Quando l’io si fa cosmogonia

In dialogo con un apocalittico

Nel genetliaco del grande Hölderlin, poeta di Patmos, inizio a dialogare con un libro che, libero da ogni sociologismo, moda, political correctness, dona un incontro con l’Apocalisse generato nel calore e nella luce dell’io. Aforistico, di necessità frammentario dialogo con La necessità degli apocalittici di Geminello Alvi (Marsilio, Venezia 2021, d’ora in poi NA): ciò vogliono essere queste righe, non recensione, che implicherebbe pubblicitario intento. E proprio affinché non vengano fraintese come pubblicità – ridicola in un contesto come La Confederazione Italiana –, esse alluderanno solo a dimensioni inscindibili da individuale volere l’attività dell’io. Perciò qui tenterò solo di evidenziare alcuni, pochi, motivi chiave che rendono questo libro invito ad una operatività apocalittica. Operatività comprensibile solo se vogliamo che il nostro io spirituale ri-generi la nostra vita quale inimitabile, irripetibile icona della Via generativamente percorsa da Giovanni. Attività, dunque, che osa sperimentare, oltre ogni confessionalismo – qui del tutto disorientante –, in luce d’adamantina fenomenologia, l’unicità dell’esperienza cristica come radice e fonte d’ogni autentico viversi dell’io in ogni possibile percepire, sentire, pensare, volere: “La via apocalittica è Cristica” (NA, 415).

dentato_50pxIn creativa continuità con le più feconde correnti spirituali, La necessità degli apocalittici onora l’Apocalisse nel suo essere uno scritto di percettologia alchemica: dimorante in Cielo e Terra nuovi (Apoc. 21.1-2), manifestando che nuove sono state fatte tutte le cose (Apoc. 21.5), la nuova Gerusalemme è metamorfosi cosmogonica del nostro organismo percettivo, di cui saranno edificatori solo gli umani che vogliono quell’organismo quale organismo dell’io. Questa Città si manifesterà, allora, solo a partire dagli umani che oseranno volere in ogni possibile percepire – fosse anche il più elementare – un atto trasformativo, creativo, rigenerativo, appunto alchemico, generato dall’io che scopre e manifesta la propria natura cristica: “L’uscire, l’essere indi negli altri esseri: alberi o animali divenire loro, parlarne ogni lingua, dentro a nostro fuori di sé” (NA, 105). Dove ogni percepire, rinato a volersi dell’io come altro, si trasforma in rito che rinnova la Terra ed il Cosmo: rito cosmogonico, cosmopoietico, nel quale l’io si rigenera – nel più manifesto, e perciò meno pubblicizzabile mistero –, oltre ogni ritualità correntemente organizzabile, quale coppa del Gral, e “volendosi in eroica ricerca spirituale si ritrova apocalittico” (NA, 296), ovvero disvelatore, appunto, di Cielo e Terra nuovi.

dentato_50px“L’Apocalisse deve sentirsi opera cosmica d’esperire individuale e quindi nuovo. I destini apocalittici pretendono nuovi misteri” (NA, 291). Misteri che nulla hanno di convenzionalmente misterioso: la loro Soglia potrebbe venir voluta, vista e trascorsa da chiunque, immensa e generosa aprendosi– come aperta è la caverna di Platone (Repubblica 514a3-5)! – alla vera Luce in ogni, anche nel più elementare atto dell’organismo dei sensi voluto quale organismo dell’io. Eppure, paradossalmente, questo volere, proprio perché è per tutti gli umani possibile, si rivela prova di cui enorme parte degli umani neppur s’accorge, e che pochissimi superano.

dentato_50pxChi vuole osar immaginare, sentire, volere in ogni incontro con ogni minerale, pianta, animale, essere umano, la viva presenza, la generativa terrestrità di tutte la celeste Gerarchia, e persino della cristica Trinità? Tanto più nel nostro presente, che sempre più si vuol digitale e postumano, e perciò sempre più disdegna e tiene per vile l’ingenuo incontro con gli odori, i sapori, i colori, le forme, i suoni, le parole, i pensieri, gli io manifesti nella terrestrità? Nel mondo dei pandemici ed asettici turbospiritualismi pseudorientalizzanti e quantistizzanti, troppo poco igienizzata, troppo poco energetica ed energetizzante è la terrestrità, per essere amorevolmente immaginata e voluta come il più alto e profondo spazio iniziatico e misterico.

dentato_50px“Non esiste alcuna forza eterica che non sia potere immaginale; considerata come potenza indistinta, senza una sua vista, è da dilettanti … Non solo il disastro amoroso, ma pure quello di tutto l’esoterismo adesso, è quello di pensare l’ascesi come un’energetica, quando invece implica un atto di grazia immaginale” (NA, 330). Disastro perché allontana dalla sana terrestrità: non per trascenderla, ma per inabissare nel suo aldiquà, vaneggiandolo Cielo, e vaneggiando meditazione uno stato in cui la coscienza è sempre più risucchiata nel sottomondo subatomico, tanto più brutalmente materiale quanto più incorporeo.

dentato_50pxApocalittica, giovannea è la meditazione in cui “la pianta prega, e il metallo si commuove” (NA, p. 396). Dove non si tratta d’un presuntuoso proiettarsi dell’umano, bensì di trasmutare il percepire più umile in fecondante humus di grazia, ma grazia sofianica, ovvero voluta, e voluta da un io generativamente ardente di virgineo amore: grazia immaginale, perché vero amore può solo generare cosmogoniche icone, ipostasi di coscienziale cosmicità, sempre universali perché sempre irripetibilmente e coscientemente individuali – come lo sono gli enti noetici per Plotino, viventi volti (Enneade VI 7.15.26), non smunti universalia stratti.

dentato_50pxImmaginalità è, qui, dunque, sofianica fonte d’eterno: cosmogonico improvvisare, e perciò unico autentico – perché dall’io voluto –presente, “essere nell’istante, restarvi eterni”, quale “metodica dei beati” (NA, 331). Proprio per questo il percorso dell’apocalittico è “risalire dalla storia, in un destino suo e non più di popolo, in esistere di massima disperazione, alla connessione cosmica. […] È l’uomo spiritualizzato nel suo io e non più in una discendenza” (NA, 291).

dentato_50pxRisalire dalla storia alla connessione cosmica: non significa abbandonare la storia, fuggire da essa, ma rendere trasparente, oltre ogni attesa e speranza, il suo essere propedeutica al cosciente sperimentarsi cosmico dell’io. L’apocalittico vuole, allora, l’ascesa della storia ad autocosciente comunità di io, così come tale ascesa la vuole per ogni minerale, pianta, animale, stella, sperimentandoli quale “rivelazione del suo corpo sidereo”: in un’immaginazione che è astralità pervasa e trasmutata dall’io, e perciò desiderio sofiogonico, “calamita che attira fuoco celeste illuminatore, a divenirne gravida. Gli apocalittici desiderano il cielo, e il Cielo riconoscente li rigenera, all’immagine dei loro pensieri in quintessenza della Natura e oltre” (NA, 77). Qui, nell’immaginazione di un io pregno di forza cosmogonica, Natura e Storia si disvelano vivente unità in un nuovo cosmo: perché l’Uomo cristificato ha ri-generato nell’io non solo minerale, pianta, animale, ma anche la storia, che senza il loro umile servirla mai avrebbe potuto squadernarsi, e quindi rendere l’io capace di partorire la propria cristica terrestrità.

dentato_50pxGli apocalittici sono chiamati a riedificare se stessi in eterna Città, dove Natura e Storia sono Tempio in cui gli io cristificati dimorano insieme col Pantocratore e con l’Agnello: senza luce che sia esteriorità, perché illuminati dal manifestarsi di Dio, e dall’Agnello come luminare (Apoc. 21, 22-23).Ma nulla che non sia io – dunque nessuna speranza e attesa meramente terrena – li sosterrà e nutrirà in questa Opera. Devono, dunque, imparare, incarnati sulla terra, il “saper vivere con assoluta fiducia senza mai alcuna sicurezza nell’esistenza, fiduciosi nello spirito. Vivere ossia senza misura, ma appoggiati alla fede della luce, che viene da dentro l’occhio e non dal suo di fuori” (NA, 408). Devono, insomma, vivere ogni istante come fine del mondo.

