L’Apocalisse tra immagine e respiro

Intervento tratto dal seminario «Il precipizio del tempo. “Circa la necessità degli apocalittici”»

Prima di tutto vorrei dire che questo libro, La necessità degli apocalittici, ha avuto su di me un impatto forte, intellettuale, estetico e spirituale. Sapendo poco di Apocalisse e di esegesi biblica, vorrei limitarmi ad un atto di testimonianza, la testimonianza di un semplice lettore che ha letto questo commento all’Apocalisse e grazie a questo libro ha potuto non “capire” l’Apocalisse, ma sentirla e sperimentarla come una sorgente di forza trasformante.

dentato_50pxPiù che una lettura dell’Apocalisse, infatti, considero l’esperimento assolutamente originale e riuscito di questo libro il cercare di connettere il lettore, sentimentalmente e spiritualmente, con l’esperienza rivelativa di Giovanni. Una scrittura potente ed immaginifica lo trasporta davanti al mare di Pathmos, al tramonto, a scrutare le pieghe del mare e del cielo, e poi al cospetto del Cristo davanti al quale Giovanni si prostra atterrito, il cui volto “risplende come il sole nella sua potenza”. Il lettore è chiamato a fare un’esperienza dell’Apocalisse che lo avvicini a (ai) Giovanni o ai quarantadue apocalittici scelti dall’autore per commentare “libro dello Spirito Santo”, vite non sante né beate ma che incarnano meglio di altre le “polarità d’antitesi” che attraversano l’Apocalisse (p. 416).

dentato_50pxLa necessità degli apocalittici non è dunque un commento all’Apocalisse ma è un commento nell’Apocalisse, un libro vivente, partecipe della vita del libro di cui è commento. Che è appunto un libro vivo, “una creatura animata” dalla vita e dal respiro dello Spirito Santo (lo Spirito di Dio).

dentato_50pxQuesta vita dell’Apocalisse si rivela attraverso le immagini travolgenti che la costellano. L’Apocalisse è infatti una rivelazione per immagini. Molte di queste immagini sono filtrate dalla penna di Alvi, che non di rado ne cerca lo sviluppo e la continuazione, quasi il dispiegamento filmico, perché anche il lettore pigro o di scarsa immaginazione possa avvertirne l’intima potenza.

dentato_50pxVorrei partire da un’immagine in particolare, un’immagine che compare all’inizio del libro, quella del “ventaglio di luce che di notte ispira l’oltretutto” (p. 74), oggetto della contemplazione beata dell’apocalittico che rimanda alle tante soglie presenti nell’Apocalisse: una porta che si apre nell’oscurità e mostra una parte della luce che abita oltre di essa. È un’immagine che riassume il senso dell’Apocalisse come evento di luce, luce che si apre sulle tenebre che impediscono la rivelazione di Cristo. Questa immagine in movimento ha soggiornato a lungo nella mia mente, e con una vividezza quasi innaturale: una porta che si dischiude all’infinito e illumina la coscienza in maniera sempre più intensa. Ho capito allora che in questo libro c’era qualcosa di strano, qualcosa di simile ad un contatto con una sorgente di vita indipendente.

dentato_50pxUn’immagine che mi ha travolto in maniera simile è quella del drago, il drago rosso il cui colpo di coda fa precipitare le stelle. Anche lì c’è un movimento a ventaglio, un colpo di coda cristallizzato in una pura attualità, un movimento che è già da sempre compiuto ma una volta per tutte, perciò si prolunga all’infinito senza tuttavia ripetersi. Così in questa immagine la percezione ordinaria del tempo interseca la pienezza di un gesto eterno.

dentato_50pxUn’altra immagine particolarmente potente è quella del Trono di Dio, circondato dal mare vitreo, uno spazio che si avverte come infinito: il Trono è al centro di un cerchio il cui raggio è infinito, un cerchio di pietra trasparente e illuminato, immobile per quanto i suoi riflessi inscenano tuttavia un movimento che è molto più intenso di quello che si può percepire osservando le distese marine sotto il sole pomeridiano.

