Non qui

Per una metafisica del portale

Il 16 settembre 2001, durante una conferenza stampa ad Amburgo, il compositore musicale Karlheinz Stockhausen dice la sua sugli attacchi dell’11 settembre, sostenendo che si sia trattata della più grande opera d’arte mai esistita. Volentieri i suoni assemblati da Stockhausen vibrano di una tensione che lavora sulla percezione, per modificarla. L’intellettualità, dirompente, vuole fondersi col respiro cosmico, per una musica, un’arte totale. Ma nell’impossibilità di raggiungere un simile stadio, l’atto che più ne coglie la parvenza è quello della negazione definitiva. Due forme altissime, brulicanti vite, vengono incenerite da automi iconoclasti, grazie all’aiuto della tecnologia che sognano di azzerare, smaniando per una dimensione pacificata. Nel tempo l’evento si fa comunicazione e le immagini, ridotte all’essenziale, si materializzano quasi sempre allo stesso modo.

dentato_50pxUn cielo limpido, due figure monolitiche chiare, un’essenzialità cromatica e formale. L’aereo sbuca irrompendo in un campo visivo chiuso, come un corpo estraneo, nell’assenza di un prima e di un poi. Le sequenze degli schianti attraverso gli schermi televisivi tendono a epurare il rumore. I suoni li puoi recuperare on line da più di qualche documento, o in diversi servizi televisivi, ma ciò che tende a rimanere è un movimento dal nulla al nulla su sfondo azzurro, che culmina in una folgore devastante e muta, come se l’evento compromettesse di continuo il sincronismo, sfasando immagine e suono. Il loop visivo, vissuto come reale e impossibile al medesimo istante (siamo ai limiti del pensabile), ci mostra due forme espropriate del loro radicamento in terra e convertite in portali.

dentato_50pxD’istinto penso all’ingresso alla Loggia Nera, nei boschi di Twin Peaks. Nella serie di Lynch e Frost si allude a una loggia nera e a una bianca e non è così facile attribuire una valenza positiva alla seconda e una negativa alla prima, che si confondono sino a farti dubitare che abbia un senso distinguerle. Alla loggia si accede attraverso un ingresso ubicato tra i boschi di Twin Peaks e quest’entrata non è disponibile facilmente e in ogni momento, perché ha regole occulte, non accessibili a tutti.

dentato_50pxNell’attraversamento anche lo spettatore è scaraventato fuori da Twin Peaks. Una socialità deraglia dalla normalità della routine di provincia, per il lampeggiare sempre più insistente di segni premonitori. La vita si fa via via malefica e insopportabile e il portale propone una via, una spiegazione certa, al prezzo di screditare ogni cosa attorno.

dentato_50pxLe leggi della fisica, del tempo, della logica e del linguaggio, una volta varcato l’ingresso, non sono più certe. O meglio, ogni cosa è quella che è, ma anche l’opposto. Il filo narrativo che corre per tutta la serie televisiva, che segue la necessità del ritrovamento dell’assassino di Laura Palmer, s’indebolisce. Non solo i gufi non sono quello che sembrano, ma nient’altro lo è. Oltre quel portale svanisce il principio di non contraddizione, che valeva sempre meno anche nella narrazione lineare di Twin Peaks e questo non svela due realtà, polverizza invece l’unica possibile. E la possibilità di fare a meno della realtà ha l’effetto di rendere lontana sullo sfondo anche la trama, che nella seconda stagione di Twin Peaks rischia di essere risucchiata attraverso quell’ingresso nel bosco. Cosa che avviene nella terza stagione della serie televisiva, in onda dopo venticinque anni, annunciata dalle parole della stessa Laura Palmer. Le tende rosse chiuse mettono in scena la fine della scena, il superamento della trama e di ogni ordito, per un mondo non più rappresentabile e che di sé può lasciar trapelare giusto un riflesso distorto.

dentato_50pxLa mancanza di umanità che si vorrebbe attribuire alla casa del padre, lordata da eventi indicibili, è costitutiva della metanarrazione di Twin Peaks, che raffigura il superamento di un’intera cultura ridisegnata su coordinate non vacue o vacillanti e nemmeno liquide, ma del tutto inesistenti, come in una distopia mistica. E il portale è una configurazione funzionale, ciò che offre te lo mostra subito. Esso guadagna tutta la sua potenza suggestiva circondandosi di sfondi naturali; quando la sua artificiosità si staglia su un cielo azzurro o in un deserto, o si rivela tra i chiaroscuri di un bosco, smette di essere riconosciuto come assurdo, ingiustificato. È il segno che il portale ha già iniziato a fagocitare il contesto che l’accoglie. Da questo garbuglio logico ed esistenziale sbuca una configurazione ideale adeptica come poche. Per tutto questo, e altro ancora, la configurazione di portali rende intuibile la possibilità di accedere a qualcos’altro e questa possibilità, nell’immediato, ha come unico esito visibile il rifiuto di ciò che può essere abbandonato. Forme che si ha fretta di varcare per uscire e opere lasciate a metà o al minimo. L’essenziale è uscire e non c’è tempo per lavorare nel miglioramento, passo dopo passo. Non c’è tempo per la maturazione di una φρόνησις, di una saggezza per e nelle cose del mondo. Astraendo si epurano sentimento e pietà, per ottenere un rovesciamento che è una regressione allo stadio preumano (come delle scimmie abbarbicate a un monolito).

dentato_50pxIl portale risponde all’impellenza di passare in una dimensione altra rispetto a questa ma, a dispetto di come può sembrare, anche per l’ovvia impossibilità a garantirne l’esito, non è l’approdo a un altro mondo a giustificare questo movimento, ma l’atto stesso dell’uscirne. La configurazione ideologica non corrisponde all’assoluto bramato, ma al passaggio, al portale. È il portale a incatenare. Il movimento dal nulla al nulla su sfondo azzurro è uno sfregio e un loop che visualizza, eternandolo, il moto dell’uscita

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *