Sull’Apocalisse. Cevasco in breve dialogo con Alvi

Intervento tratto dal seminario «Il precipizio del tempo. Circa “La necessità degli apocalittici”»

Geminello Alvi: Dal libro dovrebbe derivare un continuato senso di meraviglia, e di sorpresa grata. Ma so da prima di scriverlo che in pochi la sperimenteranno. I più troveranno il libro disperante e vi si perderanno come in un labirinto. Non mi dispiace. Ogni presunzione di trovare un orientamento celebrale nelle questioni di cui scrivo deve fallire, ed è ovvio che gli inadatti vi si perdano e magari ne sentano angoscia. L’Apocalisse non richiede acque stagnanti, vuole un’acqua che scorra in pura devozione, altra da quella furtiva delle idee consuete. Detto questo mi affiderei al talento del mio amico Francesco Cevasco. Quello trascorso al Corriere della sera fu un bel periodo, e Francesco è persona capace, simpatica e buona, cosa non trascurabile per aiutarmi in un dovere contrastante: di spiegare quanto non si può spiegare, non so spiegare e non voglio neppure spiegare, per non sciuparlo. Mi affido a lui per l’inizio di questo incontro.

dentato_50pxFrancesco Cevasco: Grazie a Geminello per le eccessive parole che ha usato nei miei confronti. Voglio parlare del libro da un punto di vista laterale, non potrei parlarne da un punto di vista profondo e concettuale. Una mattina ricevo una telefonata da Geminello Alvi il quale mi dice con un tono distaccato: “Ho scritto un libricino, un libretto, una piccola cosa e mi farebbe piacere se lo leggessi”. Io dico: “Certo!”. E’ una delle persone che stimo di più, quindi… mi aspettavo, ingenuo, un pamphlet agile, veloce, cattivo, malizioso insomma… una lettura di quelle in cui godi della malizia dell’autore. Invece mi ritrovo con questo libro, mi ci butto, e confesso che nemmeno lo ho finito per ora. Sono un buon lettore, nel senso dei tempi di lettura, perché sono stato abituato a leggere in fretta per ragioni di lavoro, invece qui bisogna leggere lentamente, con pazienza; per fortuna il liceo classico aiuta nella lettura fonetica del greco. Ma mi sono trovato come un uccellino che arriva sereno e tranquillo, restando poi impigliato nella colla, abbracciato da questo abbraccio stringente che però non ti strozza neanche. Dicono del gioco del golf che devi impugnare il bastone come un uccellino; lo devi stringere senza ucciderlo però senza farlo scappare. Questo libro me lo porterò per sempre dietro, io tendo di solito a fare una lettura obbiettiva e in questo caso però l’Apocalisse non dà questa possibilità, sarebbe una lettura vana. Ti chiederei: perché non si può abbinare all’Apocalisse l’attributo “lettura obbiettiva”?

dentato_50pxGeminello Alvi: Perché non c’è in questo genere di conoscenze una tecnica che regga, e la verifica concettuale è anzi volentieri fuorviante. Anche le metodiche meditative o di concentrazione, divulgate come risolutive, servono a ben poco: il loro esito è purtroppo il più delle volte celebralizzare ancora di più, creare dei fanatici. Gli amici del lettore sono invece sempre inattesi. Per esempio  leggendo il commento all’Apocalisse di Newton, è evidente che ne abbia inteso la forma: la quantità di pregiudizi protestanti di cui il suo commento è intriso conta allora molto poco. Direi insomma che c’è tra gli apocalittici una comunità subiettiva che li riunisce in confraternita di persone che si intendono; per i quali accordi e disaccordi consueti, persino la logica, hanno un altro senso. L’esperimento travolge la obiettività consueta. Si crea inevitabile negli apocalittici un chiliasmo, ch’è uno stato di vita: il Millennio implica un regno percettivo che s’incarna.

dentato_50pxFrancesco Cevasco: Allora mi viene in mente un’altra questione legata a questa. Parto da me, ma non per vanagloria piuttosto per capire quello che hai scritto. Io mi sono imbattuto nell’Apocalisse anni fa una notte in un albergo, nella stanchezza di una sera. Negli alberghi allora si trovava ancora la Bibbia nel cassetto e io apro così il libro e vado diretto sull’Apocalisse. Da allora ho un certo interesse. Ma credo di aver commesso un errore strategico. Ho sempre considerato nell’Apocalisse, come dato fondante, il simbolismo, simbolismo che invece nel tuo libro è definito con non dico disprezzo, ma almeno con l’idea che il simbolismo non sia il modo di affrontare l’Apocalisse. Qual è il modo giusto?

dentato_50pxGeminello Alvi: Chiamarlo libro…? Sarebbe meglio rotolo. E comunque è opera che contiene molti altri libri, a specchio. Per esempio nel suo svolgersi riunisce la Sphaera, la visione stellare greca, e quindi la magia ellenistica, all’apocalittica ebraica, ai testi di Enoch. Ma questo scritto inesauribile resta nel suo svolgersi tormentato. Deve tenersene conto. Perciò all’inizio ricordo quanto di  tremendo capitò al povero Charles, sommo filologo ed erudito, che visse a Londra non lontano dalle efferatezze di Jack lo squartatore. Così il testo dell’Apocalisse risulta talora squartato, forse proprio da colui che maledice quanti proveranno a riformarlo. La sua potenza, ἐξουσία tuttavia resta, malgrado tutto.  E’ nella capacità dell’anima umana di rivivere i suoni e le sue immagini. Si tratta di immagini che non sono simboli, e questo lo spiega bene Tarkovskij. Meglio dei Bignami dei seguaci Steiner o delle presunzioni notarili di Guénon. Tra l’altro tutti, ma proprio tutti, anche i più grandi, hanno sovente ripetuto quanto detto da altri, senza mai citarli. Comunque sia l’Apocalisse richiede ingresso in altro tempo, che trasmuta lo spazio. Il simbolo è già un qualcosa di cui si può parlare, che si può spiegare, sul quale disputare, per il quale si può legittimare qualcuno dicendolo appartenente a una catena, a un nesso, a una pretesa dignità iniziatica o settaria: ma è una visione notarile, cerebrale. Nulla di tutto questo serve nell’Apocalisse. Una conferma se ne dà nel capitolo XVIII, sempre nella partizione di Langton, quello che sembra il più noioso: il lamento sulla fine di Babilonia. L’erudizione basta a riconoscervi i misteri di una comunità, in vita di immagini e suoni sovrumani, che s’intreccia al testo. Taluni dei grandi teologi o filologi che cito, hanno detto molto meglio di chi li ha saccheggiati senza citarli. Siamo ormai in una fine del tempo vera e l’Apocalisse sovverte qualunque acqua stagnante, e idea furtiva. Teilhard e von Balthasar sono riferimenti preziosi…

dentato_50pxFrancesco Cevasco: Questo mi darebbe modo di parlare di gesuiti e di fine del tempo, ma il nostro tempo per ora è concluso.

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