“Pensare oltre la notte del mondo”

Intervento tratto dal seminario “La distopia e la dimora”

Quando Martin Heidegger rilascia a Der Spiegel la famosa intervista ”solo un dio ci può salvare” è il 1967. E’ dunque ancora a venire l’ulteriore rivoluzione tecnologica che genererà lo spazio di cui noi oggi siamo gli abitatori.

dentato_50pxMa già decenni prima dell’avvento di internet e della rete globale era chiaro ad Heidegger quanto si preparava come prossima precipitazione sulla terra: “L’uomo è già sollevato dalla terra, l’uomo non è più un abitatore della terra”. L’uomo è l’abitatore della tecnosfera. E in questa dimensione egli ormai vive come sotto il vecchio cielo popolato di dei vivevano i suoi antenati, e tuttavia vive in questo nuovo mondo senza un adeguato pensiero in grado di pensarlo: vi è avvolto, vi è precipitato senza essere capace, dice ancora Heidegger, “di raggiungere un adeguato confronto con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.

dentato_50pxDentro questo scenario l’uomo appare antiquato, addirittura superato, egli è poco più, o poco meno, di un funzionario dell’apparato che doveva per paradosso servirlo. Assiste come tramortito – e insieme affascinato – al grande rovesciamento, al capovolgimento di ruoli: la tecnica ha smesso di essere lo strumento per addomesticare il mondo, diventa creazione di un mondo nuovo, di più diventa essa stessa scopo, fine, norma.

dentato_50pxMa si può dire che ci sia un passaggio storico determinabile e dirimente in cui la tecnica cessa di divenire strumento e passa ad essere scopo, habitat, il costume di pensiero dell’uomo prima occidentale e poi planetario? Oppure l’uomo occidentale è già ab origine un abitatore della tecnosfera, la quale certo si andrà storicamente delineando nei termini di cui oggi noi abbiamo esperienza, ma che da subito, da che l’Occidente ha cominciato a porre il tema dell’Essere (e dunque del divenire) costituisce lo spartito, l’essenza del pensiero occidentale?

dentato_50pxL’ipotesi che la Tecnica non sia dunque solo l’avventura ultima dell’Occidente ma il suo stesso destino prende corpo dall’evidenza del progressivo e fatale rovesciarsi del rapporto che lega la tecnica ai suoi presunti padroni: l’episteme classica, le religioni, l’umanesimo, le ideologie occidentali, la scienza. Da presunta ancella la tecnica è diventata lei stessa la padrona di queste istanze, così costituendosi come il valore supremo che elargisce tutti i valori, configurandosi come il fine stesso dell’occidente. La tecnica è in altri termini diventata il valore supremo per cui ogni forma dell’agire è adeguata ad essa e ai suoi scopi, che sono diventati gli scopi supremi.

dentato_50pxE qual è lo scopo supremo della tecnica, qual è l’essenza della tecnica, su cui appunto si interrogava Heidegger? L’essenza della tecnica è l’incremento indefinito della propria potenzacioè della capacità di realizzare gli scopi che ogni volta si pone. Da presunto strumento per governare l’imprevedibilità del mondo la tecnica diventa il fine.

dentato_50pxEd è per questo che rispetto alle sue pretese tutte le metanarrazioni, tutte le idee e le ideologie che in nome della giustizia, della bellezza, della prudenza, dell’equità sociale o della bioetica oppongano la necessità di fermare o rallentare la rivoluzione permanente della tecnica, risultano infine impotenti. Incapaci di ogni discorso persuasivo, perché la stessa filosofia occidentale ha corroso e dissolto l’episteme su cui essa stessa si fondava, il suo statuto e con esso, annichilendolo, le idee di giustizia, di umanità, di bene che su quel terreno aveva costruite. Nell’impossibilità di affermare qualsiasi verità non c’è dunque nessuna valida etica da opporre agli scopi dinamici della tecnica.

dentato_50pxIn questo senso il destino dell’occidente, come afferma Emanuele Severino, è l’ineluttabilità del compiersi della volontà di potenza dell’occidente stesso, in questo senso la civiltà della tecnica cresce all’interno dello spazio aperto dalla filosofia occidentale: nel senso cioè che è proprio il senso occidentale del divenire e del tramontare ad esigere che ogni forma di episteme sia portata al tramonto. La tecnica – come ultimo dio dell’Occidente, come apparente ultima parola della nostra cultura, capace di dare potere sulle cose, di dominare l’oscillazione tra l’essere e il divenire – deve dunque dispiegare tutta la sua potenza prima che sorga l’evidenza di quella mancanza che essa porta con sé, di quella debolezza fondamentale che è il rovescio speculare della sua stessa forza. Alla tecnica, intesa come rimedio, come sostituzione dell’antica episteme tramontata, come possibile paradiso terreno, manca infatti la risposta ultima che riguarda il destino della Verità: perché il paradiso della tecnica, che è fondato sulla logica ipotetica, funzionale e sperimentale della scienza, è inevitabilmente privo di verità, di quella Verità incontrovertibile e inflessibile rispetto alla quale la realizzazione del paradiso in terra per mezzo della tecnica potrebbe rivelarsi un illusione. Il destino della Verità peraltro non cesserà mai di alimentare la grande nostalgia per la dimora dell’Essere, nostalgia destinata a crescere parallelamente alla potenza della Tecnica i cui luoghi e i cui spazi non potranno mai essere se non delle imitazioni o delle parodie dell’autentica Dimora.

dentato_50pxQuando Novalis diceva che “la filosofia è propriamente nostalgia, la nostalgia di sentirsi ovunque come a casa propria”, non faceva “semplicemente” poesia ma indicava la via di ritorno verso ciò da cui non ci si è invero mai allontanati. Quando dunque avverrà che la tecnica avrà realizzato le sue promesse sulla terra alla domanda ultima che sarà posta circa la Verità – la Verità che rende liberi – essa non potrà rispondere.

dentato_50pxAncora Novalis in quell’opera sommamente filosofica che è L’Enrico di Ofterdingen mette in scena la domanda cruciale che il protagonista del romanzo pone ai viandanti: “Dove stiamo dunque andando?”. “Sempre verso casa” essi rispondono. In questa nostalgia intesa come ritorno, come riconversione, c’è un’inestinguibile, irriducibile potenza insieme conservatrice e rivoluzionaria, c’è la capacità di pensare oltre la notte del mondo, di sapere che “L’essere è” e che “è un tale nemico del nulla che nemmeno di notte disarma”.
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  1. Risulta altrove che l’intervista di Heidegger risalga al settembre 1966.

    Non che la questione sia dirimente, certo; la faccio notare solo per fare sfoggio …

    Cordialmente.