La tecnica eteronoma

Dall’Uomo tecnologico all’uomo agatologico

Si ponga questa situazione: una persona colpita da un grave problema di salute riesce a salvarsi grazie all’utilizzo delle macchine, cioè all’impiego della tecnica. Nessuno griderà al miracolo, eppure il successo dell’intervento non era affatto assicurato, perché un margine di aleatorietà restava comunque – a suo modo, il successo dell’operazione è qualcosa di inaspettato, qualcosa di non necessario e dunque sorprendente. Se ciò vale per un intervento delicato, può valere anche per un intervento di routine – dove per «intervento di routine» intendo non solo operazioni “semplici”, ma anche operazioni “banali”, quelle tanto scontate da non essere nemmeno ritenute tali nel linguaggio quotidiano (per es. il vaccino). Eppure, a tutti gli effetti si tratta di tecnica applicata a scopi medici, quindi di “interventi” medici. E in quanto tali, sono segnati da una certa aleatorietà rispetto al successo. 

dentato_50pxL’intervento medico attuato con l’impiego della tecnica, coinvolge fondamentalmente due soggetti: la tecnica medica (a cui compete propriamente l’intervento) e il paziente (cioè la persona su cui interviene la tecnica medica). Tenendo presente che un margine di aleatorietà del successo nell’intervento sussiste sempre, il successo consisterà allora nella riduzione di quel margine, determinata dal rapporto reciproco dei due soggetti coinvolti.  A tal proposito, si riscontra una sproporzione: i due soggetti rispetto all’intervento determinano margini di aleatorietà diversi non solo per grado, bensì soprattutto per forma. Si tratta di due forme di aleatorietà radicalmente diverse secondo il soggetto: per quanto riguarda la tecnica medica, l’aleatorietà sarà progressivamente ridotta in proporzione al perfezionamento della tecnica stessa – così che la tecnica può ambire a perfezionarsi; per quanto riguarda invece il paziente, che è una persona, esso resterà sempre costitutivamente fragile, “difettoso”, mantenendo perciò inevitabilmente comunque alto il grado di aleatorietà del successo nell’intervento. Si può arguire da ciò che i due soggetti coinvolti sono ontologicamente differenti: perfettibile il primo, imperfetto il secondo. Ebbene: si può dire che sia la persona a rendere aleatorio il successo della tecnica medica, e quindi dello stesso intervento. 

dentato_50pxLa tecnica medica, come la tecnica in generale, è costitutivamente predisposta al progresso, cioè al perfezionamento, al miglioramento delle sue prestazioni. La natura della tecnica consiste nell’erogare una certa prestazione, e il suo scopo corrisponde a questa sua natura. Perciò, se immaginassimo una tecnica autocosciente (intelligenza artificiale?) essa probabilmente tenderebbe a correggere i suoi difetti fino ad annullarli – se la tecnica avesse un ethos autonomo, si può immaginare che esso consisterebbe proprio in questo “correggere i difetti/per migliorare la prestazione”. Ma la tecnica non è auto-nomizzata: il suo nomos le è esterno, perché glielo attribuisce l’Uomo – la tecnica è etero-noma, perché in funzione delle esigenze dell’Uomo. Ne consegue che la tecnica può perfezionarsi solo se l’Uomo vuole perfezionarla. 

dentato_50pxPerché l’Uomo vorrebbe perfezionarla? Il caso della tecnica medica è a tal proposito grandemente esplicativo. Gli interventi medici sono esigenze dell’Uomo; il successo dell’intervento consiste nella riduzione del margine di aleatorietà; la riduzione di questo margine dipende da ciò che è perfettibile (la tecnica), non da ciò che è imperfetto (l’Uomo) – ergo: il successo dell’intervento medico dipende fondamentalmente dalla qualità della tecnica impiegata. È qui che si pone il problema: il margine di aleatorietà del successo nell’intervento, resta sempre comunque troppo ampio a causa della imperfezione del paziente. Il paziente, cioè l’Uomo, è irrimediabilmente “difettoso”. Per risolvere il problema, diventa necessario correggere il difetto. E così, la volontà dell’Uomo di far progredire la tecnica medica oltre un certo grado, non può che dipendere dalla volontà di correggere l’Uomo, di modificarlo – perché solo modificando l’Uomo stesso è possibile ridurre entro un certo grado il margine di aleatorietà dell’intervento. 

