Il record dell’ora

Fausto Coppi. La corsa per cui non bastava il tempo

Il sette novembre del quarantadue Fausto Coppi tentò il record dell’ora al velodromo Vigorelli. Il massaggiatore di Coppi era cieco, si chiamava Biagio Cavanna, figura mitica, una specie di Tiresia del ciclismo. Era lui ad aver programmato tutto. In zona Vigorelli c’era nebbia e i Lancaster britannici non potevano bombardare facilmente, mentre la settimana precedente avevano sganciato più di trentamila ordigni. Niente vento.

dentato_50pxCoppi era arrivato da Castellania in bicicletta e aveva mangiato regolarmente in quei giorni, nutrendosi senza esagerare e mangiando sempre le stesse pietanze per non incorrere in problemi di stomaco. Preparazione su pista non si poteva fare e allora via per le solite strade polverose. La bici, una Legnano di sette chili e mezzo, cerchi in legno, tubolari in seta. Il rapporto un cinquantadue per quindici che sviluppava sette metri e trentotto centimetri a pedalata. Abbigliamento tradizionale da corsa, non particolarmente aerodinamico: maglia verde di lana non autarchica, pantaloncini neri con pelle di daino, caschetto e scarpe in pelle. Poco allenamento sulle gambe, che si fece sentire in quello sforzo intenso e silenzioso.

dentato_50pxPer un uomo che aveva già vinto un Giro d’Italia a soli vent’anni, avvezzo alle altitudini del Falzarego, del Pordoi, del Sella e che già si era scontrato con il suo capitano, un certo Gino Bartali…, doveva parer strano rinchiudersi in un velodromo per girare a vuoto contro un nemico invisibile, il tempo, percorrendo la striscia di parquet d’acero del Vigorelli. Certo era sempre stata una questione di tempo, non per nulla per vincere un Giro bisognava percorrere l’intero arco del percorso, diviso in tappe, nel tempo più breve. Sì, però il tempo scompariva tra i cespugli e le pietre e le mura delle case dei vecchi paesi che si attraversavano assieme. Contava la fortuna, una foratura di meno, evitare quella caduta rovinosa all’ultimo momento, leggere la stanchezza negli occhi degli avversari, alimentarsi il giusto, vestirsi il giusto, avere una giornata buona. Sfrecciando in un asettico velodromo a rincorrerlo per un’ora, attento al mimino dettaglio aerodinamico e alla fatica bestia, potevi fare caso solo al tempo, che con i suoi rintocchi di campana ad ogni giro ti spaccava i timpani scandendo un ritmo che ricordava più un funerale che una gara.

dentato_50pxSempre per il rischio bombardamenti, poca gente sugli spalti, il fratello Serse, Cinelli, Pavesi della Legnano, Zambrini della Bianchi, Emilio Colombo, qualche giornalista e Fiorenzo Magni, che su quella pista qualche giorno prima aveva battuto il record dei cinquanta chilometri. Partenza poco dopo le due del pomeriggio e via sfidando il francese Archambaud, detentore del record, a cercare di mettere in cascina più chilometri di lui in un’ora in pista, a girare come una pallina da golf presa in un trip ovale e preciso come un’orbita ellittica.

dentato_50pxInizio veloce, forse troppo, poi il calo verso metà. Al giro settanta l’inversione di tendenza, ma dopo cento giri ancora una flessione. Negli ultimi giri Fausto, sfinito, raccolse tutte le energie rimaste, preso più dalla disperazione che da una consapevolezza scaturita da una buona condizione di forma. Poi c’era la speranza, che si rivelò infondata, di evitare la partenza per il fronte, in Africa, grazie al possibile successo dell’impresa. Il record fu suo, riuscì a percorrere una trentina di metri in più rispetto a quello precedente. Non era però il caso di festeggiare più di tanto, incombeva l’ennesimo allarme aereo e una frase: “Non ci proverò mai più”. Ci furono polemiche da parte dei francesi, sospettosi sul responso finale, in quanto alcuni testimoni e il cronometrista stesso erano poi deceduti durante la guerra. Per questo il record fu omologato solamente nel febbraio del quarantasette.

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