dentato_50px“Come in percepita fine del mondo l’anima, perduto l’umano, si possa esperire in cielo, senza vanificare la terra, anzi tenendosi in digestione eucaristica, è quanto l’Apocalisse richiederebbe di chiarire. Ma se l’umano s’è esaurito, ormai perso, dove s’incarna il sovrumano?” (NA,375). La terra non si vanifica, e con essa non si vanifica neppure il più umile terreno percepire, solo se si osa presentificare costantemente il suo essere già finita: l’infinita assenza sperimentata presente attuale della terrestrità, da un attuale infinito fa venire incontro all’io, in accendersi d’eterno istante, la Vera Icona che ogni suo atto percettivo può partorire. “Argomento delicato, facile a sciuparsi” (NA, 375), perché è fin troppo forte la tentazione di rincorrere l’infinità – subito rendendola cattiva matrigna – in un aldilà acquattato dietro l’umile percepire, obliando quanto già i sapienti dei Veda avevano disvelato: che Vishvakarman, il Cristo-Lógos Poeta di tutte le cose, non abbandona la propria Opera, ma la accompagna con sacrificale incarnarsi in cosmogonico rito (Rig Veda X 81). Rito che si celebra, non voluto, in ogni eterno istante in cui il Cristico Fuoco – per i sapienti vedici il Mánas, la Mente, l’Intelligenza di Vishvakarman – accende l’io al casto partorirsi della sua quotidiana, ingenuamente adamantina autotrasparenza; rito che l’apocalittico impara a voler celebrare, in prospettiva rovesciata, in ogni atto percettivo, nel quale l’io è invitato a farsi icona del Cristico Fuoco, quindi a divenire per l’altro levatrice d’un manifestarsi quintessenziale. Facile a sciuparsi, questo argomento, perché troppo facile è il non veder la regale, cosmica umiltà dell’infimo granello di sabbia, di malva nata fra ingorghi assordanti, di farfalla sposa in mezzo al pietrisco. Facile restare sordi al loro donarsi quale musica di somme Gerarchie.

dentato_50pxIl Cristo-Lógos si è terrestrizzato come forma d’ogni cosa, affinché ogni forma della terrestrità possa risorgere, vivere il proprio rinnovato disvelarsi – la propria apokálypsis – mediante l’umano oganismo dei sensi voluto come organismo dell’io. Ma senza l’io che, libero da ogni sicurezza e speranza umana – tanto logica quanto sociale –, vuole come proprio l’organismo dei sensi, e dunque non si lascia distrarre da bercianti riduzionismi, l’esaurirsi dell’umano diviene grottesco, sempre più spasimante ed estenuante, demonicamente trasmutante inabissarsi nel digitale postumano, tanto più inabissante quanto più è grottesco, parossistico vaneggiarlo sovrumano: “È la sfera conclusa, la caverna finta cielo dove gli abitanti della terra vogliono restare senza morte, perenni. Calamita infera per i vivi già morti, relitto ma galleggiante” (NA, 416). Sfera conclusa, ma senza forma, o, meglio, ossessivamente formivora proprio mediante l’essere caricatura di dinamica forma: “La parola di Cristo è il Lógos creatore, tutto formante; la voce d’Anticristo è annientamento, perdita d ogni forma” (NA, 256). Sfera conclusa, dove conclusa significa sempre più accelerante, ossessivo e compulsivo strangolamento in forma di onanistica estasi pseudospiritualistica: rattrappimento dell’io in atomo di tenebra, vaneggiato sfera di luce, in insensata autofagocitosi di tempo e spazio, con caricaturale apparenza di postumana immortalità.

dentato_50pxSempre meno esisterà autentico spazio per gli umani che, obliando l’organismo dei sensi come organismo dell’io, non riusciranno a vivere uno spazio apocalittico: “Lo spazio non è involucro esterno, separato, ma s’intesse generando per dignità beata dal cuore” (NA, 402). E proprio in vista di questo generare è infallibile pedagogia il sano percepire terrestre, educante l’anima a partorire vivente geometria, e dunque elevazione ad una sempre più consapevole generatività spirituale. Ecco perché le geometrie misteriche sono nate in comunità che hanno sempre coltivato la salute dell’organismo percipiente. Solo se incarnata in sano organismo dei sensi l’intelligenza, infatti, può comprendere e sperimentare che “lo spazio non esiste fuori dall’anima che geometrizza”, che “lo spazio geometrico è spirito”, e che “chi viva davvero in una geometria si tende in forza plasmante e solare”, dove “il pensiero […] diventa attivo, forza fisica, tramite ancora vivente” (NA, 401).

dentato_50pxIl dialogo maieutico col sano ed umile – sovente sporco, e comunque non asettico – fenomeno percettivo abitua a sperimentare l’io come virginea e sofianica coscienzialità: fecondo vuoto eternamente sgorgante dal cuore, che in ogni sano percepire opera come embrione di nuova, giovannea solarità. Nell’organismo dei sensi, sempre più voluto come proprio, l’io, pertanto, si può sempre più scoprire e manifestare come punto dell’attualmente infinita sfera di luce spirituale, in cui ogni punto è centro, e la cui vita è archetipico respiro e cardiacità: sfera che è la più ingenua e germinale icona dello spazio che abiterà la nuova Gerusalemme, madre di nuove fisiche, geometrie, aritmologie – tante, in vivente, sferica unità, quanti gli io che vi dimorano –,che si annunciano nell’intelligenza immaginale degli apocalittici.

