Lusso e capitalismo 

Werner Sombart nel 1913 affidò al libro Luxus und Kapitalismus una delle sintesi, forse la più preziosa, della sua erudizione economica sterminata. Ne risultava che alla genesi del capitalismo e al suo svolgersi, non avevano tanto giovato le austere morali o l’accrescersi di merci indispensabili, ma piuttosto il superfluo. Erano state le industrie del lusso che, riplasmandosi dalle corti ai commerci internazionali, avevano retto il dispiegarsi inaudito della economia moderna. E il tutto aveva presupposto mutarsi dei gusti, prevalere del femminino. Alle conquiste temerarie dei Cortez, che fanno e disfanno gli Imperi e alla avarizia che annota in partita doppia, si somma il dilagare di vanità e consumi muliebri. Argomento piuttosto trascurato in seguito, e soprattutto eluso dalle manie politiche dell’oggi. 

dentato_50pxE tuttavia il fenomeno era già ben chiaro, mentre si stava svolgendo. Per esempio nel settecento, quando l’abate Galliani diceva non dipendere dalla legge del valore le merci sulle quali agiva la forza della moda, che egli definiva: “Un’affezione del cerebro propria delle nazioni europee, per cui si rendono poco pregevoli molte cose solo perché non figurano nuove”. L’impero della moda era insomma “tutto sul bello, niente sull’utile”; assuefazione dei sensi alla voluttà come la chiamava. Maniera precisa ma all’antica di spiegare l’identica tensione che muove ancora alla creazione di non pochi mercati. Il suo contemporaneo Schlosser, cognato di Goethe, la riassunse dicendo che accanto ai prodotti necessari ne esistevano di immaginari, della fantasia; e che erano anzi i più importanti per le nuove industrie.  

dentato_50pxE del resto nel Faust di Goethe tra la folla varissima di forme ghignanti, in un carnevale che fraintende tutto, Mefistofele, avaro, appunto così moraleggia: “E sono sempre le donne in prima fila, dove vi sia un che da curiosare, un che da prendere”. Leggendo la seconda parte del Faust, il capitalismo altro non è che modo per comprare l’inacquistabile, vestire di malintesi, la bellezza di Elena. E il libro di Sombart pertanto argomentava nella storia economica le frasi di Goethe. 

dentato_50pxMa il superfluo non riguardò solo l’inizio di questa storia. Alla maturità del capitalismo americano, scrisse lo storico Rostow, “si verificarono due fatti: il reddito reale pro capite salì a tal punto che molte persone acquistarono un potere d’acquisto trascendente il fabbisogno di cibo, alloggio e vestiario”. E la crescita dei beni durevoli fu immane. Nel 1948 già il 54% delle famiglie aveva auto proprie, un decennio più tardi erano salite al 73%. Nel 1946 il 69% delle case fornite di elettricità aveva già frigoriferi elettrici, dieci anni più tardi la quota era al 96%. Nel 1956 la televisione arrivò nell’86% delle case. L’America in tal maniera educava l’umanità al lusso dei consumi opulenti. 

dentato_50pxIl risultato è la caotica frenesia di un’economia di miliardi di vanesi ossessi dal mutarsi della moda. E dire che dal settecento un lusso senza esclusiva non sarebbe più tale. Ma, come detto, il capitalismo vive di un assurdo: vendere in esclusiva a tutti.

dentato_50px[pubblicato da: Hub rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di dicembre 2021]

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *