Tarkovskij e la storia del cinema

Intervento tratto dal seminario “L’immagine apocalittica. Tarkovskij e il tempo presente”

Vorrei trattare alcuni argomenti, intanto riallacciandomi a quanto diceva Geminello Alvi, riguardo a quanto i film di Andrej Tarkovskij, in un certo periodo, nel nostro paese, siano stati scientemente travisati da chi si occupava delle edizioni italiane. Per esempio da quella stessa Dacia Maraini che prima veniva citata. Non solo Tarkovskij, ma anche Bergman ha avuto il medesimo trattamento: i loro film sono stati letteralmente “sconciati” nelle loro edizioni italiane, se si può utilizzare questo neologismo. 

dentato_50pxPer quanto riguarda Andrej Tarkovskij, credo sia decisamente riduttivo definirlo semplicemente un cineasta. Di questo mi rendo conto. Perché Andrej Tarkovskij occupa un posto davvero importante nella storia del cinema, in quanto è l’autore di un cinema non conformista, che non ha eguali né dal punto di vista dei contenuti, né dal punto di vista formale. Anche se, se vogliamo, è avvicinabile ad alcuni maestri della settima arte, con i quali oltretutto c’era anche un rapporto di stima reciproca: come Robert Bresson, per questa sorta di ascetico rigore dell’inquadratura. Se l’inquadratura di Bresson è ascetica, proprio nella sua semplicità, sicuramente l’inquadratura e l’immagine nel cinema di Tarkovskij sono altrettanto rigorose. Un altro regista che gli si può accostare è il già citato Ingmar Bergman, per i temi esistenziali e spirituali, sempre trattati in modo poetico e non convenzionale. 

dentato_50pxPerò io credo che Tarkovskij abbia una singolarità espressiva che ne fa un regista unico e lontano anni luce da mode, generi e filoni, anche quando ha apparentemente affronta un genere codificato, come quello della fantascienza. Per esempio, Solaris, Stalker sono stati considerati a torto- e lo stesso Tarkovskij lo rimarcava- dei film di fantascienza. Ma ovviamente sfuggivano da ogni canone contenutistico ed estetico consolidato del genere. Perché, in fin dei conti, Tarkovskij ha perseguito in tutta la sua attività una inesausta ricerca intorno alle ragioni dell’esistenza umana. Una esistenza umana che può riscattarsi dalla condizione materiale e fisica accedendo ad una profonda dimensione spirituale. 

dentato_50pxÈ inoltre un autore che io trovo fortemente critico della modernità, della contemporaneità, oltretutto vittima dell’oppressione del regime comunista dell’impero sovietico. Nella dialettica con le autorità sovietiche, ha rappresentato e rappresenta un modello di indipendenza, libertà espressiva ed ideologica, capace, a distanza di oltre trent’anni dalla sua scomparsa, di esercitare un fascino, una suggestione, su generazioni di spettatori e di cineasti. Anche se io, poi, non credo che Tarkovskij abbia degli eredi, degli epigoni diretti, anche se qualcuno magari si autoproclama tale, come per esempio Sokurov. D’altra parte è un cinema che, come diceva Geminello, con cui sono d’accordo, imprime nell’immagine il tempo. Quindi è un cinema anche per certi versi di una attualità perenne. Nell’occasione della preparazione di questo seminario ho avuto il piacere di rivedere alcuni film di Tarkovskij, li ho trovati film dell’oggi, in quanto non sono dei film datati. 

dentato_50pxDicevamo d’altronde che Tarkovskij non è solo un grande cineasta, ma anche un teorico di assoluto livello, la cui riflessione è condensata in vari libri, quali La forma dell’anima, le sue lezioni, e il lungo diario Martirologio, pubblicati dall’Istituto internazionale Andrej Tarkovskij. Ma uno dei più bei libri mai scritti sul cinema credo che sia appunto Scolpire il tempo. Proprio in questo volume Tarkovskij individua lo specifico del cinema nell’imprimere il tempo reale della vita sulla pellicola. Spiegava Tarkovskij, che dal tempo nella sua interezza il regista, assecondando la sua idea, toglieva tutto quello che gli permetteva di lasciare solo quel tempo reale della vita che doveva essere impresso sull’immagine. Infatti l’immagine è un riflesso della vita per Tarkovskij, non è mai un concetto cifrato. Il suo non è un cinema come quello di Luis Buñuel, che Tarkovskij cita spesso nei suoi scritti. In Tarkovskij non c’è l’universo simbolico, l’universo di matrice prevalentemente surrealista che invece caratterizza l’opera del grande cineasta spagnolo. 

