La distopia e la dimora. Appendici: approfondimenti e dibattito

Interventi della seconda parte del seminario “La distopia e la dimora”

Questo articolo riunisce tutte le trascrizioni del seminario «La distopia e la dimora. Il luogo non luogo della tecnica». Per consentire una consultazione completa e ordinata forniamo i collegamenti agli interventi principali dei relatori, già pubblicati in precedenza. Per la prima volta sono a disposizione dei lettori anche gli interventi della seconda parte.

dentato_50pxLink degli interventi principali:

dentato_50pxLocandina
dentato_50pxOrizzonti e minacce del transumano di Antonio Allegra

dentato_50pxMondi alienati e mondi alternativi di Andrea Scarabelli
dentato_50pxPensare oltre la notte del mondo di Riccardo Paradisi
dentato_50pxLa polarità apocalittica e H.G.Wells di Geminello Alvi
dentato_50pxPerché l’utopia non abita più qui di Gianfranco de Turris

dentato_50pxSeconda parte del seminario. Approfondimento e dibattito

dentato_50pxAndrea Scarabelli. Vorrei tornare brevemente sul discorso di Paradisi, che risponde al vero. Noi dobbiamo davvero chiederci in quale misura – non tanto la tecnica in sé e in generale, perché non va nemmeno ipostatizzata esistendo tanti tipi di tecniche –  questa nostra tecnica, rappresenti una deviazione dal percorso e in quale misura rappresenti l’inveramento di presupposti più antichi. Ad esempio, per Heidegger, parlo degli ultimi saggi soprattutto, quelli raccolti in Segnavia, questo tipo di tecnica col suo sistema di assoggettamento del reale è l’inveramento di un cammino che inizia a livello teoretico-speculativo, in cui si ha l’idea di una verità che in qualche modo è estorta al reale, va richiesta, trovata. Da lì passare alla famosa centrale idroelettrica piantata sul Reno il cammino è molto breve:«Nell’ambito di questo successivo concatenarsi dell’impiego dell’energia elettrica anche il Reno appare come qualcosa di “impiegato”. La centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra. Qui è il fiume, invece, che è incorporato nella costruzione della centrale» Ma questo rappresenta anche l’interesse che può avere un tempo come il nostro. Ci mostra una serie di esiti che erano fino alla prima rivoluzione industriale impliciti, ma che adesso si mostrano nella loro totale ampiezza. Tornare a riflettere su questi meccanismi considerandoli più antichi implica un fare i conti con se stessi e con una cultura più che millenaria.

dentato_50pxAntonio Allegra. Ci sono moltissimi spunti negli interventi sentiti e con i quali mi sento in sintonia. Riparto velocemente da quello che dice Scarabelli, secondo me è un punto cruciale. Lui faceva riferimento nel suo intervento principale a Gehlen. Se noi andiamo a ragionare veramente sulla tecnica come destino, allora credo che questa formula non vada intesa nel senso di una sorta di essenza della tecnica che plana al disopra dell’uomo. Al contrario c’è qualcosa nell’uomo, di fatto questa è l’analisi che Gehlen fornisce come supplemento utile alla riflessione heideggeriana, non che in Heidegger sia assente ma in Gehlen è motivata a partire da una precisa antropologia. C’è qualcosa nella tecnica che corrisponde a una profonda esigenza: questa è l’ambivalenza, l’ambiguità e la difficoltà di gestione della tecnica da parte dell’uomo. Quando esecriamo la tecnica, ritenendo che la sua dinamica sia qualcosa che appartiene solo ad essa, dimentichiamo che questa dinamica in realtà appartiene all’uomo. Per questo è così difficile fermare il processo, che è veramente un destino da questo punto di vista. Diceva giustamente de Turris che esiste una letteratura distopica assolutamente dominante nel corso del novecento, letteratura che coglie molti aspetti. Qualche volta però ho la sensazione che questa iperproduttività distopica, anche con risultati letterari veramente importanti, dipenda da una diffidenza nei confronti della tecnica, che non fa fino in fondo i conti con questo suo radicamento nell’umano, che in qualche modo ci spiazza in profondità. Se davvero l’occidente e l’uomo sono nella condizione che abbiamo delineato allora la risposta è più complicata; io credo che stia in qualche modo in qualcosa che è molto difficile da riproporre, cioè in un’idea di misura, un’idea forte di uomo, di antropologia che rappresenti questo ritrovato equilibrio, forse una dimora in qualche modo profondamente umana. Per capirci, penso e propongo uno spunto: farmaco significa sia medicina che veleno, sapete tutti che i bugiardini contengono delle indicazioni di come qualunque farmaco oltre un certo tasso risulti dannoso. Ecco, il problema della tecnica è nella perdita di questa capacità di misura e dell’idea di uomo a cui tendere, rispetto a cui progettare un intervento della tecnica farmacologicamente adeguato. Siamo dannati nell’oscillazione tra rifiuto e accettazione acritica, l’equilibrio non c’è perché ci manca la visione su ciò che significa essere umani. Per concludere, se penso alla biopolitica, mi ha colpito moltissimo questo anno di pandemia e di decisioni politiche sulla pandemia. Dopo decenni in cui si parlava negli ambienti della filosofia di biopolitica, di controllo o di società securitaria questi allarmi e istanze di cautela su tendenze pericolosissime, spesso sulla scorta di Foucault, sono stati sicuramente assenti nel dibattito culturale ad eccezione di Agamben, addirittura ignorato e ridicolizzato. Secondo me questo è molto preoccupante perché ci indica che i paramentri e le chiavi di lettura che sembravano assolutamente efficaci fino al momento precedente erano degli schemi adatti a leggere altri aspetti: messi sul campo nella situazione storica attuale sono rimasti inoperosi. Agamben è fuori moda da qualche mese perché ha osato dire che quello attuale è proprio un terreno biopolitico. La maggior parte dei colleghi di molti settori della filosofia contemporanea considerano la biopolitica e la applicano in altri aspetti, ma, non parlano di quello che sta succedendo, non mettono in campo quegli strumenti che sembravano indispensabili rispetto a delle tecniche di controllo da avversare risolutamente, un paradosso. C’è quindi un punto cieco in quello che vediamo.

dentato_50pxGeminello Alvi. Ritorno brevemente sul mio Wells, che non è mai ingenuo. È persona con praticità inaudita e tra l’altro è l’esempio più coerente di sostenitore dell’ideale tripartito, ideale degli indoeuropei, certo alla sua maniera. Gli airman di Things to come sono i guardiani di Platone, asserviti però all’inumanità di un’esistenza ormai plurima. Abbiamo lo spiritualismo ottocentesco di Saint Yves d’Alveidre o di Steiner, al quale è sottratto però ogni individualità, annullata in un disegno tecnocratico. Eppure Wells è l’utopista dell’occidente, ora più attuale. Mi sembra che sia Platone a dirci: volete incarnare il dispotismo? Siete così ingenui da pensare che il dispotismo richieda il fatto di tacitare i filosofi e di ucciderli? Non avete capito niente. Il dispotismo ha piuttosto bisogno di esagerare, moltiplicare le chiacchiere, far parlare tutti fino a confondere l’idea di realtà. A quel punto il despota diventerà il solo inevitabile principio d’ordine e di realtà. Wells lo sa risponde con un disegno dispotico al fatto che esiste una quantità di persone che parlano senza decidere. Nel libro e nel film Things to Come c’è proprio questa idea: c’è l’emergenza, lo stato d’eccezione, e qualcuno che deve porre rimedio al caos in cui tutti vogliono spiegano e litigano, fino all’impotenza generale. La successione degli eventi è caos della terra, umanità perduta, emergenza irrimediabile, che implica d’abbandonare il pianeta con un razzo. Wells vede un’umanità di apocalittici abitanti della terra disindividuati, che non hanno più luogo in terra. Wells ha prefigurato e le fasi che ha delineato sono già in atto, teniamone conto.

