La sapienza nell’icona

Il varco dell’icona nel saggio “Le porte regali” di Pavel Florenskij

Le iconostasi, nascondendoli, indicano altrettanti passaggi a un mondo al quale non possiamo accedere arbitrariamente; eppure le icone che le ornano sono per tutti e non vi sono gerarchie, se non quelle dettate dal desiderio d’esser parte di una certa esperienza. In virtù di antiche consuetudini e tecniche pittoriche testimoniate nei secoli, i santi ci guardano, prima di essere guardati. Lo so da Pavel Aleksandrovic Florenskij, leggendo Le porte regali, che le icone destano una visione spirituale e sono ciò che tiene insieme terra e cielo, cose visibili e invisibili.

dentato_50pxEsistenza e realtà si sfiorano come avviene in certi sogni che, come Florenskij racconta, trovano in un frammento visivo, sonoro, tattile un’apertura improvvisa, un varco per irrompere nel nostro quotidiano. Il tempo di veglia arriva al punto di massima espansione, perde slancio, e nell’istante in cui rimane sospeso tra un avanzamento non più possibile e un ritorno imminente, mostra una finestra. Dietro a questa finestra è il tempo nel suo ritrarsi, il tempo celeste del sogno, che dal presente procede a ritroso. L’avvicinamento di questi due luoghi lontani è vivo e produce anche sofferenza e lacerazione, necessità di comprendere, giustificare quel luogo in questo, questo in quello. Poi la vivacità delle tonalità mondane e l’oro, che non è colore e non rappresenta semplicemente la luce ma è sommità. La luce e i suoi effetti, per come si può intendere solitamente nella pittura, non entrano nella dimensione iconica, come non vi entra la tecnica della prospettiva e questa sospensione è occasione di apertura.

dentato_50pxLa pittura di icone non si realizza arbitrariamente, attraverso le intuizioni dell’artista, ma segue gli insegnamenti della tradizione religiosa cristiana ortodossa in materia di fede, teologia, disciplina ascetica, tecniche di lavoro, uso dei colori. Tutto accade confidando nelle Sacre Scritture e nella consapevolezza spirituale di un’intera civiltà e questa sapienza sedimentata permette al pittore di metterci del suo, realizzando una sintesi senza smarrirsi nei meandri dell’introspezione, senza sentirsi solo. Accade un realizzarsi che è un darsi luogo.

dentato_50pxIl pittore d’icone è un artigiano e la sua perizia, la sua obbedienza al canone, segnano una distanza con molta dell’arte occidentale dal Rinascimento in poi. Della sensualità della pittura rinascimentale e della durezza astrattiva di certe incisioni germaniche scrive già Florenskij, ma penso alla solitudine di molti artisti contemporanei, condannati a mettere in circolo l’ennesima trovata, magari con un taglio netto persino rispetto al proprio stesso cammino. L’artificiosità credo nasca dall’isolamento di questi artisti, un isolamento ideale perseguito con severità e venerato come condizione necessaria all’ispirazione. Oltre a questo, anche nel pensare l’icona e la sua realizzazione Florenskij pare allontanarsi dalla prospettiva filosofica europea, che ha il suo cuore nella metafisica hegeliana e in una ragione che abbraccia tutto il reale per un deserto razionale. Così la riflessione nelle Porte regali fluisce nello slancio, libera dall’urgenza iconoclasta.

dentato_50pxÈ un anelito che si nutre di immagini, per le cose visibili e per quelle non ancora visibili e che stabilisce continuamente nessi vitali, lontano dal soggettivismo assoluto che incide i lineamenti delle figure rendendole spettri in grado di porsi solo dei confronti della propria definizione giacché, come ricorda Florenskij, «questo è lo sheol, il regno della morte».

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