Creazione, contemplazione e partecipazione

Una Meditazione per il solstizio

 «Magnum miraculum est homo», dice Ermete Trismegisto in uno dei trattati del Corpus Hermeticum (Asclepius, VI). E lo è perché, come afferma Giovanni Pico della Mirandola nella sua celeberrima Oratio de Hominis dignitate (1486), «[tu uomo] potrai degenerare negli esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini» (OHD, §5, 23) – a nessun’altra creatura è stata attribuita questa facoltà.

dentato_50pxQuesta facoltà è un dono di Dio, una caratteristica impressa nella creatura Uomo dal Creatore stesso. Tale dono gli fu elargito per surrogare ciò che non gli era stato attribuito al momento della creazione, in quanto il sesto giorno «tutto era ormai pieno; tutto era stato distribuito tra gli ordini, sommi, medi e infimi» (OHD, §4, 15). Ma se è la libertà la caratteristica ontologica peculiare dell’Uomo, non come “fine” la ricevette, bensì come “mezzo” per adempiere a ciò per cui era stato tratto da Dio all’esistenza: perché «[…]vi fosse qualcuno che sapesse apprezzare il significato di tanto lavoro [della Creazione], che ne sapesse amare la bellezza, ammirarne la grandezza» (OHD, §4, 12). 

 dentato_50pxContemplare il Creato induce l’Uomo a celebrarne il Creatore, Dio. Ma la celebrazione non è affatto fine a se stessa: ciò che è celebrato, il Creato, suscita nel celebrante, l’Uomo, il desiderio di partecipare alla sua essenza1 – e l’essenza del Creato altro non è che la capacità creativa del Creatore, ovverosia, metaforicamente, la natura del Creatore stesso, la sua essenza divina. In altre parole: l’Uomo, attraverso la contemplazione del Creato, può intuire la presenza del Creatore, cioè di Dio, e quindi riconoscere la sussistenza della divinità. Una volta riconosciuta la sussistenza della divinità, può decidere di assimilarvisi, compiendo una metamorfosi divinizzante – o “divinizzazione”, ομοιωσις τω θεω. 

 dentato_50pxMa negli ultimi due, tre secoli è accaduto qualcosa di assolutamente nuovo nella storia dell’umanità: tra il contemplante, cioè l’Uomo stesso, e il contemplato, cioè il Creato, si è come interposto un diaframma, che ha oscurato l’immagine di quest’ultimo. Questo diaframma è un corollario della perversione in senso psicologistico della capacità demiurgica dell’Uomo. L’Uomo è demiurgo, cioè capace di attribuire forma alla materia. Tale capacità si estrinseca nel gesto demiurgico, che è intervento diretto sul Creato. Il gesto demiurgico si carica d’implicazioni sul Creato stesso, che viene riplasmato secondo l’Uomo, cioè anzitutto semantizzato. 

 dentato_50pxMa quella “materia” sulla quale s’esercita il gesto demiurgico, non è υλη anonima, insignificante, bensì è già satura di significato – in quanto è “Creato”, e quindi manifesta la presenza del Creatore. Perciò, si capisce che il gesto demiurgico dovrebbe caricarsi di pietà e riverenza. Affinché ciò accada, è fondamentale l’ispirazione di quel gesto: esso dev’essere in-Spirato, cioè guidato dallo Spirito e secondo lo Spirito – altrimenti si perverte, scadendo in un fare confuso ed informe. Un tale fare è piuttosto un dis-fare, che possiamo interpretare anche come un assecondare la moltiplicazione/molteplicità invece dell’unificazione/Unità – perciò, si percepisce puzza di zolfo… 

dentato_50pxCon la in-Spirazione si attinge il Bene, che è Vita – mentre potrebbero annaspare quanti si affidano esclusivamente alla ψυχη. Ma il Bene è anche canone assoluto della forma; dunque, in-forma ciò che la ψυχη, ignara o separata dallo Spirito, potrebbe piuttosto de-formare. Quest’ultima, infatti, è abisso dell’insoddisfacibile: «Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima, tanto profondo è il suo λογος» diceva Eraclito (fr. XLV) – così che solo scalando la verticalità dello Spirito possiamo trarci fuori dalla foschia che avvolge l’orizzontale. Altrimenti, non resteremmo che a brancolare invano, ovverosia dissiperemmo energie che andrebbero impegnate in modo ben diverso. Infatti, il gesto demiurgico che ne risulterebbe sarebbe dissipatore: la capacità demiurgica può integrarsi a margine del Creato, ricomprendendolo verso l’unificazione al Creatore; oppure, può tentare di sopraffarlo, in uno sforzo tanto ingente quanto sciocco – dissipatore, appunto.  

dentato_50pxSi pensi all’impegno profuso dai campioni della Zivilisation contemporanea nel riconfigurare integralmente lo spazio esistenziale dell’Uomo secondo il canone digitale. L’abisso dell’insoddisfacibile si dilata a dismisura, fagocitando il senso dell’esistere stesso dell’Uomo. Nello spazio digitale, l’Uomo contemporaneo vive in una dimensione creata da lui stesso. Se è vero ciò che dice Giambattista Vico, «Verum ipsum factum», allora possiamo dire che il nostro mondo è perlopiù “addomesticato”: costruito da noi, lo conosciamo; conoscendolo, è propriamente “nostro”. Ora: a casa propria si sta comodi e tranquilli ma, come anche l’esperienza pandemica ci ha insegnato, noi non siamo predisposti a questa domesticità indolente. Abbiamo bisogno d’uscire, di librarci aldilà dell’ideale confine di comprensibilità  che sono le mura domestiche, che è sì confortante, ma inautentica, per estrofletterci verso l’inesauribilità del Tutto – che è sì vertiginoso ed inquietante, ma autentico: autentica esistenza umana. La nostra libertà ontologica ci permette di assecondare una vocazione spirituale che ci induce a trascendere la dimensione della domesticità, per tentare quell’esperimento metamorfico di divinizzazione che contrassegna la “miracolosa” unicità dell’Uomo. 

dentato_50pxDunque, dobbiamo fuoriuscire dalla domesticità – che oggi è tecno-digitale. Per farlo, una possibilità pratica necessaria quanto opportuna consiste nel tornare nel Creato – qualcuno potrebbe anche dire: “passare al bosco” (Ernst Jünger, Der Waldgang)… Lì il diaframma, se non proprio scomparso, si assottiglia, così che le condizioni della contemplazione recuperano quantomeno una certa genuinità. Si può allora tentare una sorta di anabasi verso lo Spirito. L’esperienza solstiziale, in questo senso, non è né dev’essere triviale folklore, bensì occasione per recuperare il senso autentico della nostra condizione umana: quella di essere creature capaci di ri-generarsi divinamente. Il fenomeno astronomico che s’esprime luminosamente, è un’occasione archetipica per la semantizzazione, cioè di occasione in cui può essere esercitato il gesto demiurgico. Accade che là dove le tenebre sembrano più invincibili, sorge la luce davvero invincibile che le vincerà. Il senso, in-Spirato, ha pronunciato la parola definitiva: in questi giorni nasce infatti il Salvatore Gesù Cristo.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *