La conferenza «L’Apocalisse» di Andrej Tarkovskij

INTERVENTO TRATTO DAL SEMINARIO “L’IMMAGINE APOCALITTICA. TARKOVSKIJ E IL TEMPO PRESENTE”

Io dovrei raccontare la storia del perché mio padre arrivò, in un momento peculiare della sua vita, a quella riflessione che fece nella chiesa di San James a Londra nel luglio del 1984. Parlare di Apocalisse oggi è già parlare di un tema particolare e il dibattito di questo seminario sulla immagine apocalittica è forse un momento dei più opportuni per ricordare quel suo intervento. Credo che non sia stato un caso fortuito, un intervento al quale lui non pensasse prima della conferenza, perché era una conseguenza della sua vita come artista e uomo. Vorrei introdurre questo argomento parlando delle origini, del pensiero escatologico che fa parte della cultura russa ormai da molti secoli. Questo si ricollega direttamente all’idea messianica russa che è legata alle opere di filosofi come Berdjaev, Florenskij,  Solov’ëv e Bulgakov ma anche ad elementi centrali della storia russa, basti ricordare il grande scisma e la concezione di Mosca come terza Roma.

dentato_50pxIn questo contesto non contano soltanto gli aspetti socio-politici, perché è la stessa struttura dell’anima russa che risiede nel vivere per un ideale: il desiderio dell’avvento del Regno dei cieli nel nostro tempo, sacrificando la nostra vita per questa attesa. Il culmine di questo ideale è nella grande espressione del Secolo d’Argento, quello che portò ai più grandi momenti della produzione culturale russa, ma anche ai più grandi disastri del secolo scorso. Questi pensieri in qualche modo mio padre li ereditò da mio nonno, Arsenij Tarkovskij, grande poeta russo considerato l’ultimo dei poeti del Secolo d’Argento. Mio nonno aveva vissuto e lavorato con grandi poeti, come Mandel’štam e Pasternak, per dirne alcuni. Diciamo che attraverso Arsenij mio padre ereditò un pensiero, una visione artistica e un linguaggio. Questo legame fondamentale per la crescita di Andrej Tarkovskij come artista, ma anche come filosofo se consideriamo la sua una filosofia tramite immagini, io lo sottolineo particolarmente nel mio film.

dentato_50pxQuesta eredità la possiamo intuire fin dalle prime opere di mio padre, come L’infanzia di Ivan. Lui era molto critico verso questa sua opera prima, perché la considerava ancora incompleta, non avendo ancora costruito il suo linguaggio. Però era un film sulla guerra, guerra che segnò mio padre, tra la fame, la malattia e gli stenti della vita. Mio nonno stesso fu segnato e passò gli orrori della guerra, sul fronte perse una gamba. Questo dolore era comune ad entrambi e il film L’infanzia di Ivan lo esprime molto bene; in fondo ogni film di mio padre è autobiografico.

dentato_50pxIl secondo film, Andrej Rublëv, fu girato quando mio padre aveva trentatré anni, quindi giovanissimo per gli standard della nostra epoca, molto giovane ma estremamente maturo. La scelta di Andrej Rublëv non è stata fatta a caso io credo. Andrej Rublëv era non solo un grande artista, ma apparteneva ad una corrente: la scuola spirituale dell’esicasmo, alla quale appartenevano Teofane il greco e soprattutto San Sergio di Radonež, il quale era padre spirituale dello stesso Rublëv che ereditò da lui questa dottrina. L’esicasmo è un esercizio spirituale rivolto alla pace interiore, al ritrovare Dio vivendo in armonia con il creato. Punto centrale è quindi questa armonia che mio padre cercava di ritrovare nell’arte. La più grande opera di armonia che rappresenta la storia russa è La trinità e chiaramente San Sergio di Radonež  è l’unificatore nella storia russa, in quanto lo stato russo nasce con Sergio. Mio padre iniziò la sua opera da questo percorso.

dentato_50pxIl 1984 per mio padre è un periodo difficile, finisce di girare il film Nostalghia che era in coproduzione con l’Unione Sovietica. L’ostentata persecuzione dei sovietici verso il film al festival di Cannes portò alla pesante decisione di mio padre di rimanere in occidente, in Italia. Il 10 luglio del 1984 prenderà la decisione definitiva, nella conferenza stampa dove chiederà l’asilo politico in occidente, e alla fine dello stesso mese ci sarà la conferenza sull’Apocalisse. Questo periodo è vissuto da mio padre come una catastrofe ma è anche un modo di rivedere la sua vita, i suoi futuri progetti. Così nasce l’idea per la sceneggiatura di Sacrificio, l’ultimo dei suoi film, il suo testamento spirituale.

dentato_50pxL’Apocalisse la legge come un artista, la vede come una grande immagine ma dice subito che non è un filosofo o un teologo e quindi non la tratterebbe mai da quel punto di vista. È appunto un’immagine che per lui contiene la possibilità di elevarsi, di salvarsi. Per lui l’arte del cinema era un mistero, non credeva nella possibilità di sezionare, analizzare e capire l’arte con l’intelletto. L’arte è un mistero che va accettato, preso e non capito o analizzato.

dentato_50pxQuesto mio padre lo dice nella sua conferenza, dice che «non si può comprendere l’arte, si può comprendere una formula, un concetto filosofico, delle argomentazioni intellettuali ma un’immagine no. Comprendere un’immagine è una contraddizione, è un errore usare questo termine, un’immagine può essere accolta, si può entrare in un’immagine quando uno non è distolto da nient’altro, quando percepisce un’empatia spirituale con quell’immagine. Oppure al contrario si può respingere, non accettarla, questo sono le sole reazioni ammissibili che possono intercorrere tra l’artista e il suo pubblico. Goethe a suo tempo disse che leggere un buon libro è difficile quanto scriverlo, di conseguenza la questione della comprensione è estremamente dolorosa. L’arte non richiede comprensione, l’arte deve contare sul fatto che la sensazione suscitata in voi vi permetta anche di entrare in contatto con l’opera fino al punto che vi sembrerà di essere voi stessi gli autori di quest’opera». Ecco questo un po’ riassume la sua idea dell’artista e comunque credo che gli aspetti apocalittici, le grande intuizioni che egli aveva come artista e come uomo che rifletteva sulla realtà siano presenti in tutte le sue opere. Basta pensare a Stalker che parla di un mondo post-apocalittico, dove un singolo individuo è capace di travolgere e salvare non solo se stesso, ma gli altri.

dentato_50pxQuindi si ritorna un po’ all’idea che lui ripeteva molto spesso durante le sue conferenze, con la quale io concludo anche il mio film: lui racconta di questi grandi maestri che hanno influenzato la sua opera e dice che loro sono incomprensibili, non si può analizzare la loro opera, sono dei folli di Dio, non hanno mai inventato niente e non hanno mai intellettualizzato niente: erano soltanto dei tramiti spirituali e hanno creato le loro opere in uno stato di alta tensione spirituale.

dentato_50pxLui cita alla fine, in una delle ultime conferenze dell’86, quando ha pochi mesi di vita, Robert Bresson, Leonardo, Bach e Tolstoj. Io credo che a questo punto possiamo dire che anche lui appartiene a questo genere di persone. Concludo con una frase di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi che dice: “Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio; perché la sapienza di questo mondo è pazzia davanti a Dio”.

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