Nelle Marche "aree interne" e comunità montane (evidenziate in foto) occupano la maggior parte del territorio
Nelle Marche “aree interne” e comunità montane (evidenziate in foto) occupano la maggior parte del territorio

Fragilità e anti-fragilità nelle aree interne del territorio marchigiano

Intervento tratto dal seminario “La città diffusa”

dentato_50pxPer nessuna regione italiana la partizione tra aree interne e sistema urbano litoraneo è significativa come lo è per la regione Marche. Qui la partizione entroterra/costa assume un significato politico profondo e in qualche modo costitutivo della identità regionale, una identità pure incerta nei suoi caratteri, come lo stesso plurale del nome sembra indicare. Nella definizione che ne ha voluto dare la Strategia Nazionale per le Aree Interne le aree interne rappresentano – ed è quasi un ossimoro involontario – quella parte di territorio posta all’esterno della condizione urbana e metropolitana per le difficili condizioni di accessibilità al sistema dei servizi. Una porzione che è maggioritaria in Italia per estensione di territorio (2/3) ed è significativa anche per quantità di popolazione ospitata(1/4). Per la regione Marche, ancora alla metà del XX secolo, questa rappresentazione avrebbe però avuto pochi punti di sovrapposizione con la convenzione geografica che definisce “interne”, per contrapposizione a “litoranee”, le aree distanti dalla linea di costa. Questo, prima che i processi di urbanizzazione del secondo dopo guerra spostassero verso la costa quote importanti di popolazione attiva “liberate” dal proprio impegno nelle attività agricole per effetto della meccanizzazione delle pratiche e della evoluzione dei modi di produzione.

dentato_50pxL’armatura urbana della regione

dentato_50pxL’armatura urbana della regione era ancora saldamente radicata nel territorio interno nel quale la densa rete dei municipia romani, transitata nella riorganizzazione medioevale e moderna, offriva una distribuita rete di città, sottolineate nel loro rilievo politico ed urbanistico, dalla organizzazione diocesana presente qui con una densità davvero insolita. Per di più – a differenza di quanto avviene per la vicina Emilia Romagna con l’asse consolare della Via Emilia, una strada che, con Marziale, da il nome a una intera regione – la direttrice adriatica che innerva oggi le economie costiere lungo l’asse della A-14 (come non era accaduto invece per la più antica ma meno performante linea ferroviaria ottocentesca) non rappresenta l’asse di forza “storico” delle relazioni regionali. Linea di forza che le economie marchigiane hanno trovato prioritariamente nelle direttrici ortogonali che, dalla epoca repubblicana in poi, hanno legato i territori marchigiani all’Urbe, dalla Flaminia alla Salaria (o viceversa). L’intensa urbanizzazione del secondo dopoguerra è stata, nelle Marche, come in molte realtà del Paese, anche un processo di pianurizzazione e di costierizzazione degli insediamenti. Ed è stato questa trasformazione territoriale della modernità recente a rappresentare l’esistenza di uno spazio interno, progressivamente svuotato di popolazione e di economie, come un carattere problematico e una criticità dello sviluppo. Sino a generare risposte – ingenue ma generose – nei primi tentativi di una programmazione regionale ante-litteram che negli studi e nelle proposte dell’ISSEM arrivò a disegnare una strategia di riequilibrio, anche infrastrutturale.

