Un itinerario byroniano

Nel 1821 il poeta si trovava a Ravenna, prima che gli toccasse di levare le tende in fretta e furia per rifugiarsi a Pisa

Nell’estate or ora morente medito circa il suo colmo, a cavallo del quale mi sono concesso un breve itinerario a tappe; faccio come chi per esser stracco della scarpinata si gode la vista solo quand’è ormai tornato a valle, mentre tiene i piedi gonfi per aria. M’accorgo perciò che questo itinerario, pur non volendolo, è stato quasi un pestare l’orma byroniana, benché vecchia di un paio di secoli: considerato che nel 1821 il poeta si trovava a Ravenna, prima che gli toccasse di levare le tende in fretta e furia per rifugiarsi a Pisa. E per arrivare in bocca all’Arno son passato anch’io dalla Romagna.

dentato_50pxIl Byron già dal 1819 risiedeva a Ravenna: essendo che l’amante sua, la Teresa Gamba in Guiccioli, di cui aveva fatto il cicisbeo a Venezia, volendo essa divorziare dal conte marito, se n’era tornata in seno alla famiglia portandosi dietro il nuovo amore. Il quale amore, per essere oltremodo «anarchico milionario» (E. Cecchi) oltre che poeta celebrato, smanioso e di manica larga, ma d’una «digrignante sessualità» (sempre il Cecchi), aveva fin dapprincipio trovato il modo di accompagnarsi coi carbonari italiani; in special modo cogli stessi Gamba, parenti acquisiti, che gli avevano riempito casa di schioppi e coi quali intrallazzava contro i preti per la Repubblica. Di un «entusiasmo comiziale perpetuo» (G. Piovene) la Romagna doveva già allora traboccare se il Byron aveva i cassetti «debordanti dei loro proclami [dei romagnoli]»; sennonché i moti rivoluzionari del 1820-1821 almeno lì sortirono come un fiasco annunciato.

dentato_50pxÈ noto che il famedio dell’Alighieri sta a Ravenna, perché in quella città gli toccò di morirci nel 1321: un mezzo millennio prima delle smanie byroniane; «one of the principal objects of interest in that city» dice del tempietto neoclassico nella prefazione al suo The Prophecy of Dante (stampato nel 1820), quattro canti in terza rima riadattata all’inglese, non proprio felicissimi. Il ricupero che dell’Alighieri hanno fatto certi romantici, e in particolare il Byron, è soprattutto per un’affinità fra esiliati: ammirava in lui prima l’Esule che il Poeta: e ci s’immedesimava nonostante che il suo invece fosse un lontanare di patria pressoché autoimposto, e per scandali amorosi. Esilio che in fondo gli vellicava il cervello anche perla mania romantica di esotismi, che per lui almeno, a differenza di altri, fu carosello non immaginario.

dentato_50pxIl Byron scappò da Ravenna per non dover vedere dal di dentro una galera papalina. Ma forse non ce l’avrebbero buttato davvero, era troppo famoso e troppo ricco. Sul finire del 1821 si stabilì a Pisa, seconda tappa del mio itinerario, lui doppiamente esule. Raggiunse i coniugi Shelley sul Lungarno. Con un odio per il tirannico e dei patemi anarcoidi: del titanismo, del prometeico furore. A Pisa, cioè la città dell’Ugolino dantesco, il prigione par excellence, messo nell’Antenora coi traditori della patria, e che anche per questo risultò perfettamente congeniale a un certo Ottocento, cioè a tempi nei quali parecchi marcivano carcerati per crimini contro gli Stati. Non che i rivoluzionari si considerassero dei traditori, però molti lo erano a termini di legge.

dentato_50pxC’è qualcosa del Prometeo eschileo anche in Ugolino, o perlomeno ce l’ha sicuramente visto il Byron: per la cattività, per un subìto tiranneggiare; di certo è presente nel The Prophecy of Dante, con romantica esortazione al sacrificio come dono per la posterità: «be the new Prometheus of new men» (IV, 14). Ma era tutta quella generazione che vagheggiava il prometeico, come Mary Shelley e il suo Frankenstein, sottotitolo: The Modern Prometheus(1816). Come titanico fu anche Napoleone, superbioso e grande finché gli era girata bene, poi vinto ed «enchained» pure lui da quegli stessi Lord al cui fianco il Byron era stato seduto alla Camera; e morto proprio nel 1821 a Sant’Elena.

dentato_50px‘Tisdone – butyesterday a King!

dentato_50pxAnd arm’d with Kings to strive –

dentato_50pxAnd nowthou are a namelessthing:

dentato_50pxSo abject – yetalive!

dentato_50px(G. H. Byron, Ode to Napoleon, I, 1-4)

dentato_50pxL’ex Imperatore gli aveva fatto girare la testa, come al Foscolo, come al Goethe, come a tanti altri, e come per quelli l’animo byroniano s’era dibattuto fra l’ammirazione per il titanico e la repulsione per il tirannico; ma lo conobbero tutti ab imo corde ch’erano le due facce di una stessa medaglia. E che l’uno senza l’altro è tragedia a metà, non credibile.

dentato_50pxA Pisa, cogli Shelley ed altri espatriati libertari, il Byron mise in piedi un circoletto e relativo foglio cartaceo, il «Liberal»; l’Autorità granducale gli stava già col fiato sul collo. E però in testa gli era andato maturando il successivo colpo, in cerca d’azione, ché alla Guerra d’indipendenza greca l’Alessandro Maurocordato sollecitava l’Europa a dar manforte, e gl’inglesi soprattutto. Nel maggio del 1822 gli Shelley lasciarono la Toscana per attendarsi nei pressi di Lerici, a Villa Magni: terza ed ultima tappa del mio breve itinerario è stata Porto Venere, che gli è dirimpetto e chiude a Ponente il golfo di La Spezia.

dentato_50pxIl 1822 fu anno addolorato per il Byron, essendo che la vitalità della primavera gli aveva portato già un primo lutto, cioè la morte della figlioletta Allegra, di appena cinque anni: lasciata tempo addietro alle monache di Bagnacavallo. Poi coll’esplodere dell’estate anche Shelley aveva trovato la morte in mare, mentre stava tornando a Lerici da Livorno; la pira funebre arse su l’arenile di Viareggio. In una lettera a Douglas Kinnaird il Byron scrisse: «dall’inizio dell’anno un dispiacere ha seguito l’altro con successione regolare». È probabile, anche se non certo, che a Porto Venere il poeta ci sia stato, forse solo di passaggio; di certa c’è però lì una specie di grotta che dal secondo Ottocento porta il suo nome, appena sotto il promontorio ultimo della penisola che si tentacola verso l’isoletta Palmària. Leggenda vuole che quivi meditasse, enei pressi della quale si sarebbe tuffato per farsi a nuoto gli otto chilometri del golfo.

dentato_50pxOggi lungo la marina di Porto Venere d’estate è legione: ma c’era, appartato e recinto sopra una cengia a strapiombo, un cimitero di non molte lapidi, poco sotto la rupe del castello Doria. Nei pressi della zona del vecchio abitato, delle vecchie fortificazioni, della chiesetta di San Pietro a bande bianconere, d’intorno son tutti muri sbrecciati e rotti, tutte rovine medievali, bifore e trifore superstitiche ultime s’affacciano verso mare. Ho ritrovata lì fra i morti una intima serenità; però abbalconato sul tutto di cobalto, e davanti il frenetico dei navigli, il gran cicaleccio della vita dietro, le agavi fiorite nelle fratte, lo sguizzare dei rettili. D’estate la vita, e per un istante l’inverso della norma: cioè la morte assediata. Così il Byron, nell’estate della sua terrena esistenza, passeggiando da quelle parti potrebbe aver anche lui ritrovata la serenità nonostante i lutti, prima di ripartire smanioso per Genova, e da lì, nel 1823, per la Grecia.

dentato_50pxQuivi sei alle origini

dentato_50pxE decidere è stolto:

dentato_50pxripartirai più tardi

dentato_50pxper assumere un volto.

dentato_50px(E. Montale, Portovenere, vv. 10-13)

 

 

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