L’approdo di San Marco

Segni da una terra apocalittica

Il paesaggio intorno all’odierna Aquileia è sovente sconsolato e spettrale, come si addice ad una delle plaghe più inquinate dalla pseudoagricoltura degli ultimi decenni. In quel paesaggio, disperatamente distante dal suadente lustro dei flussi turistici legati alla Basilica patriarcale, si apre, ancor più sconsolata della circostante landa, una sterrata, preceduta da segnale col toponimo “San Marco”. Proprio questa sterrata conduce al luogo – meraviglia d’inappariscenza – che si vuole aver visto l’approdo dell’Evangelista Marco – qualcuno dice anche di Giuseppe di Arimatea –: come dopo improvvisa Soglia si incontra un solare verdeggiare, ed una piccola, ben formata altura coronata da un’ingenua, ottagonale chiesetta settecentesca – costruita sul sito di una molto più antica –, a pochi metri dalla laguna silenziosa, la cui pace è preceduta da un sobrio coro di pini, che chiamar – come si fa – Pineta di San Marco suona davvero altisonante. Luogo d’abissale inappariscenza è la Pineta di San Marco ad Aquileia; uno di quei luoghi che rendono evidente una spazialità spirituale, intessuta dal Calore e dalla Luce dell’Io, trascendente la terrestrità proprio perché ne visita gli abissi, trasformandola in Presenza dolcemente adamantina.

dentato_50pxProprio questo luogo abbiamo voluto visitare una persona amica ed io nel giorno, il 18 Ottobre, in cui al porto di Trieste ardevano gli eventi. Mai avevamo nutrito simpatie movimentiste, né le avevano mai nutrite le diverse persone nostre amiche che han voluto trascorrere la notte al porto, e che al mattino han voluto ricevere in dono quella “doccia gratis per tutti” annunciata da un ragazzo, trionfalmente ironico, in smartphonica diretta. Ma proprio la scarsa simpatia per il movimentismo ha reso sensibili a segni nuovi: i portuali che rifiutano offerte rivolte solo alla loro categoria, chiedendo che tutte le persone che lavorano vengano liberate dalla greenpassite; l’assoluta ininquadrabilità – tanto sociale quanto politica quanto confessionale – di chi partecipa alle manifestazioni di queste settimane, e che spesso lo fa pregando, meditando, pacificamente operando nella luce di un’arte; l’appello costante a valori, quali la libertà e la dignità, lontani da rivendicazioni e bisogni meramente legati alla biologia. Questi segni ha voluto accompagnare la visita alla Pineta di San Marco, legandoli agli innumeri Segni di Luce che la terra di Aquileia manifesta dal giorno in cui Giovanni-Marco – Giovanni era il nome ebraico di Marco (Atti degli Apostoli 12, 12 e 13, 3) – aveva fondato, come tradizione vuole, la sua Chiesa. Non potevamo, allora, rinunciare a visitare, subito dopo, le non lontane risorgive del Timavo: ingresso nell’Ade, memorie argonautiche e mitraiche si mescolano alla storia dell’abbazia di San Giovanni in Tuba, a lungo custode del manoscritto creduto l’originale del Vangelo marciano, e perciò ambita meta di pellegrinaggio, cara alle popolazioni slave. Curiosa consonanza: proprio un 18 Ottobre, nel 1113, ebbe luogo l’inventio delle allora celebri reliquie dell’antica abbazia da parte del patriarca Vodolrico (Udalrich). La miracolosa inventio della nostra visita è stata, invece, un nido di api selvatiche. Entusiasmante inventio, perché la persona che mi accompagnava, artista di land art – brutto anglismo che un Arturo Onofri avrebbe tradotto con qualcosa come “Arte della Terrestrità” –, la sera prima aveva voluto condurre al porto di Trieste un’installazione in fieno con Hestia al centro, quattro api e dodici pietre che la abbracciano in cerchio: Hestia/Vesta, Dea del Fuoco che fonda e forma ogni comunità, ipostasi di quella arcana Madre che è anche la misterica Demetra – le cui sacerdotesse in alcuni luoghi eran denominate api –, e prefigurazione di Maria-Christi-Sophia, che la grande sofiologia russa seppe riconoscere Quattro armonicamente terrestrizzante il Tre del Lógos creatore, e con ciò – in continuità con la grande sofiologia antica – fonte di ogni comunità manifestante giustizia. 

dentato_50pxIl pacifico Fuoco d’un focolare che rigeneri l’esperienza del vivere in una comunità, in una città, libera dalla mortifera, antiumana astrattezza della statalità e del centralismo postmoderni: questo sembrano cercare, oltre ogni steccato fra vaccinati e non-vaccinati – e altre biopolitiche amenità del genere –, le persone che in queste settimane si mostrano nelle piazze della terra di Aquileia, e che al porto di Trieste si son lasciate pacificamente indocciare. Sembrano cercare quell’incontro, quel dialogo nella Luce dell’Io, nella Libertà, e dunque nell’Amore, che è l’unica esperienza capace di schermarci dalla nuova barbarie, di gran lunga peggiore di ogni precedente altra, perché psicoticamente digitalcavalcante. 

dentato_50pxSolo per caso la ricerca d’un rinnovato Fuoco di Hestia, d’un Fuoco sofianico, si manifesta densamente, in questo oggi apocalittico, proprio nella terra di Giovanni-Marco? Terra di secolare incontro e feconda sintesi tra popolazioni, correnti culturali e spirituali, oltre ogni centralismo e collettivismo, e perciò madre di vera comunitarietà: terra egizia, italica, greca, celtica, romana, germanica, slava…

dentato_50pxIl 18 Ottobre è giorno dedicato all’Evangelista Luca, che la tradizione percepisce non solo quale medico, ma anche quale primo pittore di icone ritraenti Maria col Bambino. Luca è il primo ad osar dipingere Maria-Sophia. Il giorno della sua festa consuona, dunque, in commovente sinfonia con una visita all’approdo aquileiese di Marco: dell’Evangelista il cui più antico ritratto – nel Codex Purpureus Rossanensis; unico ritratto di Evangelista conservato nei codici greci anteriori al X secolo (https://www.codexrossanensis.it/it/tavole/14/ritratto-di-san-marco/) – vuole la sua mano enfatizzare la parola arché a partire dall’incontro con Maria-Sophia. Arché Pâsa en Sophíâ / In Sapientia Omne Principium.

dentato_50pxMarco approdò ad Aquileia prima o dopo aver cristificato i Misteri Egizi, indicando la via che da Iside conduce a Maria-Christi-Sophia? Le fonti non sono univoche nell’indicare se fu prima la Chiesa di Alessandria – il Patriarcato copto – o la Chiesa di Aquileia ad esser fondata da Giovanni-Marco. Ma che importa? Il ritratto rossanense basta a mostrarci, con disarmante semplicità, che in qualsiasi luogo esso avvenga l’approdo di Giovanni-Marco è approdo presso il solare, generativo, apocalittico Fuoco di Maria-Sophia. Porto che, come la timida Pineta di San Marco, resta, per sempre, smeraldino hortus conclusus, non per nascondersi dal mondo, ma per disvelare, manifesto mistero, il divinizzante Improvviso d’una Cristica Terrestrità, invincibile da parte di qualsiasi mondana, e quindi effimera – fosse anche la più assordante ed inquinante – potenza: Terrestrità che è eterna Infanzia e Giovinezza partorita dall’Io.

dentato_50pxGiovanni-Marco è l’Evangelista del Cristico Improvviso – nel suo Vangelo la locuzione “improvvisamente” occorre oltre quaranta volte –, e dunque della volontà generata dall’Io, aperta a vivere ogni esperienza come nuova nascita, indeducibile da astrazioni, modelli, teorie, statistiche. Proprio il saper tanto vivere quanto generare armonici e fecondi Improvvisi sarà l’unica Opera capace di trasformare in Soglia il vicolo cieco in cui si è cacciata la civiltà europea. Perché solo la capacità d’operare l’Improvviso nel Calore, nella Luce dell’Io saprà generare risposte feconde a domande ormai disperatamente brucianti: è lecito configurare ogni dimensione della vita a partire dalla paura verso una malattia, ossia verso la morte? È lecito legare l’identità e ogni singolo aspetto della vita di una persona alla relazione con una malattia? La logica “greenpassica” non apre innumeri soglie al più barbarico arbitrio, in base al quale prima o poi la facoltà di lavorare potrebbe venir legata alle disposizioni e pretese più assurde?

dentato_50pxQueste domande non hanno alcunché a che fare con l’essere “pro-vax” o “no-vax”, ma col semplice sentire la Dignità e Libertà dell’essere umano. Un sentire fin troppo intorbidato negli ultimi decenni mediante irrefrenabile, digitaltrasportata metastasi d’immagini ed attività insensate, e perciò inumane. Intorbidato, inquinato proprio come il paesaggio che circonda l’approdo di San Marco. Ma quel paesaggio non disturba, e mai disturberà, la Soglia che apre all’adamantina inappariscenza disvelata da quell’approdo. Approdo apocalittico, perché capace di trasformare, in chi riesce a scoprire l’Oro del Cuore, la terrestrità più insignificante o maltrattata nella Vita Nova dell’Anima e della Città.

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