La filastrocca di Hal

Sapere e discorsi di una macchina “intelligente”

Ogni sguardo che abbiamo incontrato, volti di donne e uomini che hanno seguito un cammino, vicende che incrociano e cambiano la nostra. Poi l’occhio del giorno della tecnica. Osservante osservato. Lo sguardo artificiale scompone e ricompone, un occhio ci scruta e analizza cercando la stessa perfezione formale che desideriamo attribuirgli. Tutto credo inizi dall’idea che la nostra intelligenza funzioni come una calcolatrice, da Aristotele a Hobbes a Leibniz e sino a oggi, ma ci si rende poi conto di un problema: ragionare non è proprio sinonimo di calcolare. Non sono un esperto d’intelligenza artificiale, ma questo tema mi coinvolge per quanto si sovrappone alla riflessione che cerco di portare avanti qui, persuaso dall’idea che l’intelligenza artificiale rischi di avere a che fare con qualcosa che definirei intelligenza artificiosa, un’intelligenza impossibile.

dentato_50pxCon l’intelligenza artificiale immagino si cerchi di copiare la struttura del cervello e dell’intero sistema nervoso nelle sue continue interazioni ambientali, con tutti i suoi equilibri, le sue sinapsi e le sue dinamiche. Innanzitutto, paragonando i neuroni e i loro impulsi a un sistema binario, ipotizzando che i segnali tra due cellule siano di tipo esclusivo, con trasmissione del neuroimpulso che può essere solo completa o nulla, accesa o spenta. Zero, uno. E da una rete neurale artificiale, su basi matematiche, a un’intelligenza cosiddetta artificiale.

dentato_50pxNell’opzione più debole mi pare si proceda per tentativi di imitazione, nella consapevolezza che l’unica intelligenza, e coscienza, sia quella prodotta dall’attività cerebrale umana, che dovremmo dunque prendere come modello per sperare di produrne una di artificiale, che svolga qualche mansione utile. Ma chissà, memori della vecchia idea che avvicina il cervello a una calcolatrice, magari si confida ancora in un codice al quale ogni cervello umano, animale o artificiale possa connettersi attivando il ragionamento. Si postula la presenza di una logica, di un codice perfetto computabile al quale si possa accedere e che darebbe modo a ogni essere potenzialmente senziente di attivarsi per compiere ragionamenti complessi.

dentato_50pxQuest’opzione aprirebbe alla possibilità di creare delle macchine che possano fare tutto ciò che può fare un essere umano e di più. Nella semplificazione che ne faccio, insomma, o una macchina che ci somigli, o noi a conformarci a un codice e a una procedura più che umana.

dentato_50pxLa seconda opzione è più radicale e muove anche una riflessione che attraversa il tema della cosiddetta intelligenza artificiale per condurci altrove. Intanto, se prendessimo sul serio quest’opzione ne risulterebbe un’intelligenza legata a criteri perfettamente ideali e non a questo luogo qui; come una cosa che si muove nel mondo senza relazionarsi, ma facendo continuamente fronte alla realtà attraverso la sua traduzione in numeri. Per creare un’intelligenza artificiale è necessario codificare numericamente le informazioni ricavate dall’osservazione di ciò che ci circonda e queste informazioni tradotte in numeri sono i dati. La realtà tradotta in dati e dati come tutto ciò che serve per vivere. Figlia di questa idea mi pare anche quella del nirvana tecnologico inteso come vita eterna dei nostri processi cerebrali tradotti e traslocati in un computer. Magari una chimera… ma la configurazione di una visione simile ci dice di quanto si inizi a desiderare una tecnologia che possa essere al nostro servizio, nel rischio o nel placido desiderio di realizzare un’individualità diversa da quella umana.

