Apocalisse e vento anarchico

Intervento tratto dal seminario «Il precipizio del tempo. Circa “La necessità degli apocalittici”»

Sono contento di essere qui, rivedo degli amici con i quali ci eravamo incontrati per parlare di Apocalisse, intuendo tutti già prima di questa crisi sanitaria come il nostro fosse un tempo apocalittico. Questo è anche uno dei motivi di interesse, da parte mia, per il libro di Geminello Alvi “La necessità degli apocalittici”. Faccio due considerazioni preliminari su come io ho recepito questo testo, un commento molto articolato, molto erudito, dove si capisce che ci sono anni e anni di letture da appassionato di questo tema.

dentato_50pxIl testo è un confronto capillare con una serie di autori, magari non direttamente legati all’interpretazione dell’Apocalisse, ma che avevano certamente intuito lo spirito di questo rotolo così complicato, come Alvi lo ha definito. Dal testo non è semplice estrarre una tesi coerente, come potrebbe avvenire per un trattato di teologia, ma si possono rintracciare un insieme di temi ricorrenti, che appartengono anche al pensiero generale di Alvi.

dentato_50pxCome tutto ciò si riversa nell’interpretazione dell’Apocalisse? Anzitutto, mi pare che il testo affermi una centralità assoluta dell’Apocalisse nella letteratura cristiana. Io ho recepito come consequenziale a questa centralità due critiche: quella alla simbolizzazione e quella alla retoricizzazione dell’Apocalisse. Come le ho legate alla centralità dell’Apocalisse nella letteratura cristiana?

dentato_50pxHo inteso la retoricizzazione e la simbolizzazione come tentativi di addomesticare il testo apocalittico, di smussarne la portata; una simbolizzazione è anche una trasfigurazione del testo, un modo di lettura che impedisce quel corpo a corpo che invece interessa al Professor Alvi. C’è un passo che credo rappresenti bene la centralità di cui sto parlando e le critiche a queste due letture: “L’Apocalisse richiede al lettore di crederci”. Allora l’Apocalisse non è una simbolizzazione o una persuasione retorica, si descrive realmente la fine dei tempi e bisogna credere per accostarsi al testo apocalittico che questo momento della fine dei tempi avverrà. Bisogna interpretare i segni e ci aiuta ad interpretarli l’Apocalisse. Niente metafore della vita e dell’esistenza, no! L’Apocalisse descrive davvero la fine dei tempi.

dentato_50pxDa qui alcune appendici e alcuni corollari: ovviamente il contrasto con la religione istituzionalizzata. Su questo ci sono tutte le pagine dei testi apocalittici già presenti nella tradizione ebraica, quindi della tradizione Enochica, pagine importanti, degli esseni, comunità ebraiche spiritualizzate, o della grande tradizione cabalista. Naturalmente queste tradizioni, interne alla tradizione ebraica, hanno tutte trovato una forte opposizione da parte della religione istituzionalizzata, cioè dall’ebraismo rabbinico. Ne discutevamo già in un vecchio seminario e si citava Gershom Scholem, che interpretava la cabala proprio con la portata apocalittica che contiene al proprio interno: come un vento anarchico che spira all’interno della tradizione, e questa è appunto tutta la letteratura apocalittica, ebraica e cristiana.

dentato_50pxTutta questa letteratura è intrisa di un vento anarchico e sempre ha avuto un rapporto molto difficoltoso con la religione istituzionalizzata legata al tema della norma e della legge. Dal testo di Alvi si trae che per leggere l’Apocalisse bisogna comprendere che cosa sono le geometrie non euclidee, bisogna insomma tentare di ragionare con categorie che sono fuori dall’ordinario. Non esistono categorie apocalittiche, l’Apocalisse è ciò che trascende e demolisce qualunque categoria razionale.

dentato_50pxE’ chiara l’impossibilità di una lettura oggettiva della Apocalisse, non è il linguaggio scientifico che ci aiuta, è il linguaggio creativo di coloro che immaginano nuove forme geometriche, nuovi linguaggi matematici. È un tentativo di trascendere le categorie abituali e usuali, per cercare di sconfinare nel mondo apocalittico che rimane sempre per definizione oltre il nostro sguardo, perché il nostro sguardo appartiene ancora alla storia. Questo è l’unico modo per pensare questa soglia, l’Apocalisse come fine della storia, come crisi definitiva delle istituzioni, delle norme, dei linguaggi che dominano nel tempo storico.

dentato_50pxAllora, perché l’interesse oggi per una lettura dell’Apocalisse? Dove ritroviamo oggi un linguaggio apocalittico? Io direi ovunque, anche prima della crisi che ci ha posto a contatto con questa atmosfera della fine. Da tanto tempo noi ragioniamo attraverso categorie apocalittiche per definire il passaggio storico che stiamo vivendo. Ma quando ci confrontiamo con questo tema della fine? Ad esempio quando parliamo della fine del lavoro, delle forme tradizionali del lavoro, e della sostituzione robotica. È una forma di letteratura, certo ingenua, ma apocalittica. La crisi climatica e la crisi ecologica… tutto ci indica un passaggio nell’oltre rispetto all’ordinario. Sono delle derivazioni, io credo, di questa mentalità apocalittica sorta in seno all’ebraismo e ulteriormente radicalizzata, anche se ci sono persone che conosco che non mi perdonano questo termine per descrivere il passaggio tra ebraismo e cristianesimo, ovviamente dalla letteratura cristiana e dell’apocalisse di Giovanni.

dentato_50pxCome ci aiutano a definire l’Apocalisse queste forme di apocalittica moderna? L’Apocalisse è una categoria dello spirito, si potrebbe dire. Noi non possiamo che pensare apocalitticamente io credo. Perché pensare apocalitticamente significa pensare teleologicamente. È una categoria dello spirito che individua un fine dell’azione e un fine della storia. Per quanto ne possano dire gli ambienti laici, loro stessi pensano in questi termini. Infine è la dimensione propria dello spirito occidentale e rappresenta la frattura con la visione ciclica della sapienza orientale. Tutta la storia dell’occidente può essere letta solo secondo questa categoria. Cosa sono le grandi filosofie romantiche dell’800 se non delle filosofie apocalittiche? Quanto cristianesimo c’è in Hegel? Tutta la filosofia contemporanea è apocalittica, fino ad arrivare ad Heidegger, Schmitt e altri pensatori.dentato_50px

dentato_50pxChiudo osservando due cose. Gliele devo dire: Ma perché però noi nel testo troviamo invece un contrasto, una frattura interna al mondo monoteistico? Per esempio fra tutta una apocalittica ebraica e una apocalittica cristiana, possiamo dire una radicalizzazione. Io penso che noi dobbiamo mantenere un piano di continuità, perché c’è una frase come: “per seguitare a essere ebrei si dovrebbe essere cristiani” oppure si parla dell’involuzione semita. Chiaramente queste frasi sono del tutto irricevibili in un ambiente ebraico, anzi riflettono il vecchio schema della teologia della sostituzione che ha creato tanti danni, io credo. Per cui l’ebraismo per essere veramente ebraismo dovrebbe essere cristianesimo. È il tema del Verus israel; la Chiesa cattolica rappresenterebbe il vero Israele per la sua universalità. Io non penso in questi termini la visione e la letteratura apocalittica. Non la penso in termini di contrapposizione tra le religioni del libro.

dentato_50pxPiuttosto credo che possa essere il vero anello di congiunzione tra una prospettiva ebraica e una prospettiva cristiana e persino con una islamica. Qui si parla di una involuzione semitica dell’islam che torna al tema della legge, del rigore. Però l’islam ha delle grandi correnti mistiche. Non possiamo, le chiedo, pensare in questi termini l’Apocalisse? Come l’elemento di condivisione di uno sguardo teleologico che attraversa tutte le religioni del libro, anzi ancora di più che attraversa la grande tradizione occidentale e che è sempre entrata in contrasto con le religioni e i pensieri istituzionalizzati. Questo lo vediamo anche nelle forme di Apocalisse moderna che prima citavo. Perché interpretarla in termini di frattura?

dentato_50pxRisposta di Geminello Alvi

dentato_50pxGrazie delle belle cose che ha detto, precise soprattutto e in particolare queste ultime. Sulla parola crisi c’è da rammentare Apocalisse 20,12: καλλο βιβλίον νοίχθη, στιν τς ζως· κακρίθησαν ονεκροκ τν γεγραμμένων ν τος βιβλίοις καττργα ατν. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri. La parola crisi è parola che implica separazione e giudizio. Dunque tutto questo parlare di crisi e sperare che poi tutti finiscano salvati nel progresso su un astronave che ci porta su Marte o in qualche bengodi internetiano o porneo è una menzogna, anzi peggio, è la Bestia. Anche questa crisi che viviamo adesso è un giudizio.

dentato_50pxIo aveva scritto di eresia, parlando del musulmanesimo, poi ho tolto questa espressione perché appunto esso mi interessa molto poco. Considero la questione islamica del tutto subordinata alla questione del popolo ebreo, considero pertanto centrale la questione dell’ebraismo. Questo perché penso, come pensavano alcuni eruditi da me citati, che il libro di Enoch dovrebbe essere compreso nei libri canonici, perché c’è lì un ebraismo già cristiano, come c’è nel libro di Giobbe un richiamo a un testimone che può essere solo identificato con Cristo. Lungi da me contrappormi alla apocalittica di Enoch, dunque.

dentato_50pxIo considero l’ebraismo assai più articolato, complicato, denso di enigmi per l’umanità. Teologicamente potrei cavarmela dal punto di vista retorico, dicendole che Gesù è il Figlio dell’Uomo ed è più importante che sia il Figlio dell’Uomo che non Figlio di Davide. Del resto questo è anche il perché quanto può apparire, come dire, duro nei confronti dell’ebraismo non lo è. Noi abbiamo un’idea, ebrei e cristiani, alquanto imprecisa dell’ebraismo, della sua varietà, che non si limitava a farisei e sadducei, già prima di Cristo. Comunque sia la mia idea è che le religioni, anche quella cattolica, lo dice von Balthazar, abbia fatto scempio della Rivelazione.

dentato_50pxL’Apocalisse induce questa anarchia, questo tema affrontato splendidamente da Werner e da Barbel, due grandi teologi misconosciuti, il tema del Cristo Angelo, del figlio dell’uomo, sul quale cristiani diversi, completamente diversi da quello che immaginiamo ed ebrei completamente diversi ritroveranno la crisi e il giudizio inevitabile, insieme. Tutto il resto è equivoco, non credo che il futuro avrà religioni, come quelle presenti, avverranno certi mutamenti profondi, nella maggioranza dei casi per il male, ne sono convinto, ma è inevitabile che sia così. Lo Spirito soffia dove vuole, e l’Apocalisse è il libro dello Spirito Santo. Eppure ne nascerà anche un’immaginazione femminile, potentissima, la quale riunirà in una potenza travolgente, la Vera Luna, la purissima Luna, di Jahvè a quella di Cristo. Questo cambierà tutto. L’ortodossia s’è spinta molto oltre. Nel momento della martiria e del martirio comunista, negli anni ’20 e negli ’30, ha descritto questa che non è una condizione, non è uno stato, non c’è nessuno stato, non c’è niente di fisso, non c’è dogma, c’è una liturgia nella quale la devozione, i quattro Cherubini, inevitabilmente celebra e trova l’Agnello.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *