Dire sì alla vita

Ripartire dalle madri

Non c’è che un modo biologico per generare un essere umano: partorirlo. Solo la donna è capace della generazione biologica. L’esperienza della gravidanza, di cui il parto è compimento, può essere vissuta solo dalla donna. Nel momento estremo, vita e morte s’incrociano e si scontrano, producendo dolore. La possibilità generativa biologica di un individuo femminile della specie umana è qualcosa di unico nel mondo animale, perché in esso è implicabile la consapevolezza razionale dell’avvenimento. Trattandosi di individuo appartenente ad una specie dotata di ragione, l’esperienza del dolore viene vissuta in maniera più complessa rispetto alle altre specie animali.

dentato_50pxIl destino dell’evoluzione ha determinato che homo sapiens conservasse la sua specie attraverso il dolore e la consapevolezza della sua inevitabilità allo scopo di perpetuare la vita. Il dolore suggerisce che la partoriente possa potenzialmente morire – ergo: per mettere al mondo una vita, un’altra vita deve essere rischiata. Il dolore ed il rischio di morte sono dunque intrinseci alle necessità biologiche della nostra specie, e presumo che la coscienza di essi sia stata acquisita molto presto dai nostri antenati.

dentato_50pxNon potendo la vita essere ipotecata, in quanto essenzialmente la vita “vuole vivere”, perché se non vivesse semplicemente non sarebbe – esige pertanto il pegno del dolore e del rischio. Naturalmente la vita non può “volere” in senso proprio, dato che è totalmente incosciente. Solo un agente cosciente potrebbe non-volere la vita: dunque, solo l’Uomo potrebbe non volere la vita. In un senso ancor più stringente, la donna. È infatti lei, e non l’uomo, che prova quel dolore e mette a rischio la sua vita per ottemperare alla necessità biologica della specie. Quello che la donna attua, accettando coscientemente i rischi della gravidanza, è a tutti gli effetti un sacrificio: essa offre se stessa in dono alla “dea vita”, sull’altare della gravidanza. Lo “homo religiosus” per eccellenza è la donna. Aldilà di ogni religiosità formale, il “sì” cosciente che le donne accordano alla vita è un atto di fede a un dio minaccioso, che può chiedere un pegno elevatissimo. Certo, il loro “sì” è incalzato dalla necessità biologica della procreazione, ma è nondimeno un “sì” libero e cosciente. D’altronde, non è tanto alla vita in astratto, quanto all’individuo prossimo che la incarna, che la donna si sacrifica. La vita incarnata nel prossimo – ecco il “dio” alla quale la donna si sacrifica.

dentato_50pxQuello della gravidanza è un fatto imprescindibile per la specie. Ma, in effetti, può essere individualmente evitato. La necessità biologica della specie può trovare un ostacolo nella razionalità dell’individuo, intesa come la capacità di ragionamento latu sensu propria della specie. Il determinismo biologico è dunque interrompibile grazie a una capacità che, pur originandosi dall’evoluzione della specie – perciò avendo una convenienza evolutiva, ergo biologica – può rivoltarsi contro di essa. È a tutti gli effetti un paradosso specifico. Questo paradosso è il momento originario della giustificazione ontologica sul piano biologico del “libero arbitrio”: decidere consciamente di sottrarsi alla necessità biologica della specie. Ma dal fatto di “poter-dire-di-no”, emerge anche la facoltà di “poter-dire-di-sì”. Se le ragioni del “no” sono evidenti – il dolore sicuro e la morte possibile – quelle del “sì” meritano un’attenzione che scavalchi quella del banale determinismo biologico.

dentato_50pxIl «libero arbitrio» è un concetto composto, che lega insieme “libertà” e “razionalità” propriamente umane. Se la libertà dell’individuo della specie umana è intesa come “poter-prescindere-dalla-necessità-biologica”, allora la libertà deriva immediatamente dal “no”. Potendo dire “no”, interrompo la costrizione della necessità e acquisto ipso facto la libertà; ma siccome posso anche dire di “sì”, vado alla ricerca delle sue possibili giustificazioni in un orizzonte simbolico che è già razionale strictu sensu – cioè “anima razionale” – poiché si origina e giace nel paradosso specifico. Dunque: il “sì” è libero e razionale; di più, se le ragioni del “no” sono legate al dolore ed alla morte, che sono timori segnalati dall’istinto di autoconservazione – le ragioni del “sì” devono a fortiori superare questa soglia del “timore biologico” attraverso la ragione, intesa come “anima razionale”, che ricerca argomentazioni per giustificare l’accettazione del dolore e della morte. Ergo: le ragioni del “sì” sono eminentemente razionali, dunque eminentemente umane.

dentato_50pxSulle ragioni del “sì”, di cui è protagonista la donna, si gioca il destino dell’umanità. Ma queste ragioni, pur essendo essenzialmente (ontologicamente) razionali, non è detto che siano né ragionevoli né razionaliste – le sole che ammette la legge del “regno della quantità”. Quest’ultima pretende che si geometrizzi tutti i fatti dell’umano; perciò, secondo essa il mettere al mondo un nuovo individuo dev’essere una mera necessità biologica, o al più uno sghiribizzo dell’egoismo/egotismo dell’individuo – unica dimensione spirituale riconosciuta, poiché biologicamente determinabile. La donna così non è più necessariamente protagonista del destino dell’umanità (si possono generare figli in provetta) o non lo è più con la stessa consapevolezza (perché può ridurre al minimo la soglia del dolore e del rischio, o annullarla apriori tramite contraccettivi).

dentato_50pxCiò determina un indebolimento relativo o una sospensione completa del momento originario della libertà e, con essa, un indebolimento relativo o una sospensione completa della “responsabilità” (che è il corollario della libera accettazione, cioè del libero arbitrio). Non solo: la stessa razionalità viene ridimensionata, “ridotta” – da cui tutte le teorie riduzioniste. Se prima l’anima razionale andava in cerca di giustificazioni, costruendo universi di senso, ora essa è frustrata dalle angustie della ragione biologica, cioè della necessità, che è non-razionale – in quanto antecedente al “gesto razionale” (che è l’atto dell’anima razionale), quindi “irrazionale” – e a-valoriale – dunque, sostanzialmente nihilista.

dentato_50pxIl razionalismo riduzionista contemporaneo sembra aver risolto il paradosso specifico dell’Uomo riducendo la sua razionalità alla sua biologia, deformando la sua libertà in determinismo, degradando la sua ricerca di senso alla mancanza o alla irrilevanza del senso. In una situazione del genere, è ovvio che la società si affidi a ciò che può migliorare le prestazioni biologiche della specie, o assecondare le pretese dell’individuo ridotto – ovverosia alla Tecnica, nel ruolo di amministratore del regno della quantità. Se possiamo serbare la speranza di un domani autenticamente e radicalmente umano, essa può essere generata solo dal ventre di donna.

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