dentato_50pxCi sono già passato, ma c’è almeno un altro piano di lettura nell’epica multiversale di 2001 odissea nello spazio. Nel film di Kubrick, i due membri dell’equipaggio non ibernati si muovono come individui facenti funzione, svolgendo mansioni necessarie in assenza di un’autodeterminazione fondata su uno scopo conosciuto. Al contempo Hal 9000, l’elaboratore di bordo, si manifesta vanesio, permaloso, chiacchierone. Tanto che pare banale chiedersi se Hal 9000 somigli a un essere umano e opportuno osservare quanto gli umani presenti nell’astronave si muovano in ricercata simbiosi con il modo della macchina.

dentato_50pxAnche il respiro degli astronauti è isolato ed enfatizzato, accompagnato da un ronzio di sottofondo che potresti accostare al funzionamento di una macchina o a quello di un cervello umano elaborante, in soluzione di continuità. Nessun sussulto umorale o slancio sentimentale. Il funzionamento della macchina si confonde con quello umano allargandosi e includendo la dimensione della funzione in senso cultuale e superandola, per una ritualità silenziosa, inconsapevolmente devota.

dentato_50pxL’horror vacui non è esorcizzato ma cancellato, al suo posto una sequenza di azioni programmabili che non contemplano incidenti di percorso, ma a ogni inciampo è in agguato la consapevolezza della vacuità dell’incanto e a ogni imprevisto la presenza del buio si fa concreta.

dentato_50pxLa sequenza del vice comandante Frank Poole alla deriva nello spazio, tagliati tutti gli allacciamenti con l’astronave Discovery One, trasmise un inedito orrore per il vuoto a molti ignari spettatori in quel 1968. Negli stessi giorni si fece anche un gran parlare delle prime foto del nostro pianeta dall’Apollo 8, che poi non sembra fossero proprio le prime perché ce n’erano di un paio d’anni prima (già commentate da Heidegger, che almeno prima di morire poteva avere la sua prova dello sradicamento dell’uomo da parte della tecnica).

dentato_50pxImmagino fosse meraviglioso e spaventoso sapere di essere davvero girovaganti nello spazio nero, vederlo! Proprio come Frank Poole, che scivola inesorabile verso quello spazio nero come la pece. E più quella scena si svolge nella privazione di rumore e in assenza di grida, lamenti o parole da parte dell’astronauta, più è spaventosa e inumana. David Bowman esce dall’astronave per salvarlo, ma con un sangue freddo e un’impassibilità sconcertanti, che contribuiscono ad aumentare il carico ansiogeno in chi assiste alla scena.

dentato_50pxTorniamo però al passaggio cruciale durante il quale Hal 9000 matura il suo errore. Hal inizia la sua discussione con il pretesto di commentare dei disegni di Bowman ma è interessato a discutere del vero motivo della segretezza della missione intrapresa. Bowman ne sa meno di Hal che è l’unico, assieme ai tre membri ibernati dell’equipaggio, a sapere del monolito sulla Luna e di quello presso Giove verso il quale la Discovery è diretta. Bowman e Poole dovranno venire a saperlo solo al risveglio del resto dell’equipaggio.

dentato_50pxClarke, lo scrittore di fantascienza che lavorò alla sceneggiatura con Kubrick, sostiene poi che Hal 9000 cada in contraddizione e in errore non essendo stato programmato per mentire a Bowman sul vero scopo della missione. E tuttavia, piacendomi pensare che ogni opera sfugga al controllo del proprio creatore, e in particolare questa…, noto che è proprio Hal a iniziare quel dialogo e a portarlo in quella direzione, infilandosi in un cortocircuito, non Bowman. E poi voglio lasciarmi persuadere da un’altra possibilità.

dentato_50pxPer quanto Hal ne possa sapere più di Bowman, infatti, non riesce comunque a reggere il peso della mancata chiarezza in tutti gli aspetti di una missione dall’esito incerto e dal significato finale imperscrutabile. Certo occorre raggiungere il monolito nei pressi di Giove, ma per quale motivo? Cos’è davvero quell’oggetto? Che cosa occorrerà fare una volta giunti a destinazione? Mancano troppi dati per avere un quadro completo dello scopo della missione, che diventa così sfuggente.

