Dimorare nell’esilio. Su Vsevolod Zaderatskij

Con Messiaen fu tra i compositori la cui arte non fu piegata dalla prigionia

L’ascolto dei 24 preludi per piano di Vsevolod Zaderatskij, compositore ucraino prigioniero della Kolyma, non sono solo un grande tassello della musica da camera del secolo scorso. Essi rendono l’idea di immergersi nella faglia rimossa di un’epoca storica. Furono composti durante il periodo di detenzione, tra il 1937/1938, e sono stati eseguiti in anteprima mondiale nel 2014. Sono la dimostrazione, la prova tangibile, di come dimorare in un luogo interiore, in condizioni di estreme circostanze, è forma stessa della sopravvivenza, sovversione al peggior giogo della storia.

dentato_50pxL’opera di questo compositore è simile e paradigmatica anche ad altri destini, si pensi a Schnittke o Shostakovich. Zaderatskij nacque a Rovno nel 1891, morto a Lvov nel 1953, studente al conservatorio di Mosca, dove attraverso il suo maestro Tanejev ebbe modo di conoscere in via diretta l’opera di Aleksandr Skrjabin, uomo di svariati interessi, membro prima dell’armata imperiale e poi ufficiale nella guardia bianca, membro dell’unione dei compositori per la Radio in piena epoca della NEP. Fu, da questo periodo in poi continuamente osteggiato dall’autorità prima per prossimità al mondo degli zar, vicinanza al movimento monarchico, oltre che ad un accademismo considerato come inutile alla rivoluzione in corso, che era una rivoluzione in cui la forma doveva soggiogarsi ad uno specifico programma estetico. Fu arrestato tre volte, definitivamente incarcerato nel 1926 perché dava in ascolto ai suoi studenti di conservatorio, come studio e meditazione, della musica allora considerata come fascista: Strauss e Wagner. Questo osteggiare voleva dire il divieto di vivere a Mosca, di esibirsi in concerto, praticamente il progressivo scorporarsi di tutta la propria dimensione pubblica di persona. Questo arresto era una tabula rasa: ogni suo manoscritto musicale venne fatto distruggere. Difatti i suoi manoscritti a cui uno potrebbe attingere ora cominciano solo dal 1928. Nel 1937 all’estate del 1939 il confino lavorativo nella Kolyma. Sembrerebbe che ai suoi compagni di prigionia raccontasse molte storie di svariati argomenti, dalla musica alla legge, alla storia russa e al califfato arabo, data la sua variegata forma mentis, tanto che queste capacità dialettiche sembrerebbe gli abbiano dato possibilità di eludere la rete dei prigionieri attraverso una maggiore “tolleranza” nei suoi confronti da parte dei carcerieri, che spesso erano vittime quanto i carcerati per le forme estreme di indigenza ambientale (a tal riguardo la lettura dei Racconti di Kolyma di Varlam Shalamov rimane documento imprescindibile).

dentato_50pxRiguardo allo stile dei preludi, possiamo considerarli come un’offerta ironica, cupa e dolente, al gelo. Un continuo adagio nell’infinito spazio delle distese di Magadan, come dimensione universale. Suono che evoca la tensione tra la fuga sonora, lo spiraglio, le indefinibili rifrazioni dell’anima dinanzi al muro del silenzio e del grigio lavoro di campo; i piccoli brani ossessivamente attivi nella memoria, guardano certamente agli esempli classici dei 24 preludi tanto di Bach, il preludio è forma squisitamente barocca, quanto di Chopin per la grande variegatezza melodica e le soluzioni strutturali inauditamente ardite.

dentato_50pxLa composita architettura come in Chopin fa sì che non si possa distinguere tra tema e ornato, tra abbellimento e tema in alcuni tratti. Le due dimensioni si sovrappongono, diventando una polifonia che sembra a volte procedere per temi dissociati, in contrasto, il cui esito è un’armonia enigmatica e cristallina, con soluzione melodiche e ritmiche di grande originalità. In alcuni frammenti l’ossessiva cadenza del tema rimanda ad una condizione di stallo impassibile, che ricorda l’arditezza ritmica di Prokofiev. Zaderatskij concepì queste composizioni durante la durissima prigionia della Kolyma, campo di lavoro le cui condizioni ambientali sono ben note attraverso i racconti netti di Varlam Šalamov. Sono composizioni generate praticamente senza alcun strumento, attraverso la pura immaginazione sonora nella scrittura, pensati solo successivamente su carta da telegrafo, promettendo ai suoi carcerieri di non scrivere parole bensì note: unico caso del secolo accertato come tale, memorizzati in una prigionia vissuta in logorante attesa di riuscire ad avere il tempo sufficiente per scrivere la propria musica.

dentato_50pxQuesto non ci esime dal pensare al caso paragonabile di Olivier Messian e del suo Quartetto per la fine dei tempi. Sono esempi di come dinanzi alla brutalità diabolica del potere il suono della mente non perde alcuna dimensione, anzi si dilata, comprime lo spazio della propria agonia in apparenza “ineludibile”. Questi uomini obbligati al silenzio o alle peggiori forme di sorveglianza, trovano nella forza di una fuga sonora la chiave in cui nascondere la loro anima. Attraverso l’importante memoria e opera di diffusione del figlio di Zaderatskij, Vsevolod jr, ora l’Europa e il mondo stanno conoscendo la sua opera. Il figlio ci spiega con parole di grande accortezza la peculiarità della posizione che ebbe ad avere suo padre rispetto alla tradizione del suo secolo, un secolo “canelupo”, nelle parole di un grande poeta russo: “Il caso di Zaderatskij è abbastanza diverso rispetto ad altri compositori: il mondo intero non ebbe accortezza di lui proprio come figura di compositore, per di più trattandosi di un compositore importante. Come se egli non esistesse, persino nella comunità dei compositori. Nella società egli fu come un paria, privato del suo diritto di voto, arrestato e condannato alla prigione e all’esilio, possidente di un documento di trasporto che chiaramente indicava la sua seconda classe o status inferiore, impossibilitato per divieto a risiedere nelle principali metropoli, soggetto ad una ingiunzione draconiana su qualsiasi suo lavoro. Stranamente, egli non fu mai espulso dall’unione dei compositori: fu come se l’unione stessa fosse scelta come strumento con cui le segrete istruzioni sul destino di Zaderatskij andavano applicate e implementate.” Confidiamo che gli anni futuri sappiano rinvenire e rinverdire questo tassello mancante nella grande musica del secolo scorso.

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