La parola come soglia

Il sentiero del linguaggio e le sue deviazioni

dentato_50pxIl Linguaggio come Potere

Nella società odierna sembra che la politica sia modellata entro un paradigma del controllo linguistico. E d’altra parte l’uso del linguaggio determina l’espressione di una dimensione politica. Queste due direzioni tracciano un sentiero che incorpora i concetti di “uso” e “controllo”. Lo slittamento semantico che intercorre tra questi due termini, spesso erroneamente associati, comporta un approccio completamente diverso al linguaggio, inteso come essere-nel-mondo. Ovvero, la prassi politica diventa espressione di una volontà incorporata in “uso” e “controllo” della vita. La modernità, dalla Biblioteca d’Alessandria alla Stampa a caratteri mobili, fino ad oggi, ha fatto delle possibilità linguistiche un assunto basilare di portata immensa. Gli studi di filosofia del linguaggio, che si sono poi via via scorporati in molteplici specificità e sfaccettature di un’unica indolente pragmatica locuzione, sembrano aver preso una fondante direzione: il sezionamento della comunicazione umana a favore della forma; il sacrificio della semantica per la sopravvivenza della sintassi. La precisione che trionfa su qualunque altra forma di sapere e lo schianto delle virtù su fredde meccaniche.

dentato_50pxNell’epoca dell’informazione e della rapida diffusione di dati, l’uso e il controllo della loro distribuzione e ricezione assumono la forma del linguaggio politico. Eppure l’affiancamento di quest’ultimi due sostantivi, nel ventunesimo secolo, sembra far perdere i loro legami originari. Risaliamo così a Hobbes e, seguendo una nota di Carlo Galli, sarà sufficiente giocare a intercambiare dalla seconda riga i termini “politica” e “scienza”:

 dentato_50px“Ma l’originaria politicità di Hobbes è la sua decisione di riscrivere il mondo: la scienza è solo la forma più potente e radicale di questa riscrittura. La politica è all’inizio, non alla fine; la scienza non è la madre della politica, ma ne è al servizio, ne è originariamente determinata: è infatti politica la stessa idea che la scienza debba costruire la politica. La scienza è il modo con cui, dopo questa decisione iniziale, si esprime la politica: è il suo linguaggio; e i concetti, le astrazioni operative, ne sono il materiale, così come l’edificio artificiale dell’ordine ne è il fine.”

dentato_50px(Nell’Introduzione al Testo “All’Insegna del Leviatano” Pag. XI, Hobbes, Leviatano, BUR Rizzoli, Milano, 2011)

dentato_50pxIndipendentemente da disamine relative all’interpretazione hobbesiana e al pensiero di Carlo Galli, leggendo questo estratto, è possibile vedere come questa confusione terminologica sembri essere un paradigma fondante dell’intera dimensione attuale. Il connubio che si viene a creare nel rapporto tra scienza e politica, assume in questo suo elemento di intercambiabilità, la possibilità di un controllo aggressivo e dominante nei confronti di un sapere, inteso come Episteme. Eppure la sola questione terminologica non esaurisce il punto paradigmatico, ma lascia soltanto intuire uno degli esiti del rapporto tra scienza e potere. Questo attacco perpetrato, con devastanti effetti, tramite l’accettazione di atti politici e bio-politici, nei confronti delle identità e delle persone intese come singoli, va a toccare un nucleo fondamentale: 

dentato_50pxIl Linguaggio, infatti, è l’esistenza del puro Sè in quanto sé. Nel linguaggio, la vera e propria singolarità essente-per-sé dell’autocoscienza emerge nell’esistenza ed è per gli altri. Oltre al linguaggio, non c’è altro luogo in cui l’Io esista come Io puro. In ogni altra estrinsecazione, l’Io è immerso in una realtà e in una figura da cui può ritirarsi in qualsiasi istante: rispetto alla propria azione e alla fisionomia della propria espressione, l’Io è riflesso entro se stesso, e lascia esanime questa esistenza imperfetta in cui si ritrova, di volta in volta, troppo e troppo poco. Il Linguaggio, invece, contiene l’Io nella sua purezza.”  dentato_50px

dentato_50px(Hegel, La Fenomenologia dello Spirito, Bompiani, Milano, 2016)

dentato_50pxMa sotto quale dettame si può esautorare la parola e ciò che essa ha sempre portato negli ultimi due millenni? La peggior catabasi del pensiero, porta ad arroccarsi sul punto wittgensteiniano: “5.632 – Il Soggetto è non parte, ma limite del mondo.” Il nesso fondativo per il controllo e l’ordine leviatanico è l’uso del linguaggio in quanto chiave d’accesso all’Io e alla sua labile volontà. 

dentato_50pxSe il soggetto non può esser parte del mondo, sarà sufficiente limitarlo al massimo nel suo mondo: il linguaggio. Quale arte migliore che lo svuotamento del significato? Ma in seno a quale altro nesso è possibile condurre una limitazione fondativa? Quale rapporto si sviluppa tra la costruzione dei significati e la limitazione degli stessi? Wittgenstein nel seguente passo: “6.371 – Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali.” Ovvero la convinzione umana della possibilità di un linguaggio formale e sistematizzabile, che abbia quindi una elevata controllabilità e allo stesso tempo una infallibilità esecutiva si appoggia alla credenza e corrispondenza tra la formalizzazione delle “leggi” e il fenomeno che rappresentano. 

dentato_50pxLa scienza si è incanalata su questo percorso ormai secoli fa e il nostro stesso linguaggio non tarda a seguirne le orme. Dobbiamo poterci spiegare perfettamente e altrettanto perfettamente, nella spiegazione, rivelare il nostro intimo; tramite questa rivelazione lasciamo scoperto uno iato dove si incunea il controllo politico e scientifico. La politica adatta la sua forma retorica alla scienza e viceversa: nulla può sfuggire.

dentato_50pxNelle scienze, non solo il tema viene posto dal metodo, ma viene immesso nel metodo, e vi resta sottoposto. La corsa folle che oggi trascina le scienze verso le mete che esse stesse ignorano ha la sua forza propulsiva nel potenziamento e nel progressivo assoggettamento alla tecnica del metodo e delle possibilità a questo intrinseche. Nel metodo è tutta la potenza del sapere. Il tema rientra nel metodo.”

dentato_50px(Martin Heidegger, In Cammino verso il Linguaggio)

 dentato_50pxMa in seno a quale altro nesso è possibile condurre una limitazione fondativa, in cui l’uso del linguaggio “naturale” si formalizza in un metodo atto alla struttura retorica della scienza come amministrazione dello stato, tanto politico che delle cose? La società odierna informatizzata ha trovato finalmente il nesso: la politica che manda i suoi messaggi attraverso i social network, bombardamenti di immagini più o meno tendenziose, ricerca di informazioni più o meno libere e ottenimento di oggetti più o meno senza interessi. La nostra stessa fonte di informazioni sa quello che vogliamo tracciando i nostri interessi. La capacità di organizzare e gestire chi e cosa possa essere presente nel flusso sopramenzionato è il quid attorno al quale il controllo politico gioca le sue carte. Il linguaggio allora si piega alla comprensibilità rapida e senza dubbio dell’Informatica e quel che viene definito come “naturale”, ciò che usiamo nel parlato quotidiano, si associa sempre più spesso ad un senso di fallibile, non strutturabile, sfuggente. Proprio queste caratteristiche rientrano in una specifica: Hobbes usa Speech per Parola, o meglio il “discorso”, ciò che avvicina il linguaggio alla sua funzione espositiva e prettamente politico-retorica. Per Hobbes il Consigliere statale non deve usare un linguaggio metaforico o fuorviante, ma chiaro e limpido in funzione della sua onestà amministrativa. Lo stato si erge a Leviatano grazie ad una quasi scienza burocratica che usa un linguaggio diretto e semplice.  Ed è proprio in questo solco che il primo tra quelli che definiremo “abusi del linguaggio” emerge in Hobbes: 

dentato_50pxSi ha il primo [degli abusi, n.d.r] quando gli uomini registrano in modo sbagliato i loro pensieri, per l’incostanza del significato dei loro vocaboli, per cui registrano come una loro concezione quel che non hanno mai concepito, e così si ingannano.” (dentato_50pxHobbes, Leviatano)  

dentato_50pxChiarezza d’esposizione e velocità di rappresentazione risultano unite nello stesso scopo scientifico-politico. In un solo colpo si è reso possibile il dominio del “mercato” e si è dipanato il controllo di quest’ultimo sulla scienza che funziona tramite sovvenzionamenti. Un “mercato” nel senso di ciò che è acquisibile: le aziende superano in potere, la potenza degli stessi stati grazie al loro dominio esecutivo di leggi scientifiche; siano esse di stampo linguistico, tecnologico, cognitivo poco importa. In quanto nessuno di questi aspetti sfugge alla propria monetizzazione e al consequenziale concetto di “controllo”. Il Leviatano si è fatto tecnico, perché la sua stessa espressione politica si è trovata nella necessità della scienza. Lo spazio stesso del controllo sulla lingua diventa studio scientifico in funzione del nostro uso di sensi e significati; la loro manipolazione significa la manipolazione dell’Informazione. 

