resto io non ritengo affatto perfetta la mia opera, e accetterò con gratitudine ogni critica veramente estetica. Avete sentito parlare del violento fulmine che ha colpito qualche giorno fa il Duomo? Non ho mai visto un simile bagliore di fuoco né udito un colpo simile; per alcuni minuti ero come stordito. Non si ricorda a memoria d’uomo un danno maggiore. Le pietre furono sfracellate con immane violenza e scagliate lontano; entro un raggio di cento passi i tetti delle case vicine vennero trapassati dai sassi che ricadevano.»

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