dentato_50pxMichele Fronterré. Io sono un ingegnere, quindi devo dire che questa sera mi avete fatto un agguato sulla tecnica, sono rimasto solo io. Voglio provare ad essere provocatore ribaltando tutti gli interventi. Parto dall’osservazione che siamo in una pandemia in cui la tecnica che avete descritto dovrebbe essere potentissima e in realtà il rimedio che abbiamo trovato è la distanza sociale e la mascherina. Abbiamo usato la stessa tecnica del 1918 per la spagnola. Aggiungo un’altra osservazione: si diceva che esistono tante tecniche, io che sono un ingegnere, aerospaziale per giunta, amo rievocare la nascita del volo per fare questa riflessione. Tra i primi aviatori in Italia, ho due immagini, Francesco Baracca davanti al suo SPAD S.XIII con l’icona del cavallino rampante che poi finirà sulle Ferrari e Giuseppe Mazzaferro che prese il brevetto da pilota, ma che aveva la qualifica di contadino, muratore e pescatore. Pare che usarono pescatore perché era quella un po’ più evoluta e leggermente meglio considerata. Ma all’epoca non ci voleva un pedigree, bastava il coraggio e se eri un po’ imbrattato di minio potevi essere un Batman e quindi controllare la tecnica con le sue ali e pistoni e spiccare il volo. Baracca e Mazzaferro quando volavano, l’uno nobile e l’altro contadino, erano sulle stesse ali per così dire, c’era un senso di comunità. La tecnica giocava completamente all’opposto, non si perdeva l’individualismo, entrambi si fregiavano dei loro duelli e degli aerei abbattuti. Continuando sul tema volo e spazio, penso alla tecnica e ai suoi limiti: siamo andati sulla Luna, ma non abbiamo fatto così bene nonostante gli investimenti stratosferici di Russia e Usa, non siamo riusciti a spingerci oltre. Abbiamo investito tantissimi denari, ma l’idea di andare su Marte, recentemente, non è stata un grande successo. Passando a un’altra forma di tecnica come quella del controllo dell’atomo, oltre ai cattivi utilizzi di Hiroshima e Nagasaki, va detto che Marie Curie con i raggi X ha creato una svolta sulle diagnosi precoci, che ci allunga la vita. Il controllo dell’elettromagnetismo ci ha permesso di guardare le stelle, una di quelle cose che danno senso all’esistenza, penso al telescopio Hubble, a quelle foto bellissime degli anni ’90. Ho colto alcuni dei vostri ragionamenti sulla tecnica come entità indipendente, penso alla esperienza di Victor Frankl che ha molto sviluppato la sua logoterapia nell’internamento ad Auschwitz. Lui attraverso la sua tecnica, la sua professione e attraverso una rete di prigionieri, in maniera carbonara, mise la propria professione a servizio degli altri. L’uomo di fronte ad un ostacolo si eleva e riesce a dare un senso anche quando nel buio questo manca.