dentato_50px“In esperimento del vuoto si può preesistere alla nuova terra edenica nel mistero della vita” (NA, 405). Quanti osano vedere questo esperimento, questo attingere all’Albero della Vita, in ogni fenomeno percettivo dell’organismo dei sensi operante quale organismo dell’io? Giovanni muta in oro e gemme umillimi pietruzze e stecchi raccolti sulla riva del mare (NA,408, che cita la Legenda Aurea), ma non perché ha rinunciato ai sensi, sibbene perché ha trasmutato il loro sperimentare in istantaneo generarsi di comunità nell’Io-Cristo: nell’espandersi istantaneamente, attualmente infinito del proprio io nella sfera di luce spirituale, immagine di quell’espirazione in cui “il carbonio induce nell’uomo la vita” (NA, 408), dove respiro è rovesciarsi istantaneo della sfera infinita in un punto, che “è il nostro cuore e al contempo il sole” (NA, 403).

dentato_50pxLa “maestà di Dio nell’ognidove” (NA,409) è geometria del cuore: “quant’era contrarsi in prigione minerale, di mai intimo moto, fisso, anzi calpestato, immolarsi massimo di quant’è ancora terra, implode, diventa il nostro. Il benché minimo evento era dunque già sfera assoluta, addrittura la nutriva: ogni esistenza nutre un cosmo d’entità che l’ingoia, là dove tutto si trasmuta, e per tutto intendo ogni ogni cosa vista e pensata in infinito attuale”. Il contrario, dunque, della cattiva infinità proiettata dal silicio che nel mediare il digitale è deprivato dell’incontro con l’io. Ma non per responsabilità dell’innocente silicio, bensì degli umani che non sanno autentica preghiera, nella quale ”il silicio si rivela luce, atto primordiale, che cattura la luce d’ognidove” (NA,412): come ogni atto percettivo nella sua orginaria innocenza, che l’io può rigenerare.

dentato_50pxIl digitale non è in sé male, ma solo se bilanciato da alchimia di sensi e respiro nutriti dall’io, dunque da cardiaca, cristica solarità: solo “materia d’antigravità”, “nome segreto del rito” (NA, 397), può salvare dalla digitale, anticardiaca caricatura della levità, che grottesca vorrebbe ergersi a confessionale trascendimento dell’umano, ma l’umano infogna, perché non accesa, come l’innocente acqua, dal “darsi all’altro da sé” (NA, 413).

dentato_50px“L’epidemia è occasione per completare l’omologazione di tutto, irrigidire l’anima in forma non espressiva, restringerla cosicché alla fine l’unico nesso degli abitanti della terra resti quello combinatorio di internet, tanto che respirare diventi peccato, e l’umanità reato. Il che ci costringe al sovrumano, là dove s’arresta l’eutanasia dell’io” (NA, 423). L’ormai plurisettennale attacco al nostro organismo dei sensi – e perciò al respiro, al sangue, al cuore – è paradossale evidenza del sua essere, se voluto come organismo dell’io, embrione di autentica, apocalittica, e dunque sovrumana comunità: tanto più contraddittorio rispetto al teatro coronarico quanto più tale teatro viene venduto come generazione di autentico spirito comunitario. Quanto abissalmente lontano sia tal teatro dalla vera vita lo mostra il suo vampiresco e zombificante nutrirsi di paura della morte.

dentato_50px“…la paura della morte diventa il sintomo più palese della seconda morte”, nella quale morte non si è reintegrati nell’etere eterno, ma “il tempo resiste come un ristagno dentro la paura” (NA, 393): paura tanto più divorante una pseudoumanità indefinitamente putrescente e senescente, quanto più lo pseudoumano, sofficemente brutalizzato dal postumano, s’illude di erigere il paradiso in terra, trasmutando la propria vita nell’inferno d’una durevole non morte che non è vita.

dentato_50px“Prima” è questa “epidemia”: perché è la prima vera e propria epidemia di paura, paura mai così radicale neppure dinanzi alla peggiore peste? Quante, e in che modalità d’inscenamento, ne seguiranno? Sempre di più per gli umani che continueranno a vaneggiare l’astratto “essere” prioritario rispetto alla viva coscienza dell’io cristicamente donata. Bestializzante trionfo d’ogni astratta, puramente cerebrale ontologia è il teatro che stiamo sperimentando.

dentato_50pxIl Giovanni dell’Apocalisse “non predica l’io sono; nello Spirito Santo cerca l’io vivo” (NA, 424). Il Vangelo dell’“Io Sono” non è completo senza l’Apocalisse dello pneumatico “Io Vivo”: dove il Discepolo non è più solo ascolto del Cristico Cuore Amante e Pastore, ma Sapienza, Forza e Bellezza di un Io che il Fuoco del Cristico Spirito ha generato quale adamantina cosmogonia.

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