Perché l’utopia non abita più qui

Intervento tratto dal seminario “La distopia e la dimora”

L’argomento di cui vorrei parlare è la questione della distopia e del fatto che noi, in realtà, già viviamo in un mondo distopico. Parlerò di utopia e distopia come avventura e disavventura, come grazia e disgrazia, di un’utopia rovesciata, non del migliore dei mondi possibili, ma del peggiore.

dentato_50pxPensiamo a quello che probabilmente è il primo romanzo distopico, un romanzo scritto da un filosofo francese che si chiama Émile Souvestre, uscito nel 1846, all’inizio della rivoluzione industriale in Francia. Si chiama Le monde telqu’il sera, il mondo come sarà, ed è una visione satirica, e tragica insieme, di quel che potrà essere il mondo in mano agli industriali: a quelli che invece di usare le nuove tecnologie di allora per il bene comune, le usavano per il bene personale; è un tema anche di attualità. Il Romanzo assolutamente non è tradotto in italiano, anche se ne sono state fatte edizioni recenti in Francia.

dentato_50pxLa distopia è quella che mi pare stiamo vivendo adesso. Basta guardarci intorno. Le visioni di Alvi sono del tutto pessimistiche e io tenderei a essere d’accordo con lui. Il fatto stesso che noi facciamo questa conferenza attraverso il computer, una teleconferenza, invece di riunirci in una sala congressi di un qualsiasi posto d’Italia, dimostra come siamo ridotti. Cioè dobbiamo parlare a distanza. Questo mi fa pensare alle monadi di Silverberg: ognuno chiuso dentro il suo castello, dentro il suo palazzo, nella sua abitazione, per comunicare totalmente a distanza come delle monadi. E monadi si chiamavano appunto quegli edifici. Basta guardare come andiamo in giro: andiamo in giro mascherati. Di noi all’esterno si vedono soltanto gli occhi. Le signore non si dovranno più agghindare la bocca ma solamente gli occhi. La mascherina, io sono quasi sicuro, andrà avanti come una forma di “abbigliamento normale” per un bel pezzo. Ci si abituerà a questo. Siamo abituati ad entrare uno alla volta nei negozi, dal giornalaio o da qualsiasi altra parte, a tenere le famose distanze sociali anche se molti di questo non se ne importano molto. Però la situazione generale ci sta inducendo a un modo diverso di comportamento, di vivere. Sta annullando molte forme di contatto umano, ci sta disumanizzando: perché non ci si bacia più, non ci si può dare la mano. Dare la mano è un gesto che è dimostrato da graffiti di almeno 3000 anni. Stiamo perdendo in sostanza quelli che sono i nostri usi e costumi normali.

dentato_50pxSe questo riguarda il nostro comportamento personale, nel complesso basta guardare quello che hanno scritto nei romanzi distopici, o anti-utopici, alcuni famosi scrittori, per vedere come certe loro previsioni pessimistiche o critiche si stanno attuando. È stato citato molte volte in questo periodo il famoso 1984 di Orwell, uscito nel 1949, quindi ha quasi settant’anni e poco più. Se si legge quel romanzo e soprattutto si guarda al problema della neolingua, si vede che siamo in un mondo che lui aveva preconizzato: certe cose si possono dire, certe altre cose non si possono dire, certe parole sono abolite, altre parole hanno perso il loro significato originario. Sono stravolte a seconda di chi è al potere, non hanno più il senso originario del termine; oppure semplicemente è proibito pronunciare certe parole per non cadere nel discredito, sia dell’autorità sia sociale. E’ un fenomeno che ha attecchito quasi inconsciamente e automaticamente tra la gente.

dentato_50pxOppure si pensi ad un’altra potente distopia come Farhenheit 451 di Ray Bradbury, che è uscita all’inizio degli anni cinquanta, che prevede la fine della cultura: la fine della cultura attraverso mezzi, a quel momento, che sembravano eccessivi, invece no. Bradbury, poco prima di morire, spiegò, facendo cadere nella più profonda depressione chi aveva interpretato il libro come una critica al cosiddetto maccartismo, che il suo era un romanzo contro la prevalenza della televisione sul libro; già al tempo negli Stati Uniti, non certo da noi. Infatti alla fine ci sono gli uomini libro, ognuno dei quali impara e memoria un testo e lo recita a chi lo vuole sentire. In Farhenheit 451, chi non avrà letto il libro avrà visto il famoso film, che peraltro non lo riproduce esattamente, i pompieri hanno il compito non di spegnere gli incendi ma di appiccare gli incendi a chi possiede libri. Perché come dice il capo dei pompieri a Guy Montag, il protagonista del libro e del film, “i libri ti fanno andare in confusione. Affermano una cosa diversa da un’altra e tu non capisci quale sia la verità”. Ecco perché bisogna distruggerli. Noi viviamo in un mondo che pur avendo una grande produzione di carta stampata, sta cadendo in mano a chi vorrebbe imporre un pensiero unico.

dentato_50pxQuindi la distopia, che quando è nata era una critica contro le situazioni contingenti, sta andando molto più avanti. Si ricordi, ad esempio, come i fatti contingenti condizionano le opere distopiche. Ricordo che una delle più importanti distopie è stata Noi di Evgenij Zamjatin, che è stata pubblicata prima all’estero e poi in Russia, all’inizio degli anni venti. Prende lo spunto da quelli che erano i primi risultati della rivoluzione d’ottobre, i primi modi di applicazione del bolscevismo. Difatti si intitola “noi” perché c’era la proibizione di usare il termine “io”. Le distopie hanno anche un valore di messa in guardia. In genere è così: le distopie mettono in guardia da quel che possono essere gli eccessi, le esagerazioni e le illusioni delle utopie.

dentato_50pxOggi come oggi, in realtà, nel Novecento diciamo, di vere e proprie utopie non ne sono state assolutamente scritte, a mia memoria almeno, ma non ne ricordo nemmeno una. Mentre le distopie, le anti-utopie sono tantissime proprio perché noi viviamo in un mondo che ha bisogno di essere messo in guardia, di essere messo in allerta nei confronti degli errori delle utopie stesse. I famosi schermi televisivi in 1984 con cui il Grande Fratello controlla la popolazione, all’esterno e all’interno delle case, non dico che siano una cosa ormai sotto gli occhi di tutti, ma si sta applicando anch’essa, nonostante che gli amministratori dicono che non sia così… Naturalmente per il nostro bene, per proteggerci, per tutelare la nostra incolumità. Però sta di fatto che tutto questo sta accadendo. Ecco perché la distopia è importante e perché occorre anche, non dico studiarla, ma almeno tenerne conto.

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