L’utopia di Broadacre City

Intervento tratto dal seminario “La città diffusa”

Ringrazio per l’invito Geminello Alvi e gli altri relatori. Ho tentato questo ardito confronto tra l’utopia territoriale di Frank Lloyd Wright della prima metà degli anni ’30 con la realtà della Marche. Wright è meglio conosciuto per la prima parte del suo lavoro e per l’ultima, che culmina con il museo Guggenheim a Mahnattan, a New York. La fase forse più importante, della sua vita è però quella centrale in cui elabora l’idea di Broadacre city, che in sostanza consta nel mettere a disposizione un acro per ogni americano. Philip Johnson malignamente lo ha definito il più grande architetto dell’800, perché Wright era uno di quegli utopisti americani che cercavano una società perfetta e quindi nemico della metropoli, luogo degli odiati grattacieli e soprattutto luogo del conflitto. Broadacre City non è un modello di città, ma qualcosa di più: è un principio insediativo che avrebbe dovuto riguardare tutto il paese. Naturalmente si tratta di un modello frutto di una progettazione collettiva, contrario alla pianificazione di stampo monarchico vale a dire calata dall’alto: il modello di una nuova libertà di vivere in America, il primo plastico di Broadacre City venne mostrato per la prima volta al Rockefeller center di New York nel 1935.

dentato_50pxC’è una contraddizione di fondo nella fuga dalla città prospettata come soluzione urbanistica che però ha bisogno della metropoli per essere propagandata e imposta all’opinione pubblica. Wright ci lavora con i suoi studenti e questo lavoro sfocerà in un libro del 1958 pubblicato in italiano da Einaudi, La città vivente. Nelle immagini idealizzanti della Broadacre City, in cui ci sono addirittura dei dischi volanti che prefigurano modelli di trasporto e di ecologia del futuro, la forma dell’architetto diviene territorio, anche se Wright non usa mai questo termine, e già questo connota un modo di porsi a questo principio. La cosa interessante è che lui presuppone un modello economico alla base di quello urbanistico, che chiama “capitalismo organico”; del resto è l’alfiere dell’architettura organica.

dentato_50px“Un cittadino di Broadacre City è un capitalista vero, non solo potenziale. […] egli prima di tutto possiede se stesso – la prima condizione di un capitalismo organico – e può quindi scegliere e possedere, se vuole, tutto ciò che appare importante per la sua vita e per la vita di coloro che egli ama” – questo scrive in una lettera a Mies van der Rohe nel 1937. Il modello tipo di abitazione di Broadacre è un’abitazione più compatta. Le radici di questa visione territoriale in un certo qual modo assecondano la dispersione dellle praterie americane, da dove Wright proviene essendo nato nel Wisconsin, sebbene si sia affermato a Chicago. I riferimenti nobili e anche molto antichi a cui Wright si rifaceva spaziano da Eraclito a Mosè, da Spartaco a Goethe o al nostro Mazzini, ma sicuramente il più importante è Ralph Waldo Emerson, il filosofo trascendentalista americano, che apparteneva anche alla stessa religione familiare di Wright, quella unitariana.

dentato_50pxIn un’opera del 1904 Wright sottolinea come tutti gli abitanti della città provengano dalla campagna, quindi anche i più benestanti sono frutto di tante vite passate in silenzio in luoghi bui, poveri e miseri. Solo il ruralesimo come distinta forma di urbanesimo è americano e democratico, scrive Wright nel ’53, però appunto secondo i maggiori interpreti del suo principio insediativo non siamo di fronte a un progetto, ma piuttosto ad una sorta di diagramma che stabilisce appunto un principio.

dentato_50pxSecondo Giorgio Ciucci, che ha scritto forse il miglior saggio a riguardo (Frank Lloyd Wright, 1909-1938: dalla crisi al mito, in “Angelus Novus” n. 21, 1971), Broadacre non è né utopica né reale, ma solo fuori dal tempo. Nata in ritardo, è la risposta ai problemi dello sviluppo urbano degli ultimi anni dell’ottocento e dei primi del novecento così come li aveva colti Wright. Come ha notato Jean-Louis Cohen, nella prefazione all’edizione italiana, la società organica prefigurata da Wright in Broadacre City, in qualche modo, preannuncia le analisi di Melvin Webber e Bernardo Secchi sulla città diffusa.

dentato_50pxLa città diffusa è frutto anche di un’analisi e di ricerche eminentemente italiane, anche collegate alle Marche. C’è questo passo in un libro del 1984 Il racconto urbanistico di Secchi, che insegnava allora a Venezia e aveva davanti agli occhi il Veneto e la trasformazione forse più estrema del paesaggio che c’è stata in Italia: “La città diffusa è una nuova forma di città che ancora stentiamo a comprendere. Essa ha qualcosa del piccolo centro di provincia, qualcosa della periferia della città di media grandezza, qualcosa dell’insediamento rurale, qualcosa della frangia metropolitana.” È insomma una Broadacre City molto più disordinata, problematica. Rem Koolhaas, uno dei più importanti architetti viventi, considera Wright il più visionario degli architetti del Novecento perché ha anticipato l’evoluzione del dopoguerra. Per lui la città di Atlanta, quella della CNN e della Coca-cola, rappresenta maggiormente la città diffusa. Ad Atlanta “è possibile creare dei contenitori disumani e orrendi che ospitano ogni sorta di attività semi-urbane, e trasformare qualsiasi posto, con feroce perizia, in un punto di concentrata densità, in un fantasma di città.”

dentato_50pxEd è questo che noi siamo riusciti a fare nelle Marche precisamente, le stesse Marche che solitamente vengono evocate nelle ascetiche fotografie di Mario Giacomelli, quando c’era un momento e un’idea di programmazione non solo urbanistica, economica, ma transdisciplinare. In questo mondo in bianco e nero le Marche non sono state un posto secondario nella produzione di concetti, teorie e ricerche da applicare alla città. Lo testimoniano lo straordinario lavoro di Giancarlo De Carlo a Urbino, che dura quasi 40 anni, e che nei primi anni’60 diventa anche un piano regolatore, oltre alle importantissime opere di architettura come il lavoro parallelo, anche se leggermente successivo, di Carlo Aymonino a Pesaro.

dentato_50pxPesaro e Urbino entrambe amministrate dal Pci sembrano controllate da due partiti diversi, perché a Urbino c’è l’Università e l’agricoltura e a Pesaro c’è l’industria e il terziario. Eppure se guardiamo uno schizzo del piano strutturale di Pesaro del 1970 di Carlo Aymonino, oggi conservato a Parigi, vediamo con un semplice disegno che le infrastrutture sono rimaste quelle e la città si è sviluppata come diceva Aymonino: non è quindi detto che il progetto venga sempre disatteso, ignorato. È stata una stagione fertilissima, il modello di Pesaro è stato di esempio grazie anche alla continuità amministrativa. Il libro del ’76 Squilibri regionali e sviluppo economico di Secchi è stato fatto mentre insegnava nelle Marche. Secchi, che è diventato il principale urbanista italiano, i suoi piani più importanti li ha fatti nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Pesaro o a Jesi con assistente Stefano Boeri.

dentato_50pxPotremmo osservare Le Marche dall’alto come in una fotografia aerea dell’Italia notturna con le luci delle città che ci danno un’immagine della loro forma, ecco allora la nostra Broadacre city: il triangolo di luce della pianura Padana con il quale le Marche nonostante tutto sono collegate dalla via Emilia e dalla Flaminia. Vediamo appunto che, nello sviluppo caotico che c’è stato dopo il decollo economico, ci sono queste spade di luce profonde come quella che arriva dall’Adriatico fino ad Ascoli o quella che parte da Pesaro. Lungo la costa c’è quasi una città continua che arriva fino a Vasto, fino a quasi in Molise e che parte dalla Romagna. Questo crea appunto dei problemi nuovi e su queste ipotesi di “città adriatica” da molti anni lavora la scuola di architettura e design di Ascoli Piceno, sede distaccata di Camerino, con un gruppo di lavoro guidato da Pippo Ciorra.

dentato_50pxIn una fotografia aerea del 1955 della Sentina, nei pressi di San Benedetto del Tronto, vediamo dei puntini neri, case sparse e isolate. In un ridisegno del 2017 abbiamo invece una commistione di tutto: agricoltura, terziario, zone industriali, capannoni spesso abbandonati e addirittura un parco ecologico, alla foce fiume. Tra i mille convegni successivi al terremoto del 2016, Mario Cucinella alla Biennale di Venezia del 2018 fece notare su uno studio delle aree interne come in realtà le strade ci sono, i collegamenti non mancano; quello che manca sono i servizi, le corse degli autobus e delle corriere.

dentato_50pxNell’assoluta mancanza di un progetto, come vediamo, delle Marche uno degli studi più interessanti degli ultimi anni è di Federico Zanfi e altri suoi colleghi del politecnico di Milano, che studiano appunto le tipologie della decadenza dei modelli urbani degli anni del boom. Questo caos urbanistico, questa città diffusa che spesso si attacca, ma non sempre, a dei vecchi insediamenti conosce un declino verticale. È un modello che si lega a un’economia completamente saltata. Le case laboratorio in Brianza e in Veneto ancora sopravvivono come proprietà di una classe media impoverita. Nelle Marche e nel sud è tutto saltato, si vede anche dai valori immobiliari e le ricerche di Zanfi sono molto interessanti proprio perché individuano le tipologie di riuso e trasformazione collettiva di questo sciame urbanistico difforme che andrebbe analizzato e comparato.

dentato_50pxVorrei chiudere su Ancona, perché a me dà molto fastidio, da marchigiano, quando ognuno tira acqua al suo mulino, alla sua valle, alla sua città. Io sono di Macerata ma credo sia fondamentale Ancona. Dal dopoguerra ad oggi la zona della stazione è organizzata allo stesso modo. Al tempo c’erano un decimo delle automobili di oggi ma ancora è tutto uguale. C’è poi un degrado della zona, come se quella appartenesse solo alla città di Ancona, mentre Ancona è porto e porta delle Marche ma dà il segno della non curanza nella quale noi viviamo.

dentato_50pxDa qualche parte bisogna ripartire, come scrive l’urbanista Lewis Mumford, amico e interprete della lezione di Wright. In Storia dell’utopia (1922) scrive che ci sono secondo lui due differenti utopie; quella della fuga e quella della ricostruzione. “La prima lascia il mondo così com’è; la seconda tenta di cambiarlo per mettersi in relazione con esso alle condizioni desiderate. È nella seconda che consultiamo un geometra, un architetto, un muratore e iniziamo la costruzione della casa”. Secondo me se non vogliamo lasciare sempre i problemi sul piano teorico dobbiamo ripartire dalla porta delle Marche, dalla stazione di Ancona cioè, per un ridisegno e per una risistemazione generale del territorio.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *