Un percepire apocalittico

Intervento tratto dal seminario «Il precipizio del tempo. Circa “La necessità degli apocalittici”»

Mi fa piacere ricordare che ci stiamo incontrando il 23 aprile, giorno che è legato a due grandi apocalittici. Oggi è il giorno di San Giorgio ed è il giorno in cui morì William Shakespeare. Il rinvio a questi due grandi apocalittici può, secondo me, condensare il motivo su cui mi vorrei concentrare in questa breve riflessione. In particolare, questo motivo viene condensato dall’opera di Shakespeare, nella sua forma assolutamente irripetibile, legata anche al tempo in cui quest’opera si manifestò.

dentato_50pxQual è questo motivo? Quello che Geminello Alvi ha richiamato all’inizio del suo primo intervento parlando di percettività. Riprendo questo suo riferimento alla dimensione percettiva. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che riguardo all’Apocalisse noi non abbiamo a che fare con dinamiche correntemente simboliche o, addirittura, allegoriche, ma abbiamo a che fare con dinamiche fenomeniche o fenomenologiche.

dentato_50pxSecondo me la provocazione più feconda che viene dal libro di Alvi è quella dell’osare sperimentare il percorso dell’Apocalisse, quello caratterizzato da Giovanni, come un percorso di fenomenologia, nel senso di una fenomenologia dello Spirito che riesca a rendere il fatto che lo Spirito è eterno istante immaginale.

dentato_50pxQuesta provocazione, che è costante in questo libro – anche nelle citazioni più apparentemente distanti da quello che sto per dire –, secondo me si può condensare nella formulazione seguente: la fine del tempo avviene in ogni nostro atto percettivo, e sempre più sarà così. Perché questo? Perché in ogni atto percettivo noi saremo sempre più chiamati a manifestare in modo cristallino, adamantino, così da trasformare il mondo, l’attività dell’Io.

dentato_50pxQuesto è un centro del libro di Alvi che ricorre costantemente. L’Io di cui si parla non è, però, quello del soggettivismo o del narcisismo, ma è appunto il nostro autentico Essere, potremmo dire un Centro, una Sfera di Calore-Luce spirituali.

dentato_50pxQuesto Io è chiamato a compenetrare sempre più ogni atto percettivo. Il compiersi di questa trasformazione dell’atto percettivo non è altro che quanto rappresentato nell’Apocalisse: il dramma dell’Apocalisse. Dramma è inteso qui nel senso letterale del termine greco δρᾶμα (drama), cioè qualcosa che viene fatto, il δρᾶμα come manifestazione di una attività e operatività trasformativa. Questa è la grande provocazione, intesa nel senso di un chiamare in modo insistente a intraprendere un determinato percorso. Provocazione, quindi, feconda, generativa.

dentato_50pxIl culmine del percorso appena accennato è il percepire cosmogonico che ci viene presentato nell’Apocalisse. È un percepire che è generazione rituale di un nuovo Cosmo, e questo nuovo Cosmo è la Nuova Città, la Nuova Gerusalemme.

dentato_50pxNel libro si riesce a tenere insieme in modo magistrale questo scenario di ritualità macrocosmica, che va oltre ogni istituzione e catena tracciabile, con il più umile atto percettivo. La realtà che tiene insieme questi due apparenti estremi è l’Io, Centro-Sfera di Calore-Luce spirituale. Questo riferimento costante all’Io è ciò che spiega il carattere “anarchico“ del percorso apocalittico, e anche il carattere ἄναρχος (anarchos) della comunità degli apocalittici: tra Apocalittici ci si intende in un eterno istante, appunto perché si tratta di una comunità che trascende ogni forma di centralismo, accentramento.

dentato_50pxIl messaggio ardentemente attuale del libro di Alvi sta in questo: quanto più si penserà che la soluzione dei grandi problemi del presente possa venire da una qualche forma di astratta unità, da un qualche centralismo regionale, nazionale, continentale, globale, tanto più si precipiterà negli abissi di insensatezza che questo libro squaderna in modo così icastico.

dentato_50pxLa soluzione o, meglio, la proposta, costruttiva rispetto alla possibilità tremenda del precipitare nell’insensatezza, è positivamente disarmante. Consiste nell’osare prendere sul serio il fenomeno percettivo fin nel suo essere più umile, più quotidiano, ossia l’esperienza percettiva più corrente, per viverli sempre più come esperienza di questo Io Spirituale, Io Cristico, per usare un termine che Geminello Alvi usa spesso: Io Cristico capace di trasformare l’incontro col mondo nella nascita di un nuovo cosmo.

dentato_50pxTutto questo si condensa in un rinvio che Alvi fa a due fonti relative a Giovanni, e cioè alla capacità di Giovanni di trasformare in oro e pietre preziose anche gli oggetti più banali, come i rametti che gli portavano o dei granelli di sabbia. Perché riesce a fare questo? Perché vive l’organismo percettivo, l’incontro quotidiano con il più banale fenomeno come fenomeno di ritualità macrocosmica, fenomeno cosmogonico e legame con quella sostanza di vita che è capace di generare una nuova umanità e un nuovo cosmo.

dentato_50pxLa forza di questo libro sta proprio nel far percepire come per orientarci verso questa cosmogonia, verso la nascita di un nuovo cosmo, non dobbiamo orientarci verso chissà quale turbo-illuminazione, ma dobbiamo cominciare dai granelli di sabbia e dai rametti sparsi sulla Via del nostro Destino.

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