La sharia del politicamente corretto

dentato_50pxEsiste un nesso tra la furia barbarica dei miliziani neri dell’Isis, che distruggono le mura di Ninive o fanno a pezzi il museo di Mosul, e la cosiddetta cancel culture, la corrente che intende indurre l’Occidente alla vergogna di sé. I pasdaran di questa ideologia sono così spinti ad avventarsi contro i segni e i simboli della storia europea. Ecco l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, i monumenti di Churchill vandalizzati, ecco la richiesta di cancellare da Princeton lo studio dei classici latini o di eliminare dal British Museum il busto di Beethoven. Ecco calare la maledizioni, perché anch’essi simboli e agenti culturali del suprematismo bianco, su Omero, Dante, Shakespaeare. Il nesso tra questi barbari, al di là della presunta religiosità o laicità delle due ideologie iconoclaste, è l’identico nichilismo, lo stesso ottuso fanatismo, la medesima ignoranza. Agisce, negli uni e negli altri, la stessa volontà di eliminare dal mondo la forma e la memoria, di azzerare la storia, di cancellare la civiltà intesa come complessa sedimentazione di norme, consuetudini e tradizioni in nome di un mondo nuovo che deve essere costruito sulle ceneri di quello vecchio, il quale va invece appunto cancellato. Del resto anche l’orizzonte che questi fanatici perseguono è simile: la sottomissione dell’umano alla dittatura procedurale, alla correttezza ideologica o religiosa, al legalismo formalizzato, poco importa se dalla sottocultura del politicamente corretto o da una versione radicale della sharia. La meta è la realizzazione d’un tipo umano ridotto ad automa da riprogrammare o animale da addomesticare. E’ un’identica barbarie dunque che arma il martello del miliziano nero di Daesh che sfregia un’icona o distrugge un museo e quella dell’esagitato che imbratta la statua d’un grande personaggio storico o decapita una statua della Madonna (l’offensiva contro i simboli della religione, definiti come intollerabili provocazioni, è appena cominciata) o che, isterico, punta il dito contro il canone occidentale trovandovi la matrice del legno storto del mondo. Il fanatizzato della cancel culture non conosce gli orrori che l’umanità è riuscita a compiere fuori dal perimetro della civiltà europea, dimentica a memoria che è quella occidentale la civiltà dove si è cominciato a pensare. E tuttavia la sua ostilità si rivolge istintivamente proprio al pensiero. L’obiettivo strategico degli zeloti della cancel culture – ed è ciò che non hanno capito i conservatori del salotto di Nonna Speranza – va infatti oltre l’abbattimento di monumenti o le censure dell’Iliade; la posta finale è appunto inibire all’Io il pensare, immettere là dove esiste la coscienza umana l’apparato ideologico, imporre una sharia interiore così che le idee non possano più essere nemmeno pensate. L’obiettivo finale è in ultima analisi terminare il vecchio uomo storico e generare l’automa-animale che risponde a un codice procedurale. A questo serve intanto cancellare le parole, come faceva Syme, il funzionario del ministero della Verità che in 1984 di Orwell ha il compito di redigere il dizionario della Neolingua. Quando questo sarà avvenuto, quando il pensiero non avrà più parole con cui pensare e da cui essere pensato, non ci sarà più bisogno della polizia del politically correct, di talebani in giro a vigilare sulla lunghezza delle barbe, né si imporrà la necessità di bruciare i libri, come in Fahrenheit 451, visto che nessuno leggerà più. Pensare non sarà solo un reato, sarà una malattia.

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