La Sabbia e l’oro

Leggenda e storia in un passo di Erodoto

Nel terzo volume delle Storie Erodoto parla dell’esistenza di formiche indiane cercatrici d’oro più grandi di una volpe e meno di un cane. Secondo Erodoto qualche esemplare di queste mostruose formiche sarebbe vissuto persino alla corte del re di Persia. Tra le peculiarità di questi animali c’era che nel costruire i loro formicai accumulavano una cospicua quantità di sabbia aurifera in superficie. Erodoto narra di come le genti indiane si organizzassero ogni volta in una bizzarra corsa all’oro, portando con sé cammelli maschi e femmine che avessero da poco partorito. La raccolta avveniva nelle ore più calde del giorno quando le formiche restavano nascoste sotto terra per la calura: gli indiani, giunti sul posto, raccoglievano la sabbia aurifera e riempivano i loro sacchi, poi scappavano via in tutta fretta. A quel punto, le formiche scoperti gli intrusi li inseguivano. La notevole velocità delle formiche permetteva loro di raggiungere i fuggitivi con facilità e proprio per questo gli indiani liberavano a scaglioni i cammelli maschi, meno veloci, che venivano quindi raggiunti e attaccati dalle formiche, mentre i cammelli femmina, memori dei piccoli rimasti a casa, correvano veloci senza stancarsi portando così in salvo gli uomini e l’oro.

dentato_50pxIl passo di Erodoto non ha mai cessato di essere fonte di dibattito e ricerca. Lo storico Andrea Mustoxidi nel 1822 riassumeva il percorso della storia delle formiche dopo Erodoto: la ritrovava in Pomponio Mela, con la sola differenza che Mela ingrandiva ancora più smisuratamente questi animali. Poi in Plinio il Vecchio, che aveva aggiunto del suo alla storia, spiegando che nel tempio di Ercole a Eritre erano appese le corna delle formiche indiane. Ulteriore riferimento citato da Mustoxidi è Strabone, che oltre a raccontare lui stesso la storia, riportava della stessa in Megastene ma anche di come egli fosse inaffidabile sulle cose dell’india – quest’ultimo punto lo sosteneva anche Arriano. Per ambedue Megastene parlava non di cose viste, ma di cose soltanto udite [1]. Strabone tuttavia confermava la presenza delle formiche alla corte del re di Persia, riprendendo Erodoto di cui, seguendo lo stesso criterio, non avrebbe dovuto fidarsi, dato che Erodoto viaggiò in Egitto ma difficilmente in Estremo Oriente.

dentato_50pxMa la storia non finisce coi greci antichi. Nel 1799 il conte di Weltheim, riportava che nella Grande Tartaria schiavi sorvegliati da guardie erano occupati nel lavaggio delle sabbie aurifere che venivano filtrate con pelle di volpe. Da questa necessità del filtraggio sorgeva quella di catturare e custodire un gran numero di volpi che probabilmente venivano ricoverate nei pressi delle miniere, dove scavavano tane. Man mano che la sabbia veniva accumulata si creavano montagnole simili a formicai [2]. Si può intuire, o almeno è verosimile, che il racconto ai limiti del favoloso di Erodoto sorga da una serie di elementi come quelli descritti da Weltheim rimescolati entro una lunga catena di trasmissione di leggende popolari e orali. A testimonianza del grande numero di variazioni e idee che la storia ha generato nei secoli c’è persino un’interpretazione che considera le formiche di Erodoto dei minatori tibetani [3].

dentato_50pxNon è secondario per importanza che nell’antica lingua dell’Impero Persiano la marmotta era chiamata “Formica di Montagna”. Questo è interessante, perché l’etnologo francese Michel Peissel testimoniava una trentina d’anni fa di avere effettivamente visto delle marmotte all’opera mentre scavavano le loro tane in una remota regione himalayana lungo l’Indo, in un terreno sabbioso contenente oro. Le popolazioni locali raccontavano che era un’abitudine antica raccogliere l’oro che veniva in superficie in questo modo. Stephanie West, una studiosa di Erodoto Oxoniana, sostiene che Erodoto non conoscesse il persiano, anche se ricorda che i persiani invasero Alicarnasso, città greca dove Erodoto visse. La West conferma che nei viaggi di Erodoto non ce ne fu uno in India e che quindi egli ottenesse informazioni oltre che dalla letteratura sui luoghi anche dai racconti dei viaggiatori. Ma ciò non significa che per la West Erodoto abbia inventato tutto o, ancor peggio, coscientemente falsificato la storia, piuttosto egli nel passo delle formiche rinuncia al rigore dello storico per assumere la parte del romanziere storico. E la West crede effettivamente che in Pessel vi sia la più plausibile delle chiarificazioni [4].

dentato_50pxLa classificazione della storia delle formiche come romanzo storico ridimensiona l’importanza di identificarne il protagonista: che siano formiche, volpi, marmotte o minatori a questo punto conta meno, rimanendo centrale il solo sfondo storico. Ma queste formiche, che ispirarono persino il leggendario mirmicoleone dei bestiari medievali di cui anche Borges parlò, non possono essere sottratte con tanta facilità alle speculazioni. C’è in realtà in loro una grande ricchezza di significato e una carica mitopoietica. Si ha l’impressione che ridurle ad elemento di scena o a mero espendiente per parlare d’altro porti fuori strada. A guardare bene la storia delle formiche può contenere un senso più profondo.

dentato_50pxIl passo di Erodoto sembra proporre una versione del mito del mostro guardiano del tesoro. In questo senso un passo di Mircea Eliade nel Trattato di storia delle religioni può fornire un appiglio:

dentato_50px” […] è il mito arcaico dei ‘mostri’ (serpenti, dragoni), custodi dell’‘Albero della Vita’, di una zona consacrata per eccellenza, di una sostanza sacra, di valori assoluti (immortalità, giovinezza eterna, scienza del bene e del male, eccetera).” [5]

dentato_50pxDove quelli che Eliade identifica come valori assoluti sono spesso legati all’oro:

dentato_50pxSi ricorderà che i simboli di questa realtà assoluta sono sempre custoditi da mostri che ne vietano l’accesso ai non prescelti; l’‘Albero della Vita’, l’Albero dalle Mele d’Oro o il Vello d’Oro, ‘i tesori’ di ogni specie (le perle del fondo oceanico, l’oro della terra, eccetera) sono difesi da un drago, e chi vuole appropriarsi uno dei simboli dell’immortalità deve anzitutto dar prova di ‘eroismo’ o di ‘sapienza’ […] Da questo tema mitico arcaico sono derivate, mediante processi multipli di razionalizzazione e degradazione, tutte le credenze relative a tesori, pietre magiche e gioielli. L’Albero della Vita, o l’Albero delle Mele d’Oro o il Vello d’Oro – che simboleggiava uno stato assoluto (oro = ‘gloria’, immortalità) – diventa un ‘tesoro’ di oro nascosto sottoterra e custodito da dragoni o serpenti. [6]

dentato_50px Un’analogia come questa va ad unirsi ad altre possibili. Lo stesso formicaio è considerato in certi popoli il luogo dove risiede l’acqua invisibile del sottosuolo e luogo ideale per scavare un pozzo. Anche sul pozzo si potrebbe dire molto ma qui basti ricordare che il formicaio ha una valenza cosmogonica [7]. Un tentativo di lettura simbolica della storia di Erodoto può aprire a molteplici dissertazioni, come anche a quella su un oro che essendo misto a sabbia non corrisponde ad una sostanza pura e necessita quindi di un ulteriore affinaggio, rimandandoci a possibili aspetti analoghi a quelli alchemici. Persino nei cammelli che ogni uomo porta con sé dovendo però sacrificare i maschi, in qualche misura si intravede l’aspetto della rinuncia, di un voto. Se la formica è animale simbolicamente legato all’idea del lavoro e del costruire, ciò non toglie che di questa visione positiva esiste un rovesciamento. La formica, così come l’insetto in un senso più generale, con il suo camminare e brulicare, richiama anche condizioni di paura, relative ai deliri dello stato febbrile o alla paralisi nel sonno oppure al delirium tremens, in cui la percezione e la visione si legano per antonomasia a questo animale. Se per raggiungere l’oro del sé è necessario sconfiggere il mostro non possiamo non notare come la formica riesca ad essere una ottima rappresentazione tra quelle possibili di tale mostro.dentato_50px

 dentato_50px[1] Andrea Mustoxidi, Annotazioni al terzo libro di Erodoto, in Le nove Muse di Erodoto Alicarnasseo, 1822, p. 180.
dentato_50px[2] Ivi, p. 182.
dentato_50px[3]Krishna Chandra Sagar in Foreign Influence on Ancient India (1992) p. 307.
dentato_50px [4] Marlise Simons, The New York Times , 25 novembre 1996.
dentato_50px [5] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, p.245.
dentato_50px [6] Ibidem.
dentato_50px [7] J. Chevalier, A. Gheerbrandt, Dizionario dei simboli, alla voce Formica.

 

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