dentato_50pxDunque, perché il margine di aleatorietà del successo in un intervento medico si riduca entro un certo grado, non è più sufficiente che la tecnica si perfezioni, ma diventa necessario che pure l’Uomo si perfezioni. Si compirebbe così una vera e propria “rivoluzione ontologica”: se prima la tecnica era ciò che era perfettibile e l’Uomo ciò che era imperfetto, ora anche quest’ultimo diventerebbe ontologicamente perfettibile. Ora: “perfettibilità” e “imperfezione” sono condizioni ontologiche di due soggetti diversi: la tecnica e il paziente (l’Uomo). La perfettibilità della tecnica è la vocazione della sua natura, che è quella di erogare prestazioni; prestazioni che sono in funzione delle esigenze dell’Uomo – esigenze derivanti dalla natura dell’Uomo, che è stata considerata “imperfetta” solo in relazione al successo dell’intervento medico, cioè solo in relazione ad una specifica prestazione. Si arguisce da ciò, che la “rivoluzione ontologica” dell’Uomo allora comporterebbe essenzialmente l’assimilazione della sua natura a quella di un erogatore di prestazioni, che però è il proprium della natura della tecnica. In altre parole, l’Uomo assumerebbe la natura di una macchina – diventerebbe un “Uomo tecno-logico”, la cui logica intrinseca sarebbe appunto quella di erogare prestazioni.

dentato_50pxQuesta “rivoluzione ontologica” non potrà essere compiuta dalla tecnica, poiché questa non possiede una volontà propria, in quanto è eteronoma; allora dovrà a fortiori essere la volontà autonoma dell’Uomo a compierla. La “rivoluzione ontologica” non è necessaria, bensì volontaria. Ora, siccome l’Uomo è ontologicamente imperfetto, il diventare perfettibile si pone come “dover-essere” rispetto al suo “essere” proprio. Il dover-essere, in quanto determinazione teleologica, presuppone la consapevolezza dell’essere verso cui si dovrebbe tendere – così che la volontà dell’Uomo di farsi tecnologico deve essere consapevole di ciò che significa “essere tecnologico”: cioè, l’Uomo deve essere consapevole di voler migliorare la sua qualità prestazionale in funzione di una certa esigenza. Dunque, nello iato ontologico tra essere e dover-essere, l’Uomo ha già adottato la ratio tecnologica, cioè letteralmente “parla” il linguaggio della tecnica, si concepisce tecno-logico prima ancora di esserlo fattualmente diventato. 

dentato_50pxTale linguaggio in questo senso è ontologizzante, cioè persuade verso la trasformazione ontologica: lo può fare perché si salda alla volontà, il cui fine diviene il dover-essere tecnologico. Nondimeno resta il fatto che l’Uomo e la tecnica sono due soggetti ontologicamente diversi: l’assimilazione del primo al secondo passa da un aspetto dell’essere Uomo, quello della sua imperfezione in relazione al successo dell’intervento medico, cioè al successo prestazionale – ciò comporta un evidente riduzionismo della natura umana complessiva ad una sola dimensione, che è d’altronde l’unica in cui consiste essenzialmente la tecnica. Ora, nello iato tra essere e dover-essere, tale riduzionismo è accolto nel linguaggio tecnologico che, saldandosi alla volontà, la determina – così che sia anzitutto la volontà ad essere “ridotta”, e conseguentemente “riduzionista”. Si potrebbe così porre il problema se anche l’Uomo tecnologico sia ontologicamente “ridotto”; certo è che i presupposti ci sono. Inoltre, appare evidente che il linguaggio tecnologico, essendo impostato esclusivamente sul dover-essere, sia sostanzialmente ideo-logico.

dentato_50pxDunque, affinché l’Uomo compia la “rivoluzione ontologica”, è necessario che adotti un linguaggio tecnologico e che sviluppi una volontà ridotta/riduzionista, il cui fine è il dover-essere tecnologico. Ora, si può parlare propriamente di «volontà» solo in riferimento ad un ente razionale. L’Uomo è un ente razionale. A questo punto, per procedere ulteriormente nel ragionamento, voglio richiamare alcune proposizioni di s. Tommaso d’Aquino: «L’oggetto della volontà è il fine e il bene in universale» (Summa Theologiae, Ia IIae, art. 2); «Occorre che l’ultimo fine soddisfi il desiderio dell’Uomo in modo che non resti nulla da desiderare aldilà di esso» (ibidem, art. 5); «La beatitudine designa il conseguimento del fine ultimo [Dio] (ibidem)».

dentato_50pxDio ha voluto che l’Uomo sia una creatura desiderante: e così, è nella natura dell’Uomo il desiderare. D’altronde, l’Uomo ha ricevuto da Lui anche il libero arbitrio, cioè l’autonomia della scelta – il cui nomos si manifesta nella ragione. L’Uomo può così scegliere di riconoscere o non-riconoscere Dio. Se l’Uomo Lo riconosce, allora comprende che la beatitudine non può essere conseguita nei beni mondani, perché il suo vero Bene è Dio, che è il Bene stesso; ma se l’Uomo non Lo riconosce, allora rivolge i suoi desideri ai beni mondani, nel cui conseguimento si fonda però una beatitudine imperfetta. Ora, in quanto creatura fragile e consapevole della sua fragilità, tra i suoi più antichi e radicati desideri mondani ci sono l’immortalità, cioè la non-mortalità, e la sanità, cioè l’assenza di dolore e sofferenze – che sono quanto di cui è universalmente e maggiormente carente, perciò anche i maggiormente desiderabili. Pertanto, l’Uomo investe le sue risorse intellettuali nell’acquisizione di questi beni. Tra i mezzi escogitati per assecondare questo investimento, c’è anche la tecnica, in particolare nella sua declinazione medica. La tecnica medica è infatti funzionale al soddisfacimento, tra gli altri desideri, della sanità e, ipoteticamente, dell’immortalità. È per conseguire questi “beni” mondani che l’Uomo perfeziona la tecnica – con tutto ciò che questo significa e comporta. 

dentato_50pxE così, se precedentemente avevamo detto che il fine della volontà “ridotta” era il dover-essere tecnologico, adesso possiamo aggiungere che tale fine è a sua volta subordinato al fine del conseguimento di certi beni mondani. Ma se quest’ultimo fine è una conseguenza del non-riconoscimento di Dio, allora la “rivoluzione ontologica” si compie ipso facto proprio come rifiuto di Dio. Rifiutare Dio significa abiurare il Bene, a vantaggio dei beni mondani. Ora, è il Bene che determina i beni, facendoli partecipare alla sua essenza – in altre parole, i beni esistono in quanto il Bene sussiste. Se la ragione non riconosce quest’ultimo, essa smarrisce il criterio d’ordine secondo cui orientare la volontà, così che quest’ultima si ritrova smarrita – e la volontà smarrita determina l’insoddisfazione del desiderio, ergo: l’incapacità di predisporsi al conseguimento della beatitudine. 

dentato_50pxCiò detto, ipotizziamo quali conseguenze potrebbe avere questa condizione di insoddisfazione per l’Uomo tecnologico. Abbiamo già detto che il suo ethos consisterebbe principalmente nella capacità di erogare prestazioni. Siccome il presupposto della sua trasformazione ontologica sarebbe l’abiura del Bene a vantaggio dei beni, la sua volontà tenderà ad essere smarrita, e di conseguenza il suo desiderare insoddisfacibile. E così, si ritroverebbero a convergere in un unico soggetto tanto l’erogazione di prestazioni quanto un desiderio insoddisfacibile. Da ciò, si potrebbe ipotizzare il seguente parossismo ontologico: una volta compiuta la “rivoluzione ontologica”, la natura dell’Uomo sarebbe assimilata fondamentalmente a quella della macchina, perciò consisterebbe nell’erogare prestazioni; presupponendo che ancora possieda la capacità razionale, questa sarebbe però oramai orientata verso l’unico “bene” riconosciuto dall’ethos tecnologico, cioè la prestazione; di conseguenza, l’Uomo compiutamente tecnologico diventerebbe a tutti gli effetti una macchina auto-noma, finalmente in grado di perfezionare indefinitamente se stessa correggendo il “difetto” della sua umanità, in modo tanto efficace quanto definitivo: abolendola. 

dentato_50pxL’Uomo contemporaneo non è ancora compiutamente tecnologico, ma il suo linguaggio è già da tempo tecno-logico. Da quanto abbiamo detto, si capisce allora che questo linguaggio non riconosce il Bene, cioè non riconosce Dio – non parla di Dio. E allora, se l’Uomo volesse scongiurare la minaccia della “rivoluzione ontologica”, tutto dipenderebbe dalla sua volontà di tornare a parlare di Dio – che è il Bene. In questo senso, sarebbe essenziale che l’Uomo abbandonasse il linguaggio tecno-logico per recuperare (o adottare?) un linguaggio teo-logico, che è eminentemente agato-logico. All’inizio dell’articolo abbiamo detto che nessuno oggi griderebbe al miracolo se un intervento medico avesse successo. Ebbene! Forse l’Uomo potrà salvarsi davvero e ritrovare se stesso, proprio riconoscendo il significato “miracoloso” di quel successo – uno squarcio nel velo secolare per lasciare trasparire la luce divina.

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