dentato_50pxSalvatore Lavecchia. Parto dalle considerazioni di Antonio Allegra, sulla necessità di orientare il senso della tecnica in modo da non cadere necessariamente in scenari distopici o affini. Qual è il problema di fronte al quale noi siamo? Il problema implicitamente è stato evocato nel primo intervento di Antonio allegra: l’identificazione della incorporeità, per esempio digitale, con lo spirituale è uno degli equivoci più clamorosi dal punto di vista terminologico che si possano immaginare a partire banalmente da qualsiasi corrente o tradizione che abbia come presupposto un’esperienza dello spirituale stesso. Perché dico una cosa così forte? Perché l’incorporeità del digitale, ad esempio, se percepita in continuità con come è stata percepita la nozione di materia nella tradizione platonica, non è una emancipazione dalla materialità ma è un imprigionamento incommensurabilmente più profondo nella materialità rispetto a quello della condizione fisica. La dimensione fisica, la corporeità è molto meno condizionata dalla materialità di questa materialità incorporea che ci troviamo davanti nel digitale, che appunto ci magnetizza nel materiale in dinamiche caotizzanti e disindividualizzanti, senza che noi ce ne rendiamo conto. Perché? Perché non siamo più abituati a distinguere lo spirituale nel suo manifestarsi fisico e psichico dall’incorporeo, che invece è imprigionante in una forma più condizionante. Questo problema terminologico andrebbe affrontato da una filosofia autenticamente critica che lo mettesse in risalto, piuttosto che allinearsi a questa o quella posizione, a partire da questa o quella moda. Vengo ad un altro aspetto: cosa hanno di curioso scenari religiosi o mistici che ha evocato Allegra, rispetto a tutti i correnti scenari religiosi, spirituali, orientali e occidentali o di mezzo? Non implicano la volontà di trasformazione autotrascendente della nostra corrente forma di coscienza. La nozione di immortalità cibernetica e digitale, di un sé digitale che dovrebbe estendere indefinitamente la propria durata di vita, implica una pseudo-divinizzazione perché non implica la trasformazione della nostra corrente forma di coscienza, il potenziamento dell’Io, della nostra individualità spirituale. Che cosa abbiamo invece? Abbiamo la volontà di estendere indefinitamente la durata della corrente nozione di coscienza, con la conseguenza che questa viene sempre più disumanizzata. Sono tutti problemi che non hanno a che fare con la tecnica in sé, ma con una distorsione percettiva, concettuale, intellettuale dei consessi umani, che portano a certi equivoci con conseguenze negativamente trasformative. Penso proprio che un obbiettivo da proporsi sia quello della sensibilizzazione in questo senso. Come mostrano tanti testi che hanno messo in scena distopie, è partendo dai concetti, dalle idee che si trasforma in modo radicale e veloce la realtà e se partiamo da idee e concetti distorcenti inevitabilmente vengono fuori gli scenari che abbiamo intorno. Chiudo con un ricordo affettuoso relativo alla frase del Vangelo di Giovanni che ha citato Geminello: è stato il primo esercizio di lettura di greco nella quarta ginnasio, era una scuola abbastanza diversa da quella attuale. Una delle prime frasi che dovevamo leggere era quella relativa al non turbamento del Cuore di fronte a qualsiasi cosa possa accedere. Il non turbamento ha una colonna fondamentale in un’organismo concettuale il più possibile armonico con il reale, da cui appunto l’importanza di capire che dimensione di realtà e di non realtà sperimentiamo mediante la tecnica e il digitale, proprio per non essere magnetizzati in una realtà che scambiamo per un’altra che, invece, a partire da alcune affinità, è l’esatto contrario di quella che vorremmo raggiungere.

dentato_50pxDalmazio Frau. Non posso che essere d’accordo con tutti, di cose ne ho sentite tante, magnifiche, per cui sarò ultimo tra cotanto senno. Entro piuttosto nel mio campo prediletto che è quello dell’arte, con alcune cose che voglio segnalare in modo indicativo. Mi sono chiesto se esistono delle opere d’arte che trattano della distopia e dell’utopia, dei luoghi e dei non luoghi: me ne sono venute in mente alcune e sono quasi tutte riguardanti le distopie o comunque luoghi negativi, forse perché per l’uomo è più facile fare questo che immaginare luoghi di perfezione e meraviglia, anche se esistono entrambi. La prima opera è quella di Ambrogio Lorenzetti del Cattivo Governo, credo che raramente sia più indicativa un’opera di quanto stiamo vivendo adesso, eppure è stata dipinta del XIV secolo. Oltre a questa mi viene in mente la Nave dei folli di Bosch, anche quella è un forma di distopia, così come è distopia l’opera di Piranesi, le Carceri d’invensione. Di questi non luoghi me ne è venuto in mente in particolare uno, che è un non luogo positivo, si trova nell’opera di un preraffaellita di terza generazione, allievo prediletto di Edward Burne-Jones, che è John Melhuish Strudwick, molto poco amato. Vi inviterei ad andare a guardare questa opera che si intitola I bastioni della casa di Dio, che è molto particolare perché è un’utopia sovra-razionale, un luogo si ricollega con quello diceva Geminello Alvi prima, all’utopia finale che è quella dell’Apocalisse, del Regno millenario, del Regno di Dio. Mi permetto di fare una notazione su quello che ha detto Allegra all’inizio sul transumanesimo, facendo un’escursione cinematografica: parto da un manga, Galaxy Express 999, il cui tema è quello della transumanizzazione, uomini che cercano di prolungare la vita diventando macchine, un qualcosa che è stato espresso nel 1977. Ricordo poi che anche il primo RoboCop ha questo tema tra gli altri, quello dell’umanità legata alla macchina. Ricordo il capolavoro letterario, poi diventato cinematografico, La fuga di Logan di Nolan e Johnson. Poi ce n’è un altro, con una sua versione cinematografica del 1973, The Final Programme, anche qui, come il precedente, il film è fedele fino a un certo punto al romanzo, ma del resto era impossibile da rendere con un’espressione cinematografica all’epoca. Queste sono tutte proiezioni distopiche, fughe in un futuro che è estremamente simile a quello che stiamo vivendo adesso, come diceva de Turris prima. Voglio concludere con due note positive sulle dimore: innanzitutto la dimora mi ricorda sempre con piacere Le dimore filosofali di Fulcanelli. La parola dimora è qualcosa che ci porta in uno stato di pace, di tranquillità, quasi arcadico, un luogo tranquillo dove dovremmo stare, non bloccati da lockdown assurdi e folli. Infine, un’altra dimora è quella de La casa della vita, poesia di Dante Gabriel Rossetti, che si ricollega al prima citato I bastioni della casa di Dio.

dentato_50pxGeminello Alvi. Vorrei aggiungere una cosa che riguarda la tecnica. Mi viene in mente un dialogo del Faust di Goethe, tra Faust e Mefistofele: come sempre il demonio è estremamente simpatico, la sua funzione è quella di ridurre; e il comico appunto, come lo chiama Aristotele, è colui che riduce. Nel Faust c’è questa frase che in tedesco è splendida, Faust che chiede: Nun gut, dunque, wer bist du denn? Chi sei? E Mefistofele risponde: Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft….  Dobbiamo confortarci del fatto che, finalmente, ho visto nel viso alcuni dei collaboratori di questa nostra piccola e temeraria impresa, che non avevo mai visto. Nella tecnica c’è una doppiezza inevitabile che solo il genio estetico di Goethe incarna. È appunto una riflessione interminabile. Fronterré, da temerario aviatore, ha provato  da solo ad affrontaci e non ha avuto paura, qualche ragione la avuta. Questa frase di Goehte, Heidegger o no, ci deve far riflettere, mi pare di gran lunga superiore ad Heidegger, mi pare contenga molti più mondi e drammi e verità. E’ vero, non è vero… Forse è un incontro inevitabile quello col male, la tecnica è anche questo strano male, non riusciamo a circoscriverla nei concetti, ma del resto io sono del tutto incapace di filosofie. Questo mi mette un pochino dalla parte di Fronterré che ha detto in qualche modo questa stessa cosa del Faust.

dentato_50pxEdoardo Salvioni. Rispetto al discorso di Riccardo Paradisi sulla dimensione rivelatoria del pericolo, mi viene in mente il verso di Hölderlin, da Patmos: “Lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”, in questa poesia si parla anche di belva sitibonda sconfitta da una stilla di luce, oltre che di favole senza fine, dunque chiedo questo a Riccardo: come può essere il pericolo la misura della dimora?

dentato_50pxRiccardo Paradisi. Oggi c’è una certa sincronicità. Riprendo quello che stava dicendo Geminello citando Goehte, in qualche modo sull’eterogenesi dei fini del male; il male come il miglior tattico e il peggior stratega. Il dispiegamento della tecnica non deve essere sinonimo di male, attenzione, non vorrei essere stato frainteso. Ma è il dispiegamento della volontà di potenza che travolge ogni forma di resistenza, perché la resistenza poggia sempre su un episteme che tramonta nel dispiegarsi della potenza della tecnica e della volontà di potenza in sé, su questo Nietszche ha detto tutto. La trasvalutazine di tutti i valori, cioè la corrosione dell’episteme sta in questo: il divenire è possibile in quanto non ci sia l’essere. Se esistesse l’eternità io non potrei creare dice il superuomo nietszchaino. L’essere si scioglie in questo divenire, il divenire è la volontà di potenza dispiegata, ma tuttavia sciogliendo l’episteme distrugge una verità che era posta come norma, una misura ancora esterna, che ancora un tempo richiedeva una paideia, una tensione, un cercare fuori di sé dell’uomo. L’uomo dimentica di essere un re e diventa il mendicante della verità, come nelle favole dove il re dimentica il suo rango. Laddove collassa la verità, c’è la grande tentazione di cercare tutte le risposte sul piano della consolazione e della potenza nell’apparato tecnico. Ma quella della Salvezza rimane la domanda insopprimibile di verità. L’illusione di questa dimensione sta nell’averci liberato dalla guerra, dalle violenze, cioè ci rende la vita confortevole; la sostanza è che viviamo meglio. E tutti coloro che la criticano in nome di antiche posizioni, istanze conservatrici, si trovano di fronte a chi gli oppone tale benessere. Ma è un confort animale, un benessere che è il grande sedativo rispetto alla grande inquietudine. Quando questo avrà assolto alla promessa non risponderà alla necessità della verità, l’unica promessa che rende liberi.

dentato_50pxMichele Fronterré. Vorrei aggiungere una cosa velocissima sull’immagine dl Faust: c’è un’opera teatrale che si intitola Copenhagen, che secondo me si lega abbastanza all’argomento. Racconta del viaggio che fece Heisemberg per trovare Bohr, il suo maestro. L’intento drammaturgico ruota intorno alla conversazione che Heisemberg ebbe a casa di Bohr, ricostruita dalla fantasia del regista. Giocando il regista sul principio di indeterminazione, con una sovrapposizione di livelli temporali, prova ad immaginare, creando una certa confusione dei piani, il fatto che Heisemberg volesse raccontare a Bohr dei suoi progressi nella ricerca dell’atomo. Tutto avviene in una Germania che stava per invadere la Danimarca, e dall’altra parte il regista lascia intendere come Heisemberg fosse andato lì a cercare di estorcere a Bohr delle informazioni, visto che entrambi erano vicini all’invenzione dell’atomica. Mi sembra un po’ il dialogo di Mefistofele con Faust ricordato da Alvi visto che Heisemberg faceva la parte del diavolo.

dentato_50pxLeonardo Tirabassi. Mi sembra che oggi venga fuori una riflessione, parto da questa per ricollegarmi poi all’osservazione su Agamben e sull’oggi di Allegra. Quando si parla di riflessione sulla tecnica la categoria è larga. Il rischio è questo: soprattutto quando si arriva all’oggi, all’azione, o abbiamo un lamento su come va il mondo, o un accettazione. Ma mi sembra che ci troviamo di fronte ad una lettura che sta venendo fuori: una lettura che ricomprenda la nostalgia come categoria attiva, al servizio dell’azione e non della contemplazione. Se io non posso fare nulla, cambia il mio atteggiamento personale, ma nient’altro, invece se posso fare allora probabilmente riesco ad avere una base per pensare di produrre qualche cosa. Ecco, nei confronti della pandemia cosa è mancato? Una riflessione seria sulla nostalgia, su cosa siamo e di cosa abbiamo bisogno piuttosto che sullo stato d’eccezione. Perché se questo pensiero non produce azione il discorso sembra chiuso.

dentato_50pxFrancesco Zucconi. Volevo aggiungere a questo splendido discorso che, essendo un matematico di professione, la tecnica per me assume un po’ la forma di ciò che rimane dopo che il mistero in parte è svelato, non vorrei apparire altezzoso. Devo dire che qui noto una differenza di registro, mi ha fatto molto ben respirare l’intervento di Michele Fronterré, con il quale sono consonante, perché nella tecnica io vedo l’uomo che ha capito qualcosa. Non si può fare tecnica di qualsiasi cosa se non si entra nella cosa, con un’intuizione profonda. Da matematico, la tecnica è ciò che talvolta rimane di residuale, naturalmente gli effetti di questo residuale possono essere anche drammatici. Però, per esempio, pensiamo alle equazioni dell’elettromagnetismo, alla loro bellezza intrinseca, alla comprensione di un fenomeno come quello magnetico-elettrico: gli effetti sono disastrosi a volte, ma siamo tutti connessi e con la luce in casa, ma non voglio banalizzare. La tecnica pone all’uomo e alla sua azione confini e limiti da superare, come uomo. Per quanto riguarda l’attuale non sono d’accordo né con l’idea di stato d’eccezione di Agamben, né con quella di nostalgia poc’anzi delineata. Noi come uomini siamo chiamati in prima persona ad intuire, ad entrare dentro le cose, con le tecniche del momento; in questo saper fare c’è anche l’intuizione del momento, dell’istante, per rimandare a ciò che dice l’amico Lavecchia. La gestione di una tensione, per esempio nell’attimo della velocità o più in generale sul piano esistenziale è anche una forma della spiritualità. Per questo pur capendo il profondo problema della verità, mi sento dissonante dal clima. Non dobbiamo interpretare la tecnica solo come un qualcosa che ci porta ad ottenere la soddisfazione di bisogni elementari in modo comodo. Chi è entrato nell’esperimento, chi è entrato in un’azione profonda o ha vissuto determinate esperienze, anche militari.. Ecco questa è una parte, una versione dell’umano che non mi è aliena, che vorrei salvare in qualche modo.

dentato_50pxGeminello Alvi. Se andiamo a rileggere quello che Gauss scrive di Kant, Gauss capisce prima di tutti la necessità delle geometrie non euclidee. Gauss si convince del fatto che Kant non capisca nulla di spazio, l’idea kantiana di spazio è quella che può avere chi non capisce di matematica, cosa comune nei filosofi. Alcuni grandi esperimenti spirituali si devono alla scoperta di una verità matematica, in un momento di pienezza della individualità. Questo per chiarire l’equivoco, ma non per dire che comunque il dibattito deve ribaltarsi in favore della tecnica. Perché purtroppo la scienza e la matematica sono, come l’economia, delle retoriche. Io penso che ci siano una quantità di matematici non leali alla loro scienza, che imbastiscono una quantità enorme di pregiudizi. Quello che si tratta di capire qui è la natura spirituale della conoscenza, qualunque conoscenza conduce ad una verticalità. Se pensiamo ai nostri pronipoti possiamo prevederlo: l’opposizione alla attuale forma della tecnica verrà da degli esperimenti completamente diversi: la tecnica può essere sperimentata solo come dice Heidegger? Non credo. Sarebbe come dare dei limiti allo Spirito e questo non è. Però bisogna chiarire che qui stiamo parlando dell’uso retorico, in un certo senso nell’accezione di paradigma che si trova in Kuhn. Leggendo gli scritti sull’Apocalisse di Newton mi sono reso conto che al di là delle stravaganze Newton ebbe un esperimento profondo dell’Apocalisse, molto di più di tanti scrittori spiritualisti. Persino l’esperimento di una formula matematica non restituisce una verità se non è rivissuto nello Spirito. Ma è ora di concludere e direi che questo seminario è stato un bel momento, lo dobbiamo a Zoom e a questi espedienti tecnici, anche se chiusi in casa ci siamo dimenticati di dove siamo. Nella contingenza della tragedia, in cui gli amici si ammalano, ci troviamo di fronte alla difficoltà della conclusione, ma resta un senso profondamente umano, umanissimo e proprio per questo sovraumano. Spero che siamo usciti tutti un po’ mutati, un pensiero che vale qualcosa è un pensiero mutato parlando con gli altri.

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