Il faro

Un racconto per chiudere l’anno

La sera avevo bevuto un po’, assieme ad amici che rivedevo una volta l’anno. Alcuni se n’erano andati lontano, altre città, altre regioni, alcuni erano ancora vicini, ma cambiava poco. Sorprendente come ci si potesse vedere di rado in giro, pur non vivendo lontani. La fortuna l’avevo avuta a tornare a casa alle due di notte senza imbattermi in pattuglie della polizia smaniose di misurarti l’alcool nel sangue. E iniziava a tormentarmi il rammarico di aver alzato un po’ il gomito e con la spiacevole sensazione di aver sbrodolato parole. Cioè, a dirla tutta, non ero certo nemmeno della mia incontinenza verbale e questo mi pareva anche peggio. Dopo che uno ci ha messo quasi una vita a cogliere il punto, a usare meno parole, a dosarle un po’, ecco che mezzo bicchiere in più mette le cose a posto. E tornavo a casa pensando questo e mi coricavo ancora mezzo vestito pensando questo, consapevole, avvinto dal buon proposito di starmene il più possibile a casa, che è il segno della vecchiaia, che è il segno del non voler rogne, che è il segno del dovermi fare i cavoli miei prima che gli altri i loro.

dentato_50pxStaccai il riscaldamento, nonostante dicembre, e mi stesi a letto al buio aspettando il sonno. Accesi la televisione e la spensi due o tre volte, uguale per il telefonino. Qualche bicchiere d’acqua. Quando già mi preparavo a rialzarmi, vinto dalla probabile notte insonne, ecco i primi segnali di distensione. Iniziava il processo che mi avrebbe portato in una dimensione di sonno profondo e imperturbabile, senza scossoni, sino al mattino. La mattina mi destai osservando la sveglia sopra al comodino segnare le dieci passate da un po’. Un’ora non abituale per alzarmi, ma essendomi addormentato quasi alle quattro e a quel modo, non mi preoccupai minimamente. Spinsi il pulsante vicino al letto per accendere la luce e mi accorsi che non funzionava. A tentoni mi alzai per andare intanto ad aprire il balcone della mia camera e quando lo feci mi accorsi che era buio, di un buio pesto, certamente dovuto a un black out generale. Lì per lì pensai alla mia sbadataggine in materia di avvisi, burocrazia, modalità, ecc. Certamente qualcosa era arrivato e me n’ero dimenticato. Oppure avevano attaccato in giro per il paese degli avvisi per rendere nota l’interruzione della corrente elettrica e io non li avevo visti. Andai a verificare, sempre a tentoni, che il pulsante del contattore fosse posizionato correttamente, e lo era. Nel verificarlo ebbi la sensazione che per un secondo fosse balenata una luce dall’esterno. Dunque mi diressi verso la finestra della cucina, che dava sulla strada principale del paese, quella che dal centro conduce alla zona industriale. Notai due cose. In mancanza di luce, assonnato, non l’avevo compreso, ma molte persone stavano percorrendo a piedi la strada principale, nella direzione opposta al centro. Il semaforo in fondo spento, come tutto il resto. E soprattutto, faceva buio, ed erano oramai le undici di mattina. Scrutai meglio il cielo e notai che non era sereno ma completamente coperto, non si distingueva nemmeno una stella, nemmeno la Luna.

dentato_50pxPresi il cappotto, scesi le scale e mi diressi in strada, dove iniziai a chiedere notizie. Tutti ne sapevano quanto me, nulla. Il cielo rimaneva fuligginoso e lo percepivi assottigliato, basso che sembrava comprimere e togliere il fiato. Si stava formando un lungo serpentone di persone in cammino. Giovani, vecchi, bimbi, tutti quanti. La direzione era la periferia, verso la zona artigianale e industriale del paese e capii perché. Da lontano e a intermittenza lentissima, circa una pulsazione ogni dieci secondi, lampeggiava una luce, una luce posta abbastanza in alto, non si capiva generata in che modo e da chi. Mi resi conto, dopo i primi approcci con alcune persone, anche sconosciute, di non avere tutta questa voglia di parlare. Tutti avevamo la necessità di vedere e l’unica cosa davvero funzionante era quella luce intermittente in lontananza. Insomma, nessuno aveva dubbi sul da farsi e le ipotesi, passati i primi minuti di sconcerto e sorpresa, non interessavano più nessuno. Strano a dirsi, ma proprio questo silenzio, rotto solo dal rumore delle scarpe sull’asfalto asciutto, non faceva pensare a un branco spaurito e confuso, ma a una moltitudine coesa. E alla fine sì, si poteva sperimentare una convergenza d’intenti inaspettata sino a qualche ora prima, in cammino. Nell’avvicinarci scoprimmo che quella luce lampeggiava da un’altezza che se non fossimo stati in un mare d’asfalto poteva essere quella di un faro, l’effetto che produceva era simile. La fonte di luce poggiava su un perno situato sulla cima di una specie di torre costruita con placche di acciaio dal colore scuro e fissate tra loro. La forma era molto simile a quella dei lampioni che ti immagini in un romanzo o un film ambientato a Londra, ma le dimensioni erano davvero quelle di un faro, dunque anche la funzione. La luce tuttavia non ruotava, ma pulsava, come per un lentissimo fraseggio morse o per un calcolo binario, con intervalli sempre più espansi. E più rade erano le pulsazioni luminose, più sembravano intense. La base, molto larga e in metallo scurissimo, quasi nero, era fissata con dei bulloni grossi un pugno. Poi un’incisione tutt’attorno, un fregio, composto da due vocali in sequenza, ma non riuscivo a mettere bene a fuoco questo dettaglio. Una struttura che evidentemente era stata costruita durante la notte, all’insaputa dell’intero paese.

dentato_50pxCi ritrovammo dunque attorno a quel faro, l’unica luce disponibile nell’arco di chilometri, posto al centro di una grande rotatoria, nei pressi della tangenziale, tra capannoni e magazzini industriali. Le parole che ci rimanevano si erano diradate approssimandoci alla luce e questo sostare attorno ad essa in silenzio, da parte di centinaia di persone, era l’esperienza più insensata e necessaria alla quale mi fosse capitato di assistere. Eravamo impazienti per quella luce, attendendo di poterla fissare con lo sguardo. Io la fissavo come tutti senza paura, con un senso di gratitudine. Ci sembrava di sentirci sfiorare da un soffio di calore quando si accendeva. Iniziai a riaprire gli occhi, la bocca un po’ impastata e un ronzio in testa. A ridestarmi era stata la luce sul comodino, accanto al letto. L’avevo lasciata accesa e il suo sostegno snodabile si era lentamente inclinato, abbassato, avvicinando di molto la lampadina alla mia faccia. Non mi ero svegliato subito, ma la luce della lampada e il suo calore avevano comunque interrotto il mio sonno e il mio sogno. Quella luce era stata il motivo del mio risveglio ma anche la causa del mio sogno. Una causa strana, riflettendoci, posta alla fine della vicenda vissuta nella dimensione onirica. Una causa che aveva determinato una vicenda che si era sviluppata senza sussulti, ma con un fluire speculare al tempo di veglia. Di fatto, un tempo che procedeva rovesciato.

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