I santi di Florenskij e i santi di Flaubert

La Tentazione di Sant’Antonio secondo Flaubert. Il commento di Pavel Florenskij

Le vite dei santi possono essere scritte secondo i più disparati criteri. Ci si può chiedere se sia lecito elaborarne i tratti senza essere partecipi del loro vivere spirituale. Oppure, al contrario, si considerano chimere le loro esistenze e la vita loro diviene recipiente da colmare con ogni fantasia, dove sembra lecito inserire ogni cosa, purché la storia assuma i tratti del fascino che accattiva. Ma Flaubert, di cui qui ci accingiamo a parlare, quando scrive La tentazione di Sant’Antonio non rispecchia pienamente nessuna delle due visioni anzidette. A dimostrarlo c’è un libro di Pavel Florenskij, Sant’Antonio del romanzo e Sant’Antonio della tradizione, inedito fino a poco tempo fa e ora edito da Edizioni degli animali.

dentato_50pxFlaubert non è certo un asceta o un santo, ma, ci dice Florenskij, a suo modo vive come se lo fosse: il suo è un culto letterario, dove ci si dedica completamente alla scrittura, in cui vi sono delle esperienze che non sono quelle dei santi, ma che richiedono il rigore dei santi. La sua è una fantasia che restituisce al lettore un Sant’Antonio di un altro secolo, così da falsarne l’ascesi, ma che segue un filo ben preciso. Florenskij ben comprende che non basta definire Flaubert solo un esteta senza etica e delinea l’antinomia fondamentale Flaubertiana: per lo scrittore francese una sorta di maya indiana si contrappone a quello che Florenskij chiama Grande Vuoto. Quest’ultimo non è il Brahman degli indiani e nulla ha che fare con divine aseità. “Per Flaubert, non esistono emozioni né turbamenti; non ci sono nemmeno le idee, ma solo le immagini e i loro sembianti, l’immaginario estetico cristallizzato in frasi sonore.” (p.66).

dentato_50pxFlaubert in questo senso è rappresentante di un credo nichilista, dello stile, in cui l’illusione viene gestita con l’abilità del prestigiatore. Letteralmente per Florenskij egli “salda” il testo impedendo alla tela di lasciare trasparire quel vuoto che è oscurità senza ritorno. Per questo il presbitero russo parla di una “brama di perfezione” (p.56) che nel lavoro di venti pagine concentrava la forza di centocinquanta. Le maglie non devono spezzarsi, e Flaubert le cuce così da ottenere una trasposizione del mondo sul piano letterario; sublimazione dove l’io è “parvenza estetica quanto il resto” (p.65) e il mondo teatro della grande messa in scena di un personaggio, di un secolo o comunque di un modello che è quanto di più lontano esista da un senso archetipico. Proprio per la mancanza dell’Idea in questa concezione del mondo, Florenskij tenta una critica del Sant’Antonio di Flaubert. “Non c’è mondo platonico ideale che egli ammetta” (p.61) , il valore è nell’opera in sé e nella disamina di tratti che sono privati di ogni essenza, un dio che è “μὴ ὄν (non essere)”.

dentato_50pxFlaubert immagina la letteratura come un organismo avente una sua unità, in grado di fagocitare la storia delle epoche, in cui il riflesso dell’individualità trasfigurata nell’opera, trasfigurando la propria morale in estetica diventa giudizio di valore del proprio tempo, così come un autoritratto in cavo. Ciò è ben evidente dalla lettera a Louise Colet, del 1852:

dentato_50px“La rettitudine di cuore di cui parli non è che la stessa equità di spirito ch’io serbo, credo, nelle questioni artistiche. Io non adotto tutte quelle distinzioni di cuore, di spirito, di forma, di fondo, d’anima o di corpo; tutto nell’uomo è unito. Una volta mi consideravi un geloso egoista compiaciuto nella ruminazione perpetua della propria personalità. Questo credono coloro che vedono la superficie; succede altrettanto di quell’orgoglio che urta tanto gli altri e che tuttavia è ripagato da così grandi miserie; nessuno più di me, invece, ha respirato gli altri. Sono stato ad annusare ignoti letamai, ho avuto compassione di tante cose di cui non si commuove la gente sensibile. […] D’altronde l’ironia mi pare domini la vita. Da ciò proviene che mentre piangevo sono andato spesso a guardarmi allo specchio. Questa disposizione a contemplarsi dal di fuori è forse la sorgente d’ogni virtù. Vi toglie alla personalità, invece di trattenervici”.

dentato_50pxUn’altra lettera alla Colet del gennaio 1852 comprova la sua idea di stile e quella sorta di andito irrevocabile che è la sua confessione epistolare; ci si ritrova quasi una dichiarazione fatale verso il vuoto. Qui Flaubert delinea, col suo inesauribile occhio millimetrico, tutta una enciclopedia dei vizi della sua anima multiforme, delle mancanze, ma dove la diagnosi traccia il suo intervento prontissimo, sempre in Flaubert essa stessa sembra volersi offrire di pari passo come suo programma estetico. Come se “gli ignoti letamai” di cui parla nella precedente lettera, il materialmente ammassante ed informe incedere della storia, diventino la materia purulenta su cui Flaubert fa librare lo stile, quasi come scorporandosi dalla storia, vagheggiando nel suo continuo slancio verso il melico, verso la perfezione sonora del pensiero, il suo rigettarsi dal mondo:

dentato_50px“Letterariamente parlando vi sono in me due bravi uomini distinti, uno innamorato di urlate, di lirismo, di gran voli d’aquila, di tutte le sonorità della frase e delle vette dell’idea; l’altro che scava e fruga il vero come può, cui piace dar rilievo al fatto piccino con potenza pari al grande, che vorrebbe farvi sentire quasi materialmente le cose rappresentate. Costui ama ridere e si compiace nelle animalità umane. L’educazione sentimentale, a mia insaputa, è stato uno sforzo di fondere queste due tendenze del mio spirito (sarebbe stato più facile far dell’umano in un libro e del lirismo in un altro). Ho fallito; per quanti ritocchi si diano a quest’opera (e forse ne farò)  sarà sempre difettosa, vi mancano troppe cose, ed è sempre per l’ assenza che un libro è debole. Una qualità non è mai un difetto, non esiste eccesso, ma se questa qualità ne divora un’altra, resta sempre una qualità? Le più belle opere sono quelle in cui c’è meno materia: più l’espressione s’accosta al pensiero, più la parola vi si adegua, e più è bello. Credo che l’avvenire dell’arte sia in questo senso: lo vedo a misura che l’arte s’ingrandisce eterizzandosi più che può; dai piloni egizi alle guglie gotiche, e dai poemi di ventimila versi degli indiani fino agl’impeti di Byron, la forma, facendosi esperta, s’attenua; abbandona ogni liturgia, ogni regola, ogni misura; abbandona l’epica per il romanzo, il verso per la prosa; non riconosce più nessuna ortodossia ed è libera come la volontà che la esprime. Questa liberazione della materia si ritrova ovunque, e l’hanno seguita anche i governi, dai despotismi orientali ai futuri socialismi. Perciò non esiste soggetto bello o brutto, e quasi si potrebbe fissare come assioma, mettendosi dal punto di vista dell’arte pura, che un soggetto non esiste, essendo lo stile di per stesso una maniera assoluta di vedere le cose…”.

dentato_50pxFlaubert scrive la sua Tentazione studiando la patristica, la scolastica e gli eretici con intento di adesione stretta al vero, ma come mai allora per Florenskij ottiene l’assurdo? C’è una “parvenza storica” e “idee che non sono dell’epoca” e un contagio del poema “con il freddo mortifero del proprio nichilismo” (p.80). L’adesione storica per Florenskij non è piena piena ricostruzione dei fatti, per i quali non vi è in ogni caso attendibilità, lo dice lui stesso, ma è la fedeltà ad un epoca. Il Sant’Antonio rappresentato vive tutte le prove dei santi: sono l’orgoglio e la superbia a invaderlo, il tedio che proviene dalla rinuncia lo imbestialisce, l’attacco del vizio chiede il suo pegno e alla gola succede la lussuria, alla lussuria l’ira. Nel deserto ha un attacco di lascivia, così lo descrive Florenskij: “È a un passo dal cadere vittima delle allucinazioni; in preda alle immagini della sua fantasia, egli chiama le viandanti e il suono della sua stessa voce per un attimo lo fa tornare in sé […] Ma è solamente un attimo. Le immagini si fanno sempre più intense, si staccano plastiche da uno sfondo di mera  soggettività e […] l’Eremita ode […] echi di quanto si cela nelle profondità del cuore.” (p.99).

dentato_50pxFlorenskij parla di una “maestria con cui Flaubert svela la catena dell’oggettivazione” in una successione che vede la coscienza e l’inconscio, così per dire, di Antonio fondersi e disgiungersi, tra il vivido e il celato. Il suo tentativo di sopprimere un corpo di immagini da cui sgorga un fantasma e poi ivi si rifonde è inutile e la realtà si fa sempre più contornata da quella guaina che è il composto di cui è fatta l’allucinazione. Ma qui Florenskij nota che nel passare del demone della scepsi questo Antonio di Flaubert è troppo erudito per un santo analfabeta e il dubbio lo attacca con tedi da filologo. Oppure, sempre fuori contesto, è il demone del positivismo a presentarglisi. Flaubert “obbliga Antonio a sapere ciò che egli non poteva conoscere” (p.118). Il diavolo conduce l’eremita al nichilismo, gli ha fatto vedere gli dei antichi che muoiono, l’ha portato nello spazio siderale, ha insinuato in lui il dubbio dei filosofi al tempo di Galileo, ma, all’ultimo, “Antonio alza gli occhi e il diavolo deve ritirarsi” (p.121). Ma le critiche non terminano qui, non è solo questo elemento di mancata fedeltà a innescare la critica di Florenskij. C’è sul finale l’incontro con “l’eterna potenza creatrice”, la “furia panteistica”, la celebrazione del cosmo materiale che fa dire ad Antonio: “Vorrei… discendere fino al fondo della materia” (pp.122-123). Entra qui la filosofia di Flaubert che per Florenskij si riassume nella dicotomia morte/nascita di una realtà che esiste per scomparire; c’è un impossibilità di sapere per via dell’illusorietà del reale. Si comprende quindi come il culto letterario di cui all’inizio si parlava è la via per celebrare l’elemento irriducibile di una maya senza reggitore. Tutto è caduco e in questo l’Antonio di Flaubert trova l’uscita panteistica, in un estasi naturalista.

dentato_50px“Antonio non ha né la vigilanza, né la lucidità, né la gioia, né la cognizione diretta della redenzione”, si muove alla cieca in totale assenza del più lontano barlume e senso della Grazia. Affronta l’ascesi privo di un faro, di un amore per Dio che pure è presente nelle agiografie tanto quanto gli episodi che lo stesso Flaubert, da fine psicologo è capace di riprendere con precisione anche se li colloca in un quadro distorto. E l’accusa del presbitero russo è proprio all’attitudine letteraria e filosofica di Flaubert, il suo è un contagio della vita di Antonio, forse una non comprensione del cristianesimo, ma anche un rifiuto. Il tentativo è sottile proprio perché colloca il tutto entro una fenomenologia che rappresenta un vero e proprio rovesciamento di quella tradizione che Florenskij ha ben presente, di platonismo e cristianesimo. In Flaubert domina un buco nero, che potrebbe dirsi il dio di una spiritualità che confonde, non una forma di banale materialismo, ma un culto dell’immagine che però assume la forma del culto verso un fantasma.

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