dentato_50pxIl mondo nuovo della terza Italia

dentato_50pxNegli anni ’70 del novecento l’esplosiva comparsa sulla scena della Terza Italia, di un nuovo modello di “industrializzazione senza fratture” che si realizzava nel Nord Est Centro del Paese e che proprio nelle Marche trovava i suoi aedi, ha portato la questione del rapporto entroterra-costa in secondo piano. Un po’ per il carattere diffusivo che lo sviluppo distrettuale mostrava, risalendo le valli con attività manifatturiere e residenze sub-urbane, appoggiandosi sulla l’ordinata – e in apparenza semplice – trama territoriale che segna la geografia regionale. Ancor di più perché il tessuto delle economie distrettuali centrate nelle strutture territoriali delle città della costa, ormai spinte oltre il limite dei confini comunali, rappresentava queste nuove realtà territoriali come i nodi di una catena che prendeva la forma di una inedita direttrice di sviluppo e cominciava a trovare rappresentazione nel racconto (e nel mito) del Corridoio Adriatico. Con questa narrazione felice – sviluppo diffusivo e direttrice adriatica – la regione si è affacciata alle soglie del nuovo secolo. Quando per incagliarsi qui nelle secche della mancata risposta del tessuto manifatturiero regionale alla pressione selettiva della Grande Recessione del 2008-2011. Contemporaneamente, veniva meno il riferimento metaforico e infrastrutturale rappresentato dalla prospettiva del Corridoio Adriatico, naufragato nelle geografie europee della rete TEN-T e nelle conseguenti decisioni di investimento dei grandi player infrastrutturali. Ponendo la regione – la “comunità di imprese e territorio” come dice felicemente il titolo di questo nostro seminario – di fronte allo sconcerto e alla delusione che lo svanire di ogni grande promessa induce. Delusione tanto più grande per questa sfida, che sembrava poter condurre un territorio minore, come le Marche sono, allo standing di una economia regionale di primo piano.

dentato_50pxLa condizione delle aree interne

dentato_50pxIn questa nuova ed incerta realtà, paradossalmente ma non troppo, il tema delle differenze interne e delle disuguaglianze socio-spaziali ritorna di attualità. A rendere più drammatica la condizione delle aree interne e – insieme – a neutralizzare la portata di una Strategia Nazionale che nel frattempo muoveva i sui pass, c’è stata anche, in corso d’opera, la grande legnata del sisma. Per una parte rilevante delle aree interne della regione, questo ha riproposto con assoluta drammaticità l’urgenza e le dimensioni di un esodo verso la costa, registrandolo con una accelerazione che neppure la fase più intensa dell’innesco dei processi di urbanizzazione aveva conosciuto nell’immediato dopoguerra. E poi, naturalmente, la pandemia, che ha proposto il tema inverso di una fuga dalle città, affermato nelle proposte visionarie di protagonisti della architettura italiana e praticato nei comportamenti di un pubblico di consumatori costretto– nella stralunata estate della pandemia del 2020 – a limitare la sua mobilità vacanziera alla prossimità e al medio raggio.

dentato_50pxIl Paradigma della Antifragilità

dentato_50pxDi qui parte la mia riflessione, quella che ho affidato alle pagine di un libretto: Fragili e Antifragili. Territori, Economie e Istituzioni al tempo del Coronavirus scritto per neutralizzare le ansie della pandemia e per riorganizzare la routine di una vita professionale della quale il movimento era parte essenziale. Dobbiamo partire ancora dallo scenario che abbiamo visto uscire dalla Grande Recessione del 2008-2011. Quando la manifattura italiana, concentrata nelle regioni del nuovo triangolo industriale (che Dario Di Vico colloca tra Varese, Bologna e Treviso) e trainata dalle multi-nazionali tascabili e da PMI ben inserite nelle global supply chain, ha risposto con qualche efficacia allo shock generato sul lato della domanda dai movimenti tellurici della finanza globale. Mentre l’intero Paese – e la regione Marche sicuramente con esso – faticava a ritrovare il sentiero dello sviluppo. Di qui riparte, credo, la sfida che sta di fronte alla economia italiana nella risposta allo shock, questa volta sul lato dell’offerta, causato dalla pandemia. Di qui si deve partire anche quando ci si interroga sulle trasformazioni economiche sociali e istituzionali che la pandemia Covid 19 determina, assumendo il punto di vista della Montagna e delle Aree Interne, come faccio abitualmente nella mia esplorazione.