dentato_50pxIl cinema di Tarkovskij è un cinema che, ripeto, è tutt’altro che elitario: vive del contatto col pubblico, tutto il pubblico che il qualche modo è chiamato a interagire con le immagini e ritrovare appunto in queste immagini la propria stessa vita. Perché poi sono immagini, quelle dei film di Tarkovskij, che non rimandano a significati univoci, ma si espandono, richiamando sistematicamente un fuori campo, qualcosa che va oltre i limiti del fotogramma. Sono immagini che rimandano a una virtualità di significati che poi tendono a provocare nello spettatore una vertigine di senso che è assolutamente produttiva di pensiero. Dunque un cinema non solo morale, perché per Tarkovskij i film sono delle azioni morali, ma  anche un cinema che invita molto alla riflessione, anche alla riflessione sul cinema stesso. È un cinema di cui abbiamo assolutamente bisogno, soprattutto in un’epoca in cui il cinema è ridotto a puro commercio, pura funzione economica. Di questo mercantilismo del cinema d’altra parte, lo stesso Tarkovskij legittimamente si lamentava già a suo tempo. 

dentato_50pxQuindi il cinema di Tarkovskij non lo possiamo spiegare con la classica ermeneutica cinematografica, perché mantiene comunque un inesprimibile mistero. Quando gli veniva chiesto cosa fosse il cinema, egli rispondeva “è un mistero”, tutta l’arte è un po’ un mistero. Questo mistero Tarkovskij lo affidava a dei fotogrammi assemblati non con le consolidate, usurate, modalità del cinema narrativo classico, ma proprio con logiche poetiche. Poetiche nel senso che erano espressione del mondo interiore dell’autore. 

dentato_50pxIncidentalmente può essere interessante ricordare che proprio in questi giorni è uscito un volumetto con uno scritto inedito di Bernardo Bertolucci che si chiama proprio Il mistero del cinema. Lo stesso Bertolucci invitava di fatto lo stesso spettatore a non ridurre alla sola fruizione razionale la sua opera. Come anche Stanley Kubrick faceva, anche Tarkovskij si rifiutava di dare spiegazioni univoche ai suoi racconti cinematografici. Ancora oggi milioni di persone si interrogano sul significato del famoso monolite che appare e scompare in 2001 Odissea nello spazio. Così come tanti altri critici e spettatori si interrogano sul significato del cane nero in Stalker. “Il cane nero è un cane nero” rispondeva Tarkovskij a chi gli chiedeva a quali oscuri significati alludesse questo cane e per quale motivo lo avesse messo nell’inquadratura. 

dentato_50pxQuesti grandi registi, Tarkovskij in primis, ci vogliono ricordare che il vero cinema non è letteratura, non è un racconto che si sviluppa in modo lineare, non è la costruzione razionale di un pensiero, ma è un’opera che si apre alla comprensione dello spettatore che è indotto a reagire alle immagini con la propria sensibilità e gamma emozionale, sperimentando la propria finitezza di fronte alle immagini, immagini che richiamano la sostanza spirituale, interpellando il superuomo che è contenuto nell’uomo. Tutto questo ha una matrice certamente nietzschiana: non è un caso- anche il figlio Andrej lo ricorda spesso- che il titolo di Sacrificio avrebbe dovuto essere L’eterno ritorno, appunto il nome di una celebre teoria di Nietzsche. Questo elemento nietzschiano è senz’altro un altro punto di contatto tra Tarkovskij e Kubrick. 

dentato_50pxIn questo anno di celebrazioni dantesche sono stato spesso invitato a parlare degli adattamenti della Divina Commedia, cercando le tracce di Dante Alighieri nella storia del cinema. Da questo punto di vista tra Andrej Tarkovskij e Dante Alighieri sì può trovare qualche aspetto in comune. Entrambi hanno vissuto la condizione dell’esilio, un esilio tanto spirituale quanto fisico. Sappiamo che Tarkovskij ha realizzato i suoi primi cinque film in Unione Sovietica dove si è trovato a fare i conti con l’ottusità di un regime che comunque vigilava ferocemente sulla libertà d’espressione e che tacciava di “lirismo antirivoluzionario” tutto quello che non era omologato ai desiderata e alla vulgata marxista. D’altra parte Tarkovskij raccontava e spiegava che l’arte ha il compito di portare l’armonia in un mondo disarmonico. Essendo il mondo in cui viveva non certo il migliore dei mondi possibili o un paradiso in terra, concepiva l’arte come mezzo per elevarsi spiritualmente. D’altra parte un bellissimo film come Il cinema come preghiera, del figlio di Andrej Tarkovskij ci dice proprio questo: il cinema non solo può essere un mezzo per esprimere dei significati in qualche modo attinenti alla sfera religiosa ma è anche uno strumento in grado di innalzare l’uomo dalla dimensione terrena.

dentato_50pxTuttavia la spiritualità di Andrej Tarkovskij- nonostante il regista avesse le sue convinzioni religiose- non presenta mai posizioni banalmente dogmatiche. Il suo cinema si rivolge con la stessa forza a pubblici di qualsiasi fede. Un’altra idea molto importante nella riflessione di Tarkovskij è che il cinema debba essere visto con gli occhi del bambino. In qualche modo lo spettatore deve essere scevro da pregiudizi, non deve essere troppo razionale, non deve voler spiegare tutto con la ragione: da qui anche l’importanza del tema dell’infanzia per il regista. Tema presente fin dal suo saggio di diploma alla scuola di cinema Il rullo compressore e il violino, in cui il protagonista è un giovanissimo musicista, e che caratterizza l’ultimissima immagine del suo cinema, in Sacrificio, che vede un bambino portare l’acqua ad un albero. Questo elemento dell’infanzia è molto interessante, in qualche modo il cinema di Tarkovskij rimanda al cinema neorealista, che annetteva anch’esso grande importanza all’infanzia.

dentato_50pxPer sfuggire all’oppressione del regime sovietico, Tarkovskij ad un certo punto si reca in Italia, dove realizza Nostalghia, per non tornare più nella madrepatria. Ma è un esilio che non fa dimenticare la patria. C’è in Tarkovskij questo amore per la patria, questo desiderio di rivederla, questo rimpianto finale di non poterla rivedere. L’idea di patria e di tradizione, questo è un altro elemento molto forte che mette in relazione Tarkovskij con Dante, così come i temi del destino e della dimensione profetica.

dentato_50pxAndando poi nello specifico dei film, io noto una influenza dantesca in un film come Stalker, che è per certi versi una sorta di viaggio nell’al di là, che naturalmente rimane un al di qua, con un Virgilio particolare che è appunto questo stalker del titolo. Nel film Lo specchio il personaggio di una tipografa recita proprio l’incipit della Divina Commedia: rimando più letterale non si potrebbe immaginare. Lo specchio è un film fortemente autobiografico, è in qualche modo la storia del regista; del resto credo che siano tutti autobiografici i film di Tarkovskij, anche quelli che apparentemente sembrerebbero non esserlo. Un film ad esempio come Andrej Rublëv, questo ritratto del più importante pittore d’icone, è un film autobiografico, perché anche lì c’è questa forte dialettica tra l’artista e il potere. Quindi immagino che Tarkovskij non può non essersi identificato in questo artista così lontano da lui nel tempo, ma che come lui aveva subito una forte oppressione da parte del potere costituito, e che in qualche modo aveva rivendicato il ruolo dell’artista in un’epoca di decadenza spirituale. Questo autobiografismo mi sembra un altro elemento che lega Tarkovskij e Dante. 

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