Claudia Procula

Tra giustizia umana e giustizia divina

Ciò che era scritto, stava per compiersi. Ma «la lettera uccide» (2Cor 3, 6), cioè frustra i tentativi di comprensione, che possono riuscire solo per intervento dello Spirito – lo Spirito ispira, e gli ispirati comprendono, o quantomeno intuiscono la Verità. I dottori della Legge, i farisei, gli scribi, gli anziani del popolo ebraico, guardavano ma non vedevano: guardavano questo giovane uomo nazareno di circa trent’anni, ne ascoltavano le parole, ne seguivano gli spostamenti, ne apprendevano le attività; ma non vedevano chi Lui fosse davvero, non vedevano Dio – conoscevano a memoria le Scritture, eppure la loro sapienza senza lo Spirito era insipienza, e perciò loro degli sciocchi. D’altronde, non poteva essere diversamente, affinché ciò che era scritto si compisse.

dentato_50pxL’Agnello doveva essere immolato, il suo sangue innocente avrebbe dovuto lavare i peccati dell’umanità corrotta. Sull’altare del sacrificio ci arrivò repentinamente. Gesù e i suoi discepoli erano ancora nel giardino del Getsemani, e il Figlio dell’Uomo non aveva ancora asciugato le lacrime amare versate per la paura e l’angoscia umane al pensiero dell’imminente sacrificio, quando arrivarono i servitori dei sacerdoti e dagli anziani del popolo, che Lo portarono via – via dai suoi discepoli, via dai suoi affetti mondani più cari, per andare a compiere il suo destino divino. Egli era già stato condannato quale bestemmiatore da quegli uomini che Lo avevano fatto portare via; ma essi non potevano procedere all’esecuzione, perché la sentenza capitale non era loro appannaggio. La Giudea era infatti una provincia dell’Impero di Roma; e a Roma spettava la prerogativa su questo genere di sentenze. Per questa ragione, coloro che volevano uccidere il bestemmiatore, cioè immolare l’Agnello, dovettero rivolgersi a Ponzio Pilato.

dentato_50pxPonzio Pilato è stato prefetto della Giudea, durante il regno dell’Imperatore Tiberio (14 – 37 a.D.). Lo è stato davvero: non si tratta di un personaggio immaginario, bensì di un uomo in carne, ossa e posizione sociale. Ma chi è stato davvero? Secondo fonti storiche non testamentarie, egli fu un amministratore severo, consapevole dell’ufficio che il suo ruolo prevedeva, e senz’altro orgoglioso d’essere rappresentante di Roma quanto basta per non dimostrare particolare sensibilità verso la cultura ebraica. Invece, i Vangeli non si occupano della vicenda biografica di Pilato, quindi nemmeno della sua consueta disposizione nei confronti delle questioni interne alla comunità ebraica: ad essi interessa piuttosto restituirci l’atteggiamento che tenne nel processo e nella condanna di Gesù. A tal proposito, tutti e quatto i Vangeli convergono su questi fatti: Pilato non riscontrò nessuna colpevolezza in Gesù, quantomeno secondo la legge romana; Pilato era reticente a condannarLo, in quanto non condivideva le ragioni culturali/religiose dei sacerdoti e dei capi del popolo; Pilato si risolse infine ad accontentarli, cioè consegnò loro Gesù perché Lo crocifiggessero, ma rifiutando di assumersi la responsabilità della Sua morte.

dentato_50pxUn proverbio dice: «Roma locuta causa finita». Siccome in quei momenti Roma era Ponzio Pilato, allora Roma locuta est: “non colpevole”. Eppure, Gesù è stato comunque abbandonato alla morte. Pilato avrebbe dovuto comportarsi secondo i dettami di una rigida giustizia, ma non lo fece e si lasciò guidare da considerazioni “politiche”, cedendo al tumulto popolare artatamente suscitato dai sacerdoti e dai capi del popolo. A leggere questa vicenda, ancora oggi restiamo sgomenti difronte a questa patente ingiustizia. E come non potremmo, se ancora possediamo se non l’idea, quantomeno il senso della Giustizia?

