L’immagine come natura dell’essere umano in Andrej Tarkovskij

Intervento tratto dal seminario “L’immagine apocalittica. Tarkovskij e il tempo presente”

Incontrai la cinematografia di Andrej Tarkovskij da giovane ragazzo di oratorio, ero giovanissimo ma già in grado di apprezzare e mettere insieme dei film. Il primo film fu L’infanzia di Ivan. Quel film mostrava in maniera fondamentale il destino di ognuno di noi, di ogni Nome che siamo, letteralmente il mistero del mondo, il nascere e il morire, non solo degli uomini ma per certi versi anche della natura. Ma soprattutto ne L’infanzia di Ivan le sequenze di immagini sono totalmente altre rispetto a quelle della drammaturgia occidentale. Era un film in cui emergeva la legge di causa e effetto, l’essere una cosa causata dall’altra e quindi la vicenda umana come tragedia da cui non si esce. 

dentato_50pxC’è davvero nei fotogrammi di Tarkovskij un infinito presente, vivo. In questo senso è stata sempre profonda la vicinanza di Tarkovskij a Dante. Non solo perché tra gli amici del padre di Tarkovskij, ad esempio, Mandel’štam fece un commento di Dante bellissimo, ma perché in tutto il cammino di Dante il presente, il passato e il futuro sono già ricompresi lì: il destino di tutto l’universo, con noi, le stelle e quello che c’è dentro va verso un punto, l’infinito della Luce. È il Canto XXXIII del Paradiso. Dante ci dice che il cammino di ogni uomo è visione dell’infinito, Assoluto della Luce eterna. È proprio lì il grande punto che rende Tarkovskij così unico. Quando ad esempio mette in scena in Andrej Rublëv una vicenda storica, costantemente tutto ciò che vediamo si apre a qualcosa di oltre; qualcosa di non definibile. Gli stessi caratteri delle persone nei film sfuggono: provate a determinare il carattere di Kirill, chi poteva immaginare che alla fine tornasse? L’accusatore, colui che voleva uccidere Andrej pensando che fosse il delatore, chi poteva immaginare che si mettesse in mezzo dicendo “uccidi me”, pazzesco. 

dentato_50pxEssendo io credente in questo modo, cioè con un respiro infinito, con un esperienza che è quella di Andrej e della Chiesa d’oriente, vi dico che il mistero ci comprende. È l’atto prima del venire al mondo dell’uomo quello autentico, quello che ti fa riconoscere che tutto è un impensato evento, un dato non previsto, che la vita non è calcolabile. 

dentato_50pxOra leggerò un passo da L’apocalisse di Andrej Tarkovskij, perché vorrei che si riascoltasse il grande e vero tema che mi sconvolge tuttora: «Ci siamo abituati al fatto che la Rivelazione è stata e viene interpretata. Ma è proprio questo che bisogna evitare, proprio perché è impossibile interpretare l’Apocalisse e perché nell’Apocalisse non ci sono simboli. È immagine. E se il simbolo può essere interpretato, l’immagine non può essere interpretata». Questa è anche la chiave di volta di tutta la grande arte classica, ma anche di quella pagana, dell’armonia che c’è in quelle opere, che sia la divina armonia del Grande Architetto, le proporzioni che Platone descrive nel Timeo o la misura stessa del verso dei poeti.

dentato_50pxL’immagine è un dato, ormai lo sappiamo anche antropologicamente, che precede di molto la scrittura. L’atto primo del vivere umano sociale sono queste grandi pitture parietali. Dire che l’immagine non è interpretabile vuol dire porre come dato primo dell’esistenza il silenzio, cioè l’ascolto e l’osservazione e l’esperienza dell’altro che si volge verso di noi; l’immagine come atto sorgivo nell’essere umano. Se cerchiamo di capire il film di Tarkovskij Lo specchio non lo vedremo mai. E infatti mi ricordo di aver portato alla prima del film a Milano una redazione intera di intellettuali, gente coltissima, ma all’uscita mi dissero di non fargli più perdere il loro tempo.

dentato_50pxMa ritorniamo a L’apocalisse: «Essa (l’immagine) possiede una quantità illimitata di legami col mondo, con l’Assoluto, con l’infinito». È chiaro che l’immagine è un sistema di relazione esistenziale ed è assolutamente non riducibile ideologicamente: «L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, per questo possiede il libero arbitrio e la creatività». Ma quale artista nel ventesimo secolo ha posto in maniera così semplice e geniale il problema dell’immagine? Nessuno. L’immagine dell’Apocalisse stessa, qui ci vorrebbero dieci convegni, è collegata nella sua non interpretabilità col fatto che la natura dell’uomo è immagine e somiglianza di quell’essere eterno ed infinito. Proprio per questo l’uomo possiede libero arbitrio ed ha creatività. Da giovanissimo stavo a Milano e frequentavo il piccolo teatro con Sergio Escobar, oppure San Fedele, vedevo le prime opere del minimalismo americano, iniziava la moda, insomma ero proprio dentro il farsi dell’arte a Milano. Mi misi perciò a fare quello che tutt’ora faccio, proprio perché volevo capire come questa macchina dotata dell’obbiettivo galileiano e del segno dell’infinito potesse in qualche modo essere in grado di mettere a fuoco l’infinito, di fermare un centoventicinquesimo secondo del cinema, fissare l’essenza del tempo lineare.

dentato_50pxQuello che chiede l’Apocalisse secondo Andrej è l’aver propria responsabilità. Poiché l’arte si trasforma o in ricerca formale o in una merce se non vive questo senso spirituale che è la presenza di Dio nel mondo come si rivelò a Mosè quel giorno. Dell’Apocalisse dovremmo stampare milioni di copie, io ho ogni anno 70 studenti allo IULM e la traccia del mio insegnamento è tutta qui, cosa che crea non piccoli problemi. L’Apocalisse richiede un decidere qui e ora di essere ricompreso dall’infinita presenza di Dio in cui sei e sarai per sempre, ma dentro ogni minuto della tua storia in questo pianeta.

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