Mondi alienati e mondi alternativi

Intervento tratto dal seminario “La distopia e la dimora”

Una riflessione sulla tecnica all’interno della dialettica tra distopia e dimora, argomento di questo convegno telematico, oggi è quanto mai necessaria. Nel nostro rapporto con la tecnica, nel nostro frequentare la sua essenza, come diceva già Heidegger negli anni Cinquanta, dobbiamo lasciare da parte due atteggiamenti, tanto opposti quanto complementari: da una parte l’accettazione acritica di tutto quello che appartiene al dominio della tecnica; dall’altra, la sua (altrettanto acritica) demonizzazione totale, un luddismo d’accatto che spesso traduce solo una mancata comprensione, o una pigrizia intellettuale. Se dobbiamo evitare quest’antinomia è in virtù del carattere che potremmo definire “di superamento” connaturato all’essere umano.

dentato_50pxCome insegna l’antropologia classica – penso alle opere di Scheler o di Gehlen – l’uomo in realtà è un animale costitutivamente impreparato, costitutivamente incompleto, non ancora definito. Proprio in virtù di questo suo tratto, è un animale che si trascende di continuo all’interno di una cultura, di una storia e di una grande narrazione. Trasfigura il suo bios all’interno di una narrazione fondamentale che comprende anche la tecnica, che da un certo punto di vista è un’espressione di questa indecidibilità dell’umano, come già appunto diceva la riflessione antropologica degli anni Trenta e Quaranta.

dentato_50pxL’uomo impara a scrivere, a maneggiare strumenti, i quali non sono innocenti né neutrali. Al contrario, costituiscono un’escrescenza del corpo, agendo “retroattivamente” su di esso: il coltello è un’escrescenza della nostra mano, le scarpe sono protesi dei nostri piedi. Finché si arriva ad un sistema che è l’escrescenza dell’uomo nella sua totalità, dell’essere desto dell’uomo, come avrebbe detto Spengler: è la virtualizzazione dell’esistenza a cui assistiamo oggi. Demonizzarla è fin troppo semplice; vedervi il sigillo di una civiltà intera, vederla come la logica conclusione di un cammino ben più antico, è più complicato. D’altronde, lo scriveva sempre Heidegger: la tecnica non è un accidente, ma il compimento della metafisica occidentale.

dentato_50pxIn molti hanno visto nella tecnologia informatica una protesi del sistema nervoso dell’uomo, qualcosa che tende a simulare, a riprodurre, a estendere tutto il nostro essere. Ma dobbiamo chiederci: che ne è dell’uomo – almeno per come lo intendiamo “in senso classico” – all’interno di questa grande impresa di mobilitazione del mondo? Per rispondere ci viene in aiuto il celebre dibattito sulla tecnica che avvenne nel 1953, un dibattito che vide opporsi, tra i molti altri, Werner Heisenberg e Martin Heidegger. Gli atti di quella storica conferenza sono usciti, nella curatela di Maurizio Guerri, per Mimesis, con il titolo Le arti nell’età della tecnica.

dentato_50pxQuando Heidegger parlò dei rischi costitutivi della tecnica, evidenziò due aspetti essenziali: il primo è quello della riduzione dell’uomo a fondo. Heidegger parla di be-stand, cioè di qualcosa che è “soggetto al processo” più che “agente del processo”. L’uomo diventa uno strumento tra gli altri; l’uso di strumenti lo conduce a divenire uno strumento tra gli altri. Il secondo elemento è quello per cui l’uomo, frequentando le cose del mondo, tende a vedere sempre di più se stesso in ogni esperienza che vive, in ogni ente che sperimenta. Ovunque, scrive Heidegger, non incontra più che sé medesimo.

dentato_50pxSembra una contraddizione. Cosa ci sta dicendo Heidegger? In che senso l’uomo viene ridotto a strumento e allo stesso tempo vede ovunque nel mondo la propria effige? Intanto, bisogna capire cosa si intende per uomo. L’uomo che vede se stesso è lo stesso che si vede rifratto, come dire, nei vari piani dell’essere? Evidentemente no. Su questo punto, nel corso del dibattito cui accennavo, Heisenberg rispose ad Heidegger, dicendo: all’interno della fisica modernissima a contare sempre più è il ruolo dell’osservatore, che finisce per conquistarsi una preminenza sul ruolo dell’osservato. Guardando il mondo – sembra suggerirci il teorico del principio d’indeterminazione – io non vedo mai il mondo “in sé” (ammesso che questa espressione voglia dire qualcosa), ma l’immagine del mondo, che Heisenberg chiama Weltbild, cioè il modo in cui io mi raffiguro il mondo. Si frequenta solo la propria immagine del mondo, non conoscendo più le cose.

dentato_50pxAd un esito simile era arrivato, alla fine degli anni Venti, un grande filosofo neokantiano, Ernst Cassirer, che propose di sostituire la dicitura di animale razionale con quella di animale simbolico, riferendosi all’uomo. Sostanzialmente Cassirer dice che l’uomo è un animale simbolico, il cui quid consiste nel tessere una rete narrativa, che avviluppa il mondo, nella sua totalità. Per simbolo si intende non tanto il συμβάλλω [symballo] in senso “classico”, ma anche il linguaggio, la rappresentazione in senso lato. L’uomo colloca tra sé e il mondo una fittissima rete simbolica, una rete narrativa, una rete di parole, e finisce per dialogare con le parole che lui stesso ha inventato, più che con le cose del mondo. Per cui il dialogo con la natura, chiosava Cassirer, è un lungo monologo che l’uomo fa con se stesso. La sua tragedia è simile a quella di Mida: si sforza – costitutivamente, appunto – di colmare lo iato che lo separa dalla realtà in cui vive, finendo per pietrificare con la propria umanità tutto ciò con cui entra in contatto.

