Il teatro apocalittico

Intervento tratto dal seminario «Il precipizio del tempo. Circa “La necessità  degli apocalittici”»

Del libro sull’Apocalisse di Alvi si può dire anzitutto che è un’opera labirintica e snervante a leggersi. Non saprei se definire il libro un commento, un’esegesi, una meditazione o un costante corpo a corpo. Di certo c’è che il Mistero apocalittico corre sul filo dell’indicibile. Eppure Alvi qualcosa è riuscito a dire, a tradurre in linguaggio dalla sua intuizione, e già questo è un sacrificio. Da lettori si ha come la sensazione infatti che quest’opera sia costata molto al suo autore. L’Apocalisse non è un libro. Il libro è a rigore uno strumento che si legge e si scorre da un punto ad un altro come una successione. L’Apocalisse è un rotolo che si squaderna in panorama circolare. Si restituisce, si svela e disvela tutto assieme, dopo l’apertura dei sigilli.

dentato_50pxQuesto elemento è dirimente perché costituisce l’immagine plastica di un atto che consiste nell’abolizione del tempo cronologico, costituito dalla successione degli attimi e apre la possibilità del Kairos, che è la realtà di vita, lo Spirito Santo, abolizione di un tempo che realmente non è mai esistito, se non nell’allucinazione di chi è stato precipitato nella sua illusione.

dentato_50pxQui si costeggia la dimensione della dimenticanza e dunque del male, un mistero, che resta come dice Alvi, inconoscibile; non si può conoscere ciò che non si può amare, si conosce solo ciò che si ama e non potendo amare il male questo resta un mistero abissale.

dentato_50pxL’abolizione del tempo è nell’abolizione di ogni presunta alterità; l’immagine folgorante di un’abolizione della dualità che si dispiega attraverso un preciso andamento del libro che è pieno di polarità laceranti e terrificanti. Una risiede nell’evocazione dell’archetipo letterario di Dottor Jekyll e Mr. Hyde, del doppelgänger. Vi ritroviamo l’idea di come ciascuno abbia questo doppio in cui risiede il mistero profondo del male.

dentato_50pxNella lettura di “La necessità degli apocalittici” c’è un’abolizione dell’alterità persino con il libro che si ha in mano, e persino con il libro che ha per oggetto il libro che lo commenta. Una lettura come dicevo non gradevole né piacevole: quello di Alvi è un libro perturbante, lo è necessariamente. Accade come in quei racconti dove il lettore ad un certo punto si accorge di far parte della vicenda, di non essere un lettore, ma di essere malgrado lui stesso il protagonista; investito ad un certo punto della responsabilità di ciò che avviene. Si viene tirati dentro anche non volendo.

dentato_50pxQuesta alterità di cui parlavo viene meno nel susseguirsi di polarità, di immagini, personaggi e situazioni. E, di nuovo, per paradosso, si contrappongono la serissima responsabilità della propria persona, del proprio Io, e al tempo stesso l’illusione di questa persona. Il destino del prossimo è in realtà “il mio destino”, quello dell’Io appunto, mia diretta responsabilità.

dentato_50pxIl libro è perturbante anche per via del costante contatto con la Soglia e quindi anche con la morte. La necessità di un confronto e di un attraversamento è nell’abolizione del tempo, e con essa si arriva all’intuizione che gli eterni del mondo di ognuno sono destinati ad apparire in ognuno assieme agli eterni del mondo di ogni altro.

dentato_50pxPer cui si è nell’Uno e al tempo stesso si è altro e tutto questo non in una idea di ritorno. L’Apocalisse non ha a che fare con una filosofia orientale di ritorno all’indeterminato, di ritorno all’inviolato, ma ha a che fare con il compimento. Questo prevede la necessità di un venire ai ferri corti con il mistero del male. Il male non ci è estraneo.

dentato_50pxEcco, quindi che quello di Alvi è un libro la cui lettura ha avuto a che fare con un’esperienza cruciale, nel senso proprio del termine, cioè della Croce. Si avvertono la polarità in interiore, l’abbandono e il supplizio ma al tempo stesso la beatitudine, il tempo internato, il disvelamento e la soluzione. Però insieme, nella stessa Carne. Non uso a caso Carne, perché è un’esperienza che è anche dei corpi, fisica, di compimento e non ritorno, che ingloba persino e propriamente il destino della terra, non un vago ritorno al cielo.

dentato_50pxMi viene in mente quanto poi ogni tempo è apocalittico. Borges diceva che ogni giorno è la fine del mondo. Ogni tempo e ogni ora, ogni attimo sono apocalittici, nella misura in cui sono momenti di coscienza nell’abolizione del tempo. Il tempo è ovunque immobilità incessante dice Alvi.

dentato_50pxConcludo notando come la nostra epoca abbia molto presente la vibrazione apocalittica in forme sempre più manifeste: l’anomia sociale, la fine delle grandi strutture, delle identità sociali, politiche, ideologiche e individuali. Questo diviene quindi un passaggio che richiede un grande coraggio; richiede di confidare nel destino della prova del vuoto.

dentato_50pxMi torna in mente quella frase di Nietzsche: “Il deserto cresce: guai a chi cela deserti dentro di sé!”. E’ appunto il richiamo alla responsabilità dell’esperimento a cui tutto questo libro chiama. Capisco quello che Alvi diceva durante la scrittura di questo libro, che è un libro da cui non ti liberi. Sembrava aver rinunciato diverse volte a scriverlo, volendosene liberare per poi ogni volta ritornarci, perché dall’Apocalisse si è coinvolti, il protagonista è l’Io di cui pronunciamo il nome senza la piena coscienza di Chi Egli sia.

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