dentato_50pxBowman inizia a smettere di funzionare come un calcolatore elettronico mentre Hal, fin lì più umano degli umani, inizia il percorso che lo porterà alla disattivazione. L’elaboratore non include l’imprevedibile, non può lasciare libero uno spazio anche minimo tra i suoi piani, per postulare l’unica cosa che deve essere postulata in un caso del genere: la mancanza di dati, l’ignoto.

dentato_50pxHal non può contemplare la possibilità che un’operazione così minuziosamente organizzata conduca all’assenza di certezze e soprattutto non può attribuire alcun significato a quest’assenza. La manipolazione di simboli logici, per quanto esattamente condotta, non equivale a una comprensione degli stessi e dove non c’è capacità di attribuire significati non ci sono nessi, non c’è pensiero. Per proseguire verso Giove Bowman deve dismettere Hal e appena portato a termine questo compito la genesi e lo scopo della missione gli vengono rivelati, attraverso un video, come se la disattivazione di Hal fosse necessaria alla riuscita della missione verso Giove alla ricerca del secondo monolito.

dentato_50pxBowman sa che deve portare a termine la missione. Ci si può chiedere il senso dell’esito della missione, ma a portarla a termine è Bowman e non si vede come una macchina avrebbe potuto. Come si sarebbe mosso Hal se fosse rimasto solo a condurre la Discovery One? Forse, aldilà del garantire il funzionamento dell’astronave, non avrebbe preso alcuna decisione, garantendo massima efficienza sino al buio, sopraggiunto per esaurimento energia. L’elaboratore dati non può significare un’assenza ma solamente eluderla girandoci attorno.

dentato_50pxDapprima Bowman non considera lo scopo di quella missione, innesta il pilota automatico e lavora a regime funzionale, ma con il corto circuito di Hal deve prendere atto della voragine che va aprendosi di fronte a lui e qualcosa cambia. Bowman, a differenza di Hal, è in grado di muoversi sapendo poco o nulla. Come credo di aver già ricordato nel mio precedente scritto (Il pensiero cosmico di Stanley Kubrick), mentre Bowman procede nella dismissione di Hal, quest’ultimo gli propone una filastrocca, chiede il permesso di poterla cantare.

dentato_50pxNella versione italiana questa filastrocca corrisponde a un Giro tondo d’effetto, vista la situazione, ma che non corrisponde alla scelta originale di Kubrick, che decide invece di far cantare ad Hal una vecchia canzone risalente al 1892 intitolata Daisy Bell (Bicycle Built for Two). Si tratta di una canzone d’amore per una tal Daisy, nome che in inglese antico significa occhio del giorno ed è il nome poi usato per indicare la margherita, fiore sfogliato nell’indecisione del gioco del m’ama/non m’ama.

dentato_50pxSette anni prima dell’uscita nelle sale del film di Kubrick, presso i laboratori Bell, al calcolatore elettronico IBM 7094 è data voce, grazie al supporto di un software di sintesi vocale. Prima di allora una macchina poteva esprimersi al massimo attraverso un occasionale ronzio. Per l’evento si sceglie addirittura di far cantare all’IBM 7094 una canzoncina, una specie di filastrocca, intitolata per l’appunto Daisy Bell (Bicycle Built for Two).

dentato_50pxLa filastrocca del m’ama/non m’ama tradotta nella logica del calcolo binario si addice all’elaboratore dati Hal 9000, che giunto alle colonne d’Ercole del cosmo non può decidere. La decisione è frutto di una libera scelta che riconosce come necessaria e non sufficiente la raccolta di dati utili a ricostruire un quadro verosimile della situazione in atto. Non c’è però una casistica a confortare più di tanto. Per proseguire occorre attribuire un significato al buio che si approssima, in un’azione che poco si addice a un occhio avvezzo solo alla luce del giorno. Quella filastrocca è un loop, un cappio.

 


dentato_50pxPer chi volesse rileggere lo scritto che precede La filastrocca di Hal, forniamo il link dell’articolo apparso il 20/12/2016 su La Confederazione Italiana, Il pensiero cosmico di Stanley Kubrick: https://www.laconfederazioneitaliana.it/?p=5109

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