dentato_50pxPilato, cioè Roma, allora come oggi è figura allegorica della Πόλις, cioè della comunità politica lato sensu, che include anche la prassi della “politica politicante” stricto sensu. Alla prima apparteniamo tutti, in quanto ogni persona è ζῷον πολιτικόν, così che siamo antropologicamente destinati alla comunità politica; della seconda, invece, siamo tutti potenzialmente vittime, e lo saremmo paradossalmente ancor più qualora ne fossimo beneficiari – perché diventeremmo conniventi di una prassi viziosa che indulge troppo nel cercare il “meglio” a detrimento del “Bene”. Pilato ritenne che fosse appunto meglio soddisfare la sete di sangue del popolo, anziché assumersi la responsabilità di comportarsi in maniera conseguente ad un retto giudizio. L’acqua in cui Pilato si lavò le mani prima d’abbandonare Gesù al giustizialismo del popolo, era acqua torbida, come quella di una palude in cui sempre potrebbe affondare la buona volontà delle persone.

dentato_50pxPrima di commettere «[…] per viltade il gran rifiuto» (Inferno, III, 60), Pilato ricevette un consiglio in extremis: «Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”» (Mt 27, 19). Improvvisamente, in questo dramma storico e cosmico compare un nuovo personaggio, che ha appena lo spazio di una battuta, prima di ritirarsi e scomparire: la moglie di Ponzio Pilato. Chi era costei? La tradizione e qualche leggenda agiografica le attribuiscono il nome di Procla, o Procula, o Perpetua. Talvolta, individuandola in quella «Claudia» di cui si legge in 2Tm 4, 21 («Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli»), la considerano una convertita al Cristo.

dentato_50pxClaudia Procula, dunque, moglie di Ponzio Pilato. «Moglie», perciò donna – non (ancora?) cristiana, sicuramente non ebrea, e quindi presumibilmente pagana. Ora, se «pagano» è un termine di per sé concettualmente ambiguo, dato che è un epiteto dispregiativo adottato dagli stessi cristiani secoli dopo, per indicare socialmente, prima ancora che religiosamente, i non-cristiani – all’epoca di Claudia Procula, lo era a maggior ragione: in una stagione di profondi e diffusi fermenti religiosi, tra ansie di rinnovamento spirituale e tradizioni da salvaguardare, a quali dèi poteva essere devota e a quali culti poteva partecipare esattamente la moglie di Pilato? Non è possibile rispondere a questa domanda. D’altronde, si può immaginare che anche lei vivesse gli stessi turbamenti che caratterizzavano la religiosità romana dell’epoca. Forse, dal testo del Vangelo di Matteo si può anche presumere che possedesse una peculiare sensibilità spirituale, che si manifestava in sogni e visioni – luoghi tipici dell’ispirazione divina secondo ogni tradizione religiosa. E allora, come lo Spirito ha fatto parlare i profeti dell’Antico Testamento secondo Verità, così può ispirare chiunque sia destinato ad assecondare l’economia della Salvezza – compresa una donna pagana, moglie del prefetto della Giudea.

dentato_50pxClaudia Procula ebbe dunque una visione di Gesù, prima di vederlo di persona, e senza sospettare che potesse trattarsi del Cristo. In questa visione, però, un fatto le apparve chiarissimo, quasi si stagliasse su un fondo luminoso: che Egli era «giusto». Nella versione originale del Vangelo, il termine greco adottato è «δικαίῳ», da «δικαιος». L’utilizzo di questo termine è assai significativo per due ragioni: la prima, perché esso ricorre circa duecento volte nel Nuovo Testamento, quasi a rimarcarne l’importanza; la seconda, è che esso significa sì “giusto”, nel senso di “uno che agisce con rettitudine” – ma soprattutto, possiede prioritariamente un valore teologico, in quanto indica “il giusto di Dio”, cioè colui che Dio riconosce come Suo eletto. Questo concetto appartiene alla tradizione abramitica, non è pagano. Ma a scrivere il Vangelo è stata una mano se non appartenente, senz’altro consapevole di tale tradizione, perciò consapevole del significato teologico posseduto da quel termine. In sostanza, Claudia Procula fu ispirata da Dio a riconoscere quello che a lei sembrò – e non poteva essere altrimenti – “un” Suo eletto. Se fosse vero ciò che racconta la tradizione, ella avrebbe riconosciuto che Gesù era il Cristo, “l’Unto”, cioè l’eletto per eccellenza e singolarità, solo più tardi, quando avrebbe deciso di convertirsi.

dentato_50pxCiò non riduce affatto il valore della sua visione: ella venne a sapere per ispirazione divina che quell’uomo di nome Gesù era un “giusto”; e se già rimase turbata nel sogno, figurarsi quanto dovette esserlo vedendoLo in tribunale, sottoposto al giudizio e potenzialmente alla condanna emessa da suo marito. A niente valse il suo accorato appello: Ponzio Pilato, pur non condannando Gesù, cedette alla pressione del popolo, abbandonandoLo alla dolorosa ed infamante morte sulla croce. Dunque, Claudia Procula non riuscì a salvare Gesù; nondimeno, ella fu eletta dallo Spirito ad assecondare l’economia della Salvezza, la quale non si esaurisce all’evento storico, bensì si comprende sub specie aeternitatis. Proprio da questa prospettiva è allora opportuno considerare questo personaggio. Se ne può ricavare alcuni insegnamenti importanti.

dentato_50pxIntanto, siccome la moglie di Pilato è la prima persona di religione e cultura pagana, a riconoscere in Gesù un “giusto di Dio”, ella sta a dimostrare che anche i pagani possano ricevere lo Spirito, e predisporsi così alla conversione. Ma i pagani non si sono estinti coi tempi antichi: ancora oggi, «pagani» possono essere considerati quanti, come Claudia Procula, pur non credendo ancora nel Cristo, possiedono una spiccata sensibilità religiosa, che li fa agognare a placare irenicamente il loro spirito turbato nella Verità (Gv 14, 6).

dentato_50pxInoltre, occorre constatare che tra Ponzio Pilato e sua moglie Claudia Procula c’è una significativa dicotomia, incentrata sul significato e sul valore della giustizia. Il primo, è un uomo che amministra una giustizia umana; la seconda, è una donna, quindi appartenente anch’ella alla specie umana, che però è divinamente ispirata a percepire, a riconoscere la giustizia autentica – che è anche autentico Bene, ma anche autentica Verità, perciò in sostanza è Dio. Ecco la differenza irriducibile tra marito e moglie – che è la differenza irriducibile tra due specie di giustizia, quella umana e quella divina. Solo l’ispirazione divina permette di riconoscere la giustizia autentica, che infatti è giustizia divina. La giustizia umana, invece, è non solo approssimativa, cioè fallibile, nel discernere il bene dal male, la colpevolezza dall’innocenza – ma è perdipiù intrinsecamente fragile, perciò sempre prossima a franare nell’ingiustizia.

dentato_50pxInfine, la dicotomia tra marito e moglie illustra in maniera straordinariamente esplicativa la condizione della società umana in quanto tale, delle comunità politiche di ogni tempo. S’è già detto che l’Uomo è antropologicamente destinato alla comunità politica, cioè alla Πόλις. Nella persona di Pilato, la Πόλις dimostra tutta la sua imperfezione. Ma è solo nella persona di Claudia Procula, cioè dalle sue parole così incisive, che possiamo comprendere le ragioni di quella imperfezione: ovverosia, che la Πόλις è un’istituzione umana, e come tutte le istituzioni umane tanto è imperfetta e può degenerare, quanto più si allontana da Dio – ciò lo possiamo constatare in maniera privilegiata a proposito della giustizia, che quando è esclusivamente “umana” può scadere nella peggiore delle ingiustizie, cioè condannare un innocente. Non solo: il fatto che Claudia Procula non riuscì a persuadere il marito a non condannare Gesù, ci suggerisce quanto la condizione secolare della Πόλις – alla quale noi apparteniamo, e con la quale perciò condividiamo la nostra stessa attuale condizione – sia di per sé un ostacolo affinché la giustizia autentica, la giustizia divina possa effettivamente imporsi.

dentato_50pxCon tutto ciò, non si vuol intendere che la Πόλις non debba esistere: sarebbe come pretendere di cambiare radicalmente la natura stessa dell’Uomo – che è quella di ζῷον πολιτικόν. Ma quanti ne sono i rappresentanti, gli amministratori, gli interpreti, dovrebbero tenere sempre lo sguardo fisso a Dio, per attendere un’ispirazione dello Spirito e coglierla con prontezza, in maniera tale da impegnarsi ad informare la Πόλις alla giustizia autentica. Solo così diventa possibile dedicarsi davvero alla promozione del “bene comune”. Solo così diventa possibile riscattare la giustizia umana, affinché il sangue dell’Agnello non sia stato versato invano.

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  1. Grazie, un lume importante su uno dei tanti “piccoli” momenti di questi testi infiniti, sviluppato sommamente indicando l’eterno, attualissimo, dualismo tra giustizia umana e divina. Complimenti.
    Francesco