dentato_50pxL’Albero al centro della Gerusalemme Celeste è un’immagine per certi versi simile: un movimento perpetuo dello sguardo converge verso questo albero al centro della città ma non si arriva mai a toccarlo. L’albero tuttavia appare sempre più imponente, brillante e rigoglioso, e così lo spirito che lo osserva e ne avverte le qualità risananti e vivificanti. Anche immaginando di osservarlo da sotto, la cima sembra ugualmente irraggiungibile. L’inquadratura può cambiare ma la dinamica resta quella di un incontro inesauribile, di un fenomeno eternamente disponibile che infinitamente trasforma e vivifica la nostra percezione di esso.

dentato_50pxL’inesauribilità e l’infinitezza, che invitano ad una contemplazione incessante che incessantemente vivifica la nostra percezione, la perdita delle proporzioni e del senso della misura, sono caratteristiche comuni a tutte le immagini dell’Apocalisse, insieme ai colori traslucidi, infinitamente brillanti in quanto circondati da una tenebra profondissima che provoca il concentrarsi di tutta la luce nel colore e al tempo stesso ne rende possibile la visione.

dentato_50pxIl nostro sguardo è nella tenebra e percepisce quei colori come stelle brillanti nell’oscurità, e l’infinitezza del contrasto che si viene a creare tra quella luce e quella tenebra è il dinamismo incessante di una contemplazione che vorrebbe durare in eterno. C’è in questi colori una componente ipnotica, che invita al sonno, tuttavia, soltanto la percezione del tempo, del prima, del poi e dell’adesso: presente, passato e futuro si compenetrano e diventano una cosa sola.

dentato_50pxLe immagini dell’Apocalisse incendiano l’immaginazione del lettore, immaginazione che è descritta come “calamita che attira fuoco celeste illuminatore” e ne diviene gravida (p. 77). Per l’effetto magnetico di questa calamita ci si ritrova come a galleggiare, sospesi in queste immagini dai colori estremamente vividi, immagini che sono al tempo stesso mobili e immobili e che si osserva perciò incantati, calamitati dalla pienezza di uno sguardo che vive al di fuori dello spazio e del tempo, che li precede e perciò li produce. Sono immagini fatte di fuoco, di quel fuoco alchemico, invisibile, che è l’essenza del tempo nonché la materia dell’Io (“la salamandra dell’anima” come scrive Tarkovskij). Il loro tempo è sottratto alla catena del continuum e liberato in una durata che è quella della vita eterna, il “disciogliersi apocalittico del tempo a puro presente”. Sono dunque immagini viventi, che vivono in colui che le contempla e lo osservano: “l’Apocalisse è eidetica di immagini viventi, in esistenza ognuna personale, che emana dal mondo celeste (p. 343)”.

dentato_50pxL’Apocalisse è una rivelazione per immagini. Ma queste immagini sono “di una vitalità irriducibile a combinato concetto” (p. 235), irriducibili finanche al loro significato: la loro carica vitale travolge la dimensione del significare. Esse vogliono essere vissute e non semplicemente ‘significate’ perché diventino materia libresca o dottrinale: “l’Apocalisse deve lasciarsi dov’è vista, spiegata da sola dentro l’altro mondo dal quale emana vivendo” (p. 333). Immagini formanti e trasformanti, osservano, attraversano e modificano lo sguardo che le contempla, poiché dietro di esse vive lo Spirito: “beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte”.

dentato_50pxLe immagini apocalittiche abitano la fiamma della vita che le alimenta, la vita dello Spirito Santo che le ha rivelate a Giovanni. Giovanni è il luogo in cui l’umano incontra la vita dello Spirito, vita inesausta e sempre travolta che diviene perciò preghiera incessante. Citando Puškin, Alvi descrive Giovanni come qualcuno a cui “s’è squarciato con un tizzone il petto e dilatate le pupille, fino alla beatitudine”. Questo passo offre un’altra chiave di lettura della rivelazione: essa non è un messaggio da decodificare, non parla all’intelligenza ma è un’esperienza che trafigge il cuore e lo fa esplodere, perché possa sperimentare la beatitudine, esito ultimo della rivelazione.

dentato_50pxLe immagini sono una componente essenziale anche del Nuovo e dell’Antico Testamento, ma l’Apocalisse è appunto una rivelazione per immagini, una rivelazione che riguarda l’eschaton, cioè il compimento, il senso della storia e l’economia della salvezza nella sua globalità (le sette chiese e tutte le tribù della terra). Esse non sono simboli bensì proiezioni, manifestazioni fono-luminose della sorgente divina, come le immagini splendide della grande liturgia cosmica, oppure contro-proiezioni, cioè grandi panoramiche e sintesi temporali-immaginative di quanto avviene nel tempo (il tempo che “sincopa e si contrae”, pag. 74), come luce risucchiata dall’occhio-bocca che la ispira.

dentato_50pxLe immagini concentrano dunque il succo di quanto avviene ed avverrà sulla terra e di quanto, invece, eternamente accade in Cielo. Esse hanno un’esistenza propria, così il tempo non soltanto diviene qualitativo ma è assorbito nello sguardo dello Spirito, dove prende vita: “i millenni dell’Apocalisse non sono misure, ma entità viventi nelle quali ogni misura brucia” (p. 381).

dentato_50pxL’occhio dello Spirito coglie l’essenza nascosta, la verità delle vicende terrene, che è visibile soltanto a un’intelligenza che superi il tempo e scruti nelle anime, attraversandone i corpi. Uno sguardo di luce ovunque e in ogni tempo penetrante, che vive “nell’eternità di Dio”, che è lo sguardo di Dio. Esso perfora i corpi e fotografa la vicenda umana nella sua interezza, come se fosse già compiuta. Perciò il libro dell’Apocalisse “è il libro dello Spirito Santo e del giudizio già avvenuto” (p. 77).

dentato_50pxViene spontaneo dar forma di sfera a questo sguardo e al tempo stesso, che diventa “involucro che avvolge” (p. 46), per cui si spazializza. Il tempo come noi lo conosciamo è soltanto la superficie esterna della sfera, che lo sguardo dello Spirito vede dall’interno, dal suo centro, mentre l’interno è già la sede dell’eterno. Ecco perché tutta la vicenda umana gli appare come un irraggiamento che parte dalla superficie, dove è il tempo, e si contrae in immagini sintetizzanti in prossimità del centro, in cui ogni molteplice diviene uno.

dentato_50pxQuando poi quello sguardo si espande, come espirando, abbandonando il punto di vista del centro e assumendo quello della periferia, può vedere la dinamica dell’irraggiamento, la grande liturgia cosmica in immagini-suoni contratti che subito si decontraggono e si espandono, scendendo sulla terra, come il suono delle trombe, le corse dei cavalli o la discesa della Gerusalemme celeste.

dentato_50pxLo sguardo divino respira, inspira il tempo ed espira l’eterno, e in questo respiro sorgono le immagini rivelate a Giovanni. Lo Spirito vede insieme la terra ed il cuore del Cielo, e respira tra i due. I continui ribaltamenti e salti spazio-temporali dell’Apocalisse sono appunto l’esito del trovarsi implicati in questo respiro. Ed il cuore dell’esperienza apocalittica è il “sentirsi respirati in Cielo” (p. 55).

dentato_50pxIn questo respiro, la terra sale in Cielo (anche se una parte di essa affonda nell’abisso), il Cielo scende in terra e il Regno dei Cieli è svelato: “l’Apocalisse è svelamento del Regno dei Cieli” (pag. 37).

dentato_50pxQuesto commento ci invita a guardare all’Apocalisse come al grande libro del respiro celeste, di un respiro spirituale, sonoro e luminoso, che supera e completa quello corporeo. L’epilogo scritto durante la prima epidemia indica in questo respiro altro, questo “esperimento d’altra fisica” (p. 417) che consuma la vita di ogni apocalittico, il superamento della patologia respiratoria: “il respiro che infetta è distratto, di anima separata dal cielo. Respirare è pregare, levati a colonna” (p. 423). Ecco la necessità, e con essa l’attualità degli apocalittici.

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