 dentato_50px“Metalinguistica suona come metafisica; non soltanto suona come, ma è. La metalinguistica è infatti la metafisica della totale trasformazione tecnica di ogni lingua in semplice strumento interplanetario d’informazione.”  

dentato_50px(Martin Heidegger, In cammino verso il Linguaggio

dentato_50pxQualcosa però è sfuggito o sembra esserlo alla linea direttiva Stato → Scienza → Tecnica → Controllo Politico-Economico → Stato-Tecnico. Questa linea ha cercato di tracciare un insieme molto ampio in cui potessero convivere in armonia, aspetti del dominio Leviatanico e della tecnica scientifica. Ma la congiuntura di tale grande insieme soggiace nel linguaggio usato per rendere evidente il limite del singolo uomo e intaccare il suo senso di “proprio”, inteso come identità culturale, nel suo cuore. 

dentato_50pxIl Linguaggio come Soglia

dentato_50px“Riflettere sul linguaggio significa pervenire al parlare del linguaggio in modo che questo parlare avvenga come ciò in cui all’essere dei mortali è dato ritrovare la propria dimora.” 

dentato_50px(Martin Heidegger, In cammino verso il Linguaggio)

dentato_50pxCome si può sopravvivere in un mare di informazioni, fornite dal progresso tecnico-scientifico, da cui non ci si riesce a dipanare? Lo stato, come entità economico-politica, è l’unica guida possibile (esempio plateale del Golden Shield Project); questa è la risposta a cui, alcune branche della società, decidono di abbandonarsi senza troppe pretese di chiarezza. Rifugiarsi nelle braccia imperiosamente ampie e rassicuranti del Leviatano, e proclamare la futura gloriosa capacità di diradare le nebbie dei dati, è la soluzione e destinazione sociale. Ma una grande aporia si presenta nel linguaggio stesso, di cui i primi pensatori hanno ben presto intuito la natura: 

dentato_50px“6.111 – Teorie, che facciano apparire munita di contenuto una proposizione della logica, sono sempre false. Si potrebbe ad esempio credere che le parole ‘vero’ e ‘falso’ designino due proprietà tra le altre proprietà, e allora parrebbe una stranezza che ogni proposizione ne possieda una di queste proprietà. Ora ciò par essere tutt’altro che ovvio, tanto poco ovvio quanto parrebbe la proposizione ‘Tutte le rose sono o gialle o rosse’ anche se fosse vera. Anzi, quella proposizione assume tutto il carattere d’una proposizione della scienza naturale, e questo è il sicuro indizio del fatto che essa fu concepita falsamente.” 

dentato_50px(Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logicus-Philosophicus)dentato_50px

dentato_50pxSi palesa in tale affermazione, la discrepanza vigente tra forma e significato, dove la loro connessione non ha nulla a che fare con un più profondo senso di verità. Si innesca quindi quel tentativo, profondamente analitico, di costringere dentro i termini della sintassi logica il senso delle parole, per favorire la chiarezza e la comprensione dello “Speech” hobbesiano e scientifico. Però l’insufficienza del formalizzare la parola, intesa in senso dialettico e comunicativo, diventa una sorta di anatema da rifuggire costantemente in favore di metodo, specificità e informatizzazione. Il tentativo di stabilire una Semantica Formale, a partire da Tarski fino a Van Fraassen, è l’ultimum metafisico di destinare il significato e la parola poetica, nel dominio dell’incomprensibile, dell’impreciso, dell’oscurità e dell’irrazionalità. 

dentato_50px“Via via che cresce così l’evidenza con cui il linguaggio si mostra nella sua peculiarità, via via maggiore è il significato che, cammin facendo, il cammino verso il linguaggio viene assumendo per il linguaggio stesso, tanto più decisa la trasformazione che subisce il senso della formula indicante il cammino. Questa perde il suo carattere di formula; d’improvviso appare come un’eco silenziosa che ci fa sentire qualcosa di ciò che è proprio del linguaggio.” 

dentato_50px(Martin Heidegger, In cammino verso il Linguaggio)

dentato_50pxI tentativi di formulazione linguistica raggiungono una impasse senza sbocchi anche nella loro stessa dimensione; il linguaggio naturale mantiene una sua indefinita estensibilità e capacità creativa che è un ostacolo insormontabile ai tentativi formalizzanti. Gödel e Tarski hanno costituito nella ricorsività e nella semantica, dei teoremi paralizzanti. Eppure di fronte a questa continua evidenza, il senso di superiorità permane; la perfetta formalizzazione osserva con occhio critico l’imperfetto linguaggio naturale. Partendo dal paradosso di Grelling-Nelson (una specifica alternativo del ben più famoso caso di Russell), Luna Laureano nel suo articolo (The Monist 96 (2): 295-308. 2013), mostra con completezza e precisione come l’ambiguità intrinseca al linguaggio naturale sia la sua indefinibile capacità di espandersi proprio nei suoi significati assunti. La sintassi, intesa come capacità formalizzante, nel momento in cui cerca di divorare lo statuto ontologico della semantica e la sua capacità di produrre significanti e significati, innesta nel suo statuto i paradossi e le contraddizioni. E l’Intelligenza Artificiale, ovvero ciò che aggiorna la propria conoscenza, secondo quale indefinibile estensibilità modificherà i propri significati interni? Se esiste una continua ed infinita discrepanza tra un linguaggio basato su semantiche formali e semantiche naturali, chi ci assicura la loro convergenza per un generico punto finalistico di miglioramento umano?

dentato_50px”Il parlare dei mortali è nominante chiamare, è invito alle cose e al mondo a farsi presso movendo dalla semplicità della dif-ferenza. La parola pura del parlare mortale è la parola della poesia. L’autentica poesia non è mai un modo più elevato (melos) della lingua quotidiana. Vero è piuttosto il contrario: che cioè il parlare quotidiano è una poesia dimenticata e come logorata, nella quale a stento è dato ancora percepire il suono di un autentico chiamare.” dentato_50px

dentato_50px(Martin Heidegger, In cammino verso il Linguaggio)

dentato_50pxIn questo contesto di impossibilità risolutiva e di rischio continuo di finire nel dominio di tecnica e politica, si innestano i tentativi di ricondurre la strada della parola nel pensiero poetante come via o indicazione possibile. Heidegger si pone come contraltare assoluto di questo tentativo totalizzante; 

dentato_50px”Il termine ‘dif-ferenza’ non indica perciò più una distinzione posta tra oggetti del pensiero presentativo. Né la dif-ferenza è solo una relazione oggettivamente esistente fra mondo e cosa, che il pensiero presentativo, vedendovisi a imbattere, possa constatare. Né la dif-ferenza è comunque relazione tra mondo e cosa destinata ad essere in un ulteriore momento negata e trascesa. La dif-ferenza di mondo e cosa fa che le cose emergano come quelle che generano il mondo, fa che il mondo emerga come quello che consente le cose.”  

dentato_50px(Martin Heidegger, In cammino verso il Linguaggio

dentato_50pxL’uomo sempre in scacco, mantiene la sua inevitabile insufficienza e a discapito di condanne e paralisi, il tentativo di dominio è un anelito superbo, di antichissima memoria. Quando questi si ritorce nel dire, non vi si scova un “dire originario”, ma piuttosto logica che si fa eristica. Il prestare continuamente il fianco a tale tentativo, non dimostra l’inutilità della logica, ma il suo doversi rendere funzionale alla vita e non dominatrice del suo stesso formalizzarsi. Il rifiutare il controllo di enti sociali e tecnicizzati, non è un rifiuto della politica in toto, ma una consapevolezza del suo limite d’intervento nella nuda vita umana. Poiché nessuna sintesi ci avvicina all’infinita creazione che si espande dalla “parola originaria” che rappresentiamo e da cui siamo rappresentati. 

dentato_50pxAllora Il non-detto si fa come per un sottilissimo paradosso custode di verità a partire dalla nostra quotidiana esperienza, fino alle massime vette dello studio linguistico. La consapevolezza dei grandi filosofi del passato è che il significato della parola nell’uomo ha un origine arcaica, e che questa va protetta e custodita dalle intemperie del tempo e dal decadimento della cultura nella confusione. L’origine e il fine della parola giacciono, misticamente, nell’altrove.

dentato_50px“6.41 – Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – nè, se vi fosse, avrebbe un valore. Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’esser fuori d’ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed essere-così è accidentale. Ciò che li rende non accidentali non può essere nel mondo, chè altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale. Dev’essere fuori del mondo.” 

dentato_50px(Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logicus-Philosophicus)

dentato_50px

dentato_50pxLe Citazioni relative a Heidegger e Wittgenstein sono tratte dai volumi:

dentato_50pxL. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino, 2009 

dentato_50pxMartin Heidegger, In Cammino verso il Linguaggio, Mursia, Milano, 1973

 

 

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *