Circa Virgilio

Gentile lettore elvetico, risulta ovunque complicato scrivere sui giornali e dirvi cose sensate, ma in Italia risultano per di più vietate, anzi penalmente perseguite. Perciò in anni di morali invertite per decreto, dove il buon senso è fucilato per strada, mi sono abituato a parlare d’altro. E scegliere argomenti strani com’è la lettura oggi di Virgilio, anima grandissima e preziosa per chiunque parli italiano. Di lui ho ritrovato ieri le erudite traduzioni che gli dedicò Tommaseo: splendide, come il saggio finale. Nei periodi più oscuri della patria, è del resto inevitabile per i migliori ritornare a leggere Virgilio, scoprire che v’era in lui un’anima grande e risanante. Se è vero infatti che quasi in ogni suo verso si ritrova, la frase di qualche poeta greco, v’è in lui comunque il sentire delicato che la riplasma poesia e calma il respiro e da pace. Il sentire migliore degli italiani, non parlo delle piccole anime in recita, da sempre se ne nutre. Siccome ogni esistenza migliore dell’Italia, che sorprende gli stranieri, consiste di quel sentire che sorprende tutti: amicale nelle piccole cose, ma che conduce i migliori alla pace delle grandi. 

dentato_50pxE così è pure per il libro di Tommaseo, erudito e stravagante, con prosa più che moderna in anticipo di un secolo, e al quale perciò il critico Contini nel 1947 aveva previsto imminente riscoperta e fortuna. Sbagliandosi; è purtroppo ormai normale che un incolto Benigni applaudito legga e commenti Dante, che Saviano sia chiamato scrittore o che Dario Fo vinca il premio Nobel. Il che si sarebbe sentito aberrante quando c’era la civiltà in Italia, persino dal più modesto dei lettori. Invece adesso il libro preziosissimo di Tommaseo, Bucoliche e Georgiche di Virgilio, che ho detto, suona ai più argomento remoto e anzi ridicolo, pur essendo risanante per delicatezza, e bello.

dentato_50pxInsegna infatti a leggere Virgilio per breve serie di versi, tre o quattro alla volta, come peraltro lui li scriveva per poi ridosarli e legarli tra loro duemila e più anni fa. Tommaseo ne traduce alcuni con un italiano fuori dal tempo: “Eccoti piano il lago tace, e in tutto/caduto è, vedi, il mormorio del vento”. Buc. IX, 57. Sono traduzioni alcune del 1838, e però chi arriva a ridare adesso la stessa pace? “Galatea, la briosa giovanetta, la mi tira una mela, e fugge ai salci, e fuggendo ama che di lei m’avveda” Buc. III, 64,65. Basti. Ma vorrei ancora dire questo: che è elevandosi a quanto non si conosce che noi si diventa migliori. E non surrogando quanto non si sa con la notiziola; come fa internet imitata dai poveretti che usurpano, in tv o sui giornali, la cultura italiana spiegando agli altri quanto non sanno. Ogni gerarchia dei lettori ne risulta bandita. Col pessimo risultato che l’amico mio Cesare De Michelis, congedandosi dall’Università di Padova, riassunse circa così: quando ho iniziato a studiare italianistica c’era ancora la letteratura italiana, poeti e scrittori, degni della sua altezza; ora che vado in pensione non c’è più, svanita. Sarebbe bene tenerne conto, e restarsene distanti, rileggendo Virgilio e Tommaseo, nella Confederazione elvetica, da soli.   

dentato_50px[pubblicato da: Hub, rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di novembre 2021]

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