dentato_50pxLa sfida delle infrastrutture sociali

dentato_50pxFuori da ogni suggestione romantica, l’attenzione delle Aree Interne va posta innanzitutto sulla qualità delle infrastrutture sociali che in essa sono presenti, nel campo della salute, della educazione e delle comunicazione. Infrastrutture sociali che rappresen-tano oggi, anche nella attenzione delle istituzioni e delle politiche europee esternalità non meno rilevanti delle tradizionali infrastrut-ture economiche nel condizionare la competitività dei sistemi economici e territoriali, in una stagione di Economia della conoscenza che è, ormai, anche di Economia della vita. Queste infrastrutture sociali sono state sottoposte dalla pandemia a uno stress test di straordinaria portata. Uno stress test ricco di indicazioni rilevanti per progettare soluzioni non solo efficienti ma anche efficaci, non solo resilienti ma anche antifragili. La pandemia ha messo in evidenza come una esasperata ricerca di efficienza dei sistemi – attraverso la imposizione di condizioni uniformi, indifferenti alle specificità dei luoghi – può indebolire seriamente l’efficacia della loro risposta. Efficacia che ha invece la necessità di disporre di riserve di capacità e di circuiti di ridondanza per sostenere eventi critici inaspettati ma affatto improbabili.

dentato_50pxL’imperativo della crescita

dentato_50pxNel medesimo tempo la Strategia per le Aree Interne sposta in alto l’asticella della proposta progettuale, ricercando convergenza e sinergie tra innovazione delle politiche per i servizi di cittadinanza e nuovi approcci allo sviluppo locale e proponendo una originale e sofisticata governance multi-livello. Nella difficile e straordinaria congiuntura della economia che deve uscire dalla caduta dei livelli di produzione e di domanda generati dalla pandemia avvertiamo, oggi l’esigenza di andare oltre la risposta resiliente ma selettiva che alcuni settori e alcuni territori della nostra economia hanno conosciuto dopo la Grande Recessione del 2008-2011. Passare a una risposta invece di rigenerazione inclusiva, capace di mobilitare nel modo più vasto le risorse umane e imprenditoriali del Paese. Una risposta che si sostanzi in un doppio movimento, una azione di allargamento della base della crescita e una azione di approfondimento della sua intensità. L’imperativo brutale della crescita non è meno stringente di quello della sostenibilità, ne è anzi una componente essenziale che, sola, consentirà la restituzione del debito che abbiamo fatto nel nome dei nostri nipoti. Il Paese deve costruire in questa stagione la capacità di mobilitare risorse più ampie sul sentiero della crescita, facendo leva, per colmarli, nei gravi differenziali di genere, generazionali e territoriali che registriamo nelle dinamiche economiche italiano dell’ultimo quarto di secolo, che neppure con un certo eufemismo potremmo chiamare di sviluppo.

dentato_50pxQualche domanda, per concludere

dentato_50pxL’interrogativo che ci poniamo è: potremo (e vorremo) trovare queste risorse anche nei territori non metropolitani del Paese? Riusciremo a farlo sull’onda di una oggettiva ripresa di attenzione con cui si sono esercitate da qualche tempo le politiche per una nuova centralità della Montagna? Una montagna verso la quale si è rivolto lo stesso sguardo dei cittadini, in questa stralunata stagione della Pandemia? Riusciranno a farlo, soggettivamente, le leadership locali, sfidate ora più che mai sul piano della qualità della proposta di governo? Il successo di questa mobilitazione, la doppia ricostruzione dell’Appennino e la sua rappresentazione come nuova centralità di una Italia più articolata, sofisticata e complessa – ma non meno competitiva dei suoi lander padani – produrrà effetti anche fuori dal proprio più stretto perimetro? Riuscirà – e questa se mi consentite è la sfida davvero più avventurosa – a trasmettere nuove energie vitali anche a quei sistemi urbani che, nella costa marchigiana, si sono sentiti respinti ad una condizione di relativa perifericità dopo aver assaporato l’ebrezza della celebrità distrettuale?

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