dentato_50pxÈ la stessa contraddizione cui accennavamo prima, esemplificata ottimamente non in un’opera filosofica, né in un impettito studio critico, ma all’interno di Ubik di Philip K. Dick. Carlo Pagetti, introducendo l’edizione Fanucci del romanzo, lo definisce – a giusto titolo – una specie di Vangelo del postmoderno. È un’epoca che vede il naufragio delle grandi teologie politiche, di quelle che Lyotard chiama “le grandi narrazioni”, se vogliamo “le grandi affabulazioni del mondo”. Venuta meno la tenuta stagna di queste narrazioni, nasce qualcos’altro.

dentato_50pxQuest’epoca è molto simile alla creatura che si era inventata Mary Shelley, creata dal dottor Frankenstein, che alla fine si ribella contro il suo creatore, rimproverandolo soprattutto di non avergli nemmeno dato un nome. Il postmoderno non ha un nome proprio, come il mostro di Frankenstein. È solo “post”. E noi non siamo ancora in grado di dare un nome alla nostra epoca – per comprenderla, per fortuna abbiamo vari autori, vari romanzi, di cui Ubik è uno dei più importanti.

dentato_50pxIn Ubik – questo è il dato fondamentale – il principio di realtà è distrutto. La realtà è smembrata in una serie di narrazioni e contro-narrazioni. Abbiamo individui dalle capacità mentali eccezionali, i precog, i quali non prevedono il futuro ma, ricombinando elementi del presente, sono capaci di calcolare, un po’ come nell’Ars Magna di Raimondo Lullo, delle ipotetiche configurazioni futuribili. Poi ci sono gli inerziali, che mantengono lo status quo, la realtà “così com’è”, annullando le capacità dei precog. Sono i guardiani del Dato di Fatto. Sono sicuro che, se ci pensate bene, scoprirete di averne incontrati molti.

dentato_50pxAd ogni modo, la realtà in Ubik non è oggettiva, non esiste in sé, ma è lo scontro ininterrotto di queste informazioni e contro-informazioni, di narrazioni e contro-narrazioni. Fino a che diventa letteralmente impossibile decidere quale sia la realtà reale, quale sia la verità vera. Questo ossessionava Dick, interessatosi tra le altre cose alle analisi che Hannah Arendt aveva compiuto sui totalitarismi, sul dispositivo totalitario come meccanismo capace di creare universi paralleli.

dentato_50pxÈ quanto accade, sempre per restare in tema, nell’altro celeberrimo romanzo dickiano, The man in the high castle, immaginifico affresco di una realtà che viene manipolata attivamente, che ri-raccontata, ri-combinata, ri-programmata, diventando più reale della realtà vera. I personaggi che Philip K. Dick chiama “signori del tempo” sono capaci di spostarsi dall’una all’altra realtà. Personaggi che, attraverso la consultazione degli I-ching, riescono a spostarsi da un piano all’altro, rimanendo sempre coscienti e presenti a se stessi.

dentato_50pxIn questa serie di esempi, sommariamente ricordati, Dick ci dice di considerare la pluralità di realtà futuribili come oggetto di una narrazione: giochi mentali, non realtà date una volta per tutte; ne deriva che, nel momento in cui bisogna contestare la realtà vigente, la narrazione vigente, è impossibile rifarsi a un principio di realtà che ha ormai dichiarato bancarotta, una volta per tutte – occorre, semmai, elaborare una potente contronarrazione, altrettanto radicale, fondamentale, abissale. È per queste ragioni che la descrizione della realtà offerta in Ubik, a mio parere, rappresenta la vena di una postmodernità che richiede di essere interrogata e analizzata criticamente.

dentato_50pxVorrei concludere affrontando un’ultima questione. Tutto ciò ci riporta alle riflessioni di un altro autore, allo straordinario genio di Ioan Petru Culianu, ucciso trent’anni fa da una mano tutt’ora ignota. Il brillante allievo di Mircea Eliade parlava del divenire storico come di una ininterrotta interazione di sistemi di pensiero complessi; una ininterrotta sequela di visioni del mondo o di paradigmi, usando il lessico dell’epistemologo Thomas Kuhn, che si succedono senza soluzione di continuità come sistemi chiusi in se stessi. Paradigmi di ordine squisitamente mentale – nel senso più alto del termine. Una psicomachia, per così dire, l’ininterrotta lotta di sistemi che inglobano la realtà, trasformandola in cosmo – anzi, cosmi, al plurale, multiversi noetici, riconfigurati da mindgames.

dentato_50pxLa storia, in questo ordine di idee, non precede verso il meglio o verso il peggio (secondo Georges Bernanos, gli ottimisti sono degli imbecilli contenti e i pessimisti degli imbecilli scontenti) ma si manifesta come una collezione di questi paradigmi. Attraverso il loro studio è possibile comprendere i percorsi del reale, nelle sue biforcazioni di borgesiana memoria, e la relazione che c’è tra la narrazione e la realtà, facendo sì che anche la più infame delle distopie torni ad essere una nuova dimora.

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