L’apocalisse di Tarkovskij

Quello che origina tutto è sempre un fuoco, che il fuoco bruci come all’inferno o che riscaldi come in paradiso dipende dalla grazia del cielo e dall’anima umana. E ripenso a quando ero a Basilea, giovane, in una banca svizzera. Non conoscevo Tarkovskij e i suoi film, ma in una libreria dietro Marktpaltz trovai un diario, un Tagebuch, di Tarkovskij. Lessi le sue affermazioni struggenti, identiche a quelle che io sperimentavo. Me ne nacque il senso del dovere di vedere i suoi film e di leggerlo. Purtroppo i film che trovai nelle prime versioni erano versioni mutilate da comunisti italiani, e non ne rendevano la grandezza. Solo col tempo riuscii a capire quanto correnti  fossero la sua arte e il suo intento.

dentato_50pxPer il cinema vale in fondo quanto dissero quelli che l’hanno inventato, i fratelli Lumière: una cosa piuttosto tremenda, cioè che con il cinema si riusciranno a vedere vivi quelli che sono morti. Ora, il vedere vivo, e il fingere vivo, quello che è morto è uno dei temi della perdizione apocalittica, una delle prove delle sette chiese.  E il cinema dunque ha in sé questo vizio originario. Il fingere vivo ciò che è morto è una falsificazione che appartiene  al cinema. E non solo. Penso ai film Hollywoodiani in cui autentici depravati o vigliacchi  sono rovesciati e passati per tutt’altro, e finti ulteriormente nella voce del doppiaggio. Il cinema  volentieri corrompe la percezione, la deprava. Ma questo è un vizio dal quale il cinema di Tarkovskij è protetto, perché lui  non ha intento di fingere la vita. E non il cinema per rivedere quanto è morto. Anzi implica la vita dello spettatore che guarda il film. Cerca il tempo altro che da effetto di spaesamento, in un presente denso di passato e futuro, e necessita di identificazione, come nell’arte moderna. Nell’arte moderna noi siamo costretti a creare l’immagine non possiamo subirla: un quadro di Raffaello possiamo sentirlo, un quadro di Kandinskij dobbiamo rifarlo. Non c’è nessun aiuto. In questo Tarkovskij è grande, perché se Bergman fa dei film straordinari, Tarkovskij riesce nel mistero di farci identificare, di uccidere il tempo consueto e di inventarne un altro, della vita.

dentato_50pxProprio nell’ultimo periodo ho rivisto Solaris, il Solaris nella versione vera e completa, e c’era una frase che mi ha  colpito. In questo pianeta che emana anima e destino si pone il problema della verità, della vita e della via, si pone cioè il problema di quelle chimere: se siano chimere o siano realmente esistenze, che è il problema del nostro stesso esistere. Ecco, c’è una risposta che nella nostra versione sgraziatissima precedente della Maraini era stata tagliata: quello che fa vivere quelle cose è l’amore. Non è un amore sdolcinato: è amore apocalittico quindi intriso di dolore, senza speranza. E in questo esperimento si spiega anche il perché dell’ammirazione, della devozione, che l’uomo Tarkovskij dedica all’Apocalisse. Questo perché nell’Apocalisse questo elemento di fuoco, dell’esistenza nella sua tremendità di bene e di male, nella sua polarità d’antitesi, ma soprattutto nella sua vita, è inesorabile, ineliminabile. Il testo apocalittico è corrotto, attraversato, raccoglie un’apocalittica ebraica ma cristiana prima di Cristo e però accoglie pure qualcosa che viene dopo di Cristo. È un libro senza del quale non si dà un esperimento della propria vita nello spirito.

dentato_50pxQuesta è un’altezza dalla quale la cultura italiana si è distaccata, basti guardare ieri  a gente come la Maraini e oggi come Benigni che legge la Divina Commedia. Se guardiamo la cultura italiana oggi ci rendiamo conto che mai nella sua storia la nobilissima letteratura italiana ha conosciuto una decadenza tanto grande. Con questa nostra piccola confederazione di ingenui e di poveri di spirito, noi pretendiamo di raccoglierci intorno all’opera di Tarkovskij, e di celebrare qualcosa di nobile vivente, quel tempo della vita che infine come nell’Apocalisse torna fuoco.

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