La vita è tutta qui

Una nota su “Il libro delle case” di Andrea Bajani

C’è un punto di contatto col reale che insorge al nostro tempo e nomina le cose scardinandole, unendo ciò che è stato, ciò che è in atto e tutto il potenziale. E forse la scrittura è poco più di un gesto compiuto nelle case. Le case abbandonate, le case rovesciate, le case come monadi specchiate. Non è vero che non siamo stati felici, dice Franco Fortini. Non è vero che siamo stati sempre infelici, si potrebbe provare a correggerlo. Sta di fatto, e a dirlo è sempre Fortini, che il tempo è reversibile, perché è fatto di figure, che sono simboli dei desideri immutabili, dolorosi, e questi desideri immutabili, dolorosi, che mordono il cuore nei sonni, non sono altro che le stesse figure, gli stessi simboli, le stesse voci dei popoli che mutano e si inseguono, degli uomini che furono e che in noi sono stati, e che continueranno ad essere. E Montale, poi, anche Montale dice che il tempo è reversibile, proprio come un nastro di macchina da scrivere. E adesso un altro poeta, un poeta e insieme un romanziere, Andrea Bajani, è tornato a ripeterlo, che il tempo è reversibile, perché quello che è perduto si ripete, lascia tracce, fuoriesce, e che solo la scrittura sa piegarlo, questo tempo che ci è dato, sezionato negli spazi delle case in cui viviamo.

dentato_50pxSe nei quaranta micro-romanzi che venivano a costituire La vita non è in ordine alfabetico (Einaudi, 2014 – uno dei pochissimi libri, sia detto per inciso, che abbiano saputo raccogliere e rilanciare la grande eredità letteraria rappresentata dai due Sillabari di Goffredo Parise) si assisteva a un tentativo di affidare la ricomposizione di questo disordine declinandolo al grado zero dell’abbecedario (del resto, non si poteva che ripartire da lì per una nuova grammatica delle emozioni) e consegnandolo a una sillabazione eseguita nella partitura simbolica delle parole tematiche che ne componevano il mosaico metatestuale (dalla A di Amore alla Z di Zoo), ne Il libro delle case l’autore approda a un grado secondo della narrazione, non derubricabile ricorrendo semplicemente a paradigmi auto o non-finzionali, a ragione di un tasso di letterarietà e di uno sforzo di orchestrazione simbolica che smarcano la scrittura di Bajani da apparentamenti del genere, come pure la differenziano dalle tante, e solo superficialmente affini, prove di scrittura del dolore che si registrano nella letteratura italiana dei nostri giorni.

dentato_50pxEccetuate le ripetute, e strutturali, allocuzioni metanarrative, davvero troppo numerose per provare a darne in questa sede una campionatura sia pure minima, sono tre le catene metaforiche che garantiscono, sub specie rhetoricae, e spesso implicandosi a vicenda, compattezza al testo: quella edilizio-urbanistico-catastale, quella burocratico-istituzionale e, infine, quella geologico-tassonomico-naturale. Limitandosi a qualche esempio per tipo, per la prima macroarea si segnalano i seguenti traslati: ‹‹famiglie che si passano mattoni lungo l’asse ereditario›› e, a questo collegato, subito sotto, ‹‹una discendenza anche nel mattone››, entrambi a indicare il passaggio della ricchezza tra i membri di una medesima famiglia, visto dalla prospettiva della casa, quale emblema del censo dei loro abitanti (p. 77); ‹‹Si tratta di case fatte in fretta, in cinquant’anni d’improvvisazioni›› (p. 199), dove il narratore, che in prima istanza sta soffermandosi sulla stratificazione del paesaggio periurbano dell’Idroscalo di Roma, teatro dell’assassinio di ‹‹Poeta››, Pier Paolo Pasolini (tra l’altro, definito più avanti come un ‹‹primatista assoluto del rapporto spazio tempo››: p. 155), l’evento esterno fatidico del romanzo, insieme al sequestro e all’esecuzione di ‹‹Prigioniero››, Aldo Moro, sembra anche alludere alle case-collettori dei capitoli, abitate, a diverso titolo, dal protagonista, lungo gli anni della sua esistenza (dai dati disseminati, apprendiamo infatti che ‹‹Io›› ha qualche anno in meno di cinquanta); o ancora, a seguire: ‹‹l’edilizia come resurrezione di un paese nel mattone›› (p. 200), accennando agli anni del Miracolo economico in Italia. Per la seconda macroarea, quella burocratico-istituzionale, si segnalano tra le altre: ‹‹Più che una casa [si tratta in realtà di un conto corrente bancario], la si potrebbe dire una caserma. È qui che sta infatti acquartierato l’esercito di Io, il poco denaro accumulato›› (p. 79); ‹‹la carta è il vero suolo pubblico della burocrazia, ciò che costituisce le fondamenta dello Stato›› (p. 109), con riferimento all’atto notarile di acquisto della sua ultima casa sempre da parte di Pasolini. Quanto al terzo raggruppamento, quello delle metafore geologico-tassonomico-naturali, la gamma è anche in questo caso molto ampia, dai ‹‹dinosauri meccanizzati››, cioè i mezzi cingolati e le scavatrici impiegate per sgomberare le abitazioni occupate abusivamente ancora presso l’Idroscalo di Roma (p. 201), all’immagine potente, vichiana, secondo cui ‹‹ogni paura proviene dal fondo della specie. In un istante risale milioni d’anni e cortecce cerebrali, scala ossa, s’infila nelle vene, per poi sbucare come acqua dalla roccia nel presente›› (p. 217).

dentato_50pxQuesta rete di traslati se apparentemente deumanizza i comportamenti e i moventi di ‹‹Io›› e dei compartecipi della sua vicenda (su tutti, ‹‹Padre››, ‹‹Madre››, ‹‹Sorella››, ‹‹Nonna››, ‹‹Moglie›› e ‹‹Bambina››), in realtà ne riconduce le azioni e i gesti a quanto di sovraindividuale li determina, mettendo in luce l’assenza di una netta linea di demarcazione fra gli individui e le strutture sociali e familiari in cui questi sono chiamati a vivere e operare. L’assenza di una separazione netta fra l’interno e l’esterno, la coppia oppositiva che innerva, di volta in volta diversamente declinata, tutta l’ossatura del romanzo, dal carapace di ‹‹Tartaruga›› (la prima presenza con cui si confronterà ‹‹Io›› nell’abitazione dei suoi primi anni di vita, la ‹‹Casa del sottosuolo››, presenza che assurgerà poi, nel corso delle pagine, al ruolo di animale totemico e del sogno, costante termine di confronto per ‹‹Io›› nel suo cammino dall’infanzia all’età adulta), la corazza che protegge l’animale dall’esterno e, al tempo stesso, la sua dimora naturale in movimento, all’intuizione, enunciata a p. 18, secondo cui la ‹‹vita che succede è soprattutto la vita nelle stanze››, fino alla rimodulazione conclusiva di tale coppia in quella nascita/morte, se è vero che ‹‹ogni feto non è mai pronto a uscire eppure vuole farlo per istinto; perché […] ogni feto sa e non sa che è la vita fuori – quella cioè verso cui tende ogni suo movimento – quella che lo ucciderà›› (p. 174). Come pure a non esistere, sembra suggerire Bajani, è una precisa soluzione di continuità fra gli uomini e gli altri abitanti del creato, i quali, antropomorfizzati per larghi tratti, tornano comunque, e non così tacitamente, a rivendicare le proprie aree di spettanza, nel continuum di domini naturali che, precedendo l’umano, agiscono in esso da retaggi più remoti della specie.

dentato_50pxUn diagramma metaforico, per come finora si è tentato di descriverlo, che risulta poi integrato dal ricorso sistematico (alla stregua di un Leitmotiv acustico) a tutta una gamma di ‹‹attivatori verbali›› (p. 105), con questi intendendo soprattutto gli onnipresenti aggettivi in –ale e i sostantivi in –one, a cui l’autore fa ricorso quali correlati ritmico-isotopici di quel ritorno, mutato, del medesimo (uno dei cursori tematici del libro), qui veicolato a partire da quel livello pregrammaticale della lingua, così prossimo ai territori della poesia (con profonda convergenza stilistica rispetto all’esperienza, cronologicamente vicina, delle ottave di Dimora naturale, Einaudi, 2020). Tale tasso di letterarietà non giungerà certo inopinato ai lettori di Bajani, presente com’è tanto nell’opera in prosa che in quella in versi dell’autore, da Ogni promessa (Einaudi, 2010) e Un bene al mondo, Einaudi, 2016 (romanzo, quest’ultimo, nel quale si potrà forse rinvenire uno dei nuclei generativi del libro: quella ‹‹Casa sotto la montagna››, al centro della vicenda del giovane protagonista, che qui ritorna, sia pure a un diverso gradiente finzionale, come uno dei centri di irraggiamento della materia narrativa), fino a Promemoria (Einaudi, 2017) e l’appena ricordato Dimora naturale.

dentato_50pxRispetto, tuttavia, al precedente del sillabario (dove forse si potrà scorgere un altro dei vettori narrativi che, attraversando i libri precedenti, arrivano fin qui: si legga il quindicesimo testo de La vita non è in ordine alfabetico, Habitat, pp. 49-52, in cui, al termine del racconto, sembra già prefigurarsi quel marchingegno dei ricordi fuoriusciti alla memoria di ‹‹Io››, simile a uno di quei cassoni da luna park con braccio meccanico attraverso cui provare ad artigliare peluche, orologi e chincaglierie varie disposte sul fondo, che ricomparirà nei capitoli 36, 55 e 78 de Il libro delle case), assistiamo ora a uno slittamento della forma del contenuto dal piano che immediatamente precede la nostra esperienza, ritrovata, del linguaggio – il piano delle lettere –, al solo piano in cui sia possibile tentare una riconfigurazione della nostra esistenza: il piano, o meglio la lavagna in cui registrare i ricordi della nostra vita, la stessa lavagna dove erano già stati annotati i sessanta post-it di Promemoria, e che ora è ‹‹Moglie›› a donare a ‹‹Io››, per le sue parole, quasi all’inizio del romanzo. La lavagna o il taccuino memoriale, assai simili al Wunderblock o ‹‹notes magico›› freudiano (metafora utilizzata dal pensatore per illustrare il funzionamento del nostro apparato psichico, da un lato, contraddistinto dalla capacità di conservare impressioni mnestiche più o meno durevoli, dall’altro, sempre pronto a recepirne di nuove: cfr. Nota sul ‹‹notes magico››, in Sigmund Freud, Opere, ed. diretta da C. L. Musatti, Inibizione, sintomo e angoscia ed altri scritti 1924-1929, Bollati Boringhieri, 1989, vol. 10, pp. 59-68), i soli manufatti, forse, a essere in grado di conservare le tracce, asincrone e desultorie, dei nostri giorni, per come esse si dispongono nell’io che le rivive, rapprese nelle case che ha abitato.

dentato_50pxPorzioni minime ‹‹di spazio umanizzato›› (p. 227), non potevano che essere le case, le quarantatré case che si avvicendano tra il 1975 (anno di nascita di ‹‹Io››) e il 2021 (anno di uscita del libro – ma con un salto fino al 2048, nel caso di ‹‹Tartaruga››), di carta, in muratura, a quattro ruote, in oro, a guscio d’animale, soltanto immaginate in verticale, gli unici luoghi, anzi, gli unici cronotopi, in cui situare, da parte del protagonista, la propria dimora in movimento, nello spazio e nel tempo, il solo dispositivo narrativo attraverso cui dare forma, e ritmo, a un tentativo biologico, prima ancora che biografico, di attuare, nella dilatazione degli eventi e nella contrazione della pagina, quel metabolismo in virtù del quale si compie la vita dell’opera e di colui che la realizza (per le nozioni di ‹‹cronotopo›› letterario, ‹‹metabolismo›› della letteratura e tempo ‹‹metabolico››, oltre a rinviare, innanzitutto, al saggio fondante di Bachtin, Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo, in Id., Estetica e romanzo, Einaudi, 1974, pp. 231-405, si rimanda a Luca Lenzini, Cronotopi novecenteschi. Intrecci di Spazio e Tempo in poesia, Quodlibet, 2020 e a Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017, in particolare, di quest’ultimo, alle pp. 186-187n).

dentato_50pxLa durata si sgretola sotto ai nostri occhi, i segni si moltiplicano, puntellando, con le loro apparizioni, le mappe mentali e catastali di ‹‹Io››, le voci, le tante voci che risuonano nella sua memoria, si perdono e si ritrovano, senza che l’autore ricorra, per farle riecheggiare (in quello che è un romanzo privo di dialoghi), a un intreccio polifonico di intarsi discorsivi, preferendo piuttosto mettere a punto una costruzione narrativa che, poiché immanentizza la diegesi, riesce a imbrigliare il tempo nella struttura stessa del libro, fino a rendere l’una consustanziale all’altro (il tempo sta dentro le case e in esse si coagula, le case stanno dentro il romanzo e finiscono per dare forma ad esso), attraverso tutti i settantotto capitoli che ne compongono l’arazzo da guardare rovesciato. E da guardare in questo modo perché solo così, forse, si potranno cominciare a riallacciare i fili della vita di ‹‹Io››, intrecciati lungo Il libro delle case, e magari, per grazia di sostituzione (per quella grazia che si è soliti poi chiamare letteratura), anche i fili della nostra, di vita. La vita di tutti noi, personaggi speculari di un romanzo che, dopo aver decostruito le strutture fondamentali degli affetti e delle parentele, riducendole a funzioni potenziali di famiglie, parenti, poeti e prigionieri, padri, madri, sorelle, nonne, nonni, animali, mariti, mogli, amici, amanti, tutti agiti nelle case, nelle leggi, negli stati, nei nostri matrimoni e funerali, una volta preso a calci il marchingegno dei ricordi fuoriusciti, sa condurci a riconoscere in noi stessi il rimosso che ritorna, ma abolito, scoperchiato, il dolore riscattato e la gioia rivissuta.

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