Tour de France

Per alcune sere, durante l’agosto del 2003, scelsi occhiali da sole, giardino, sdraio, granita all’amarena e Tour de France dei Kraftwerk in cuffia, per rinfrescarmi, dopo la mia attività di smercio tessuti. A tratti mi pareva di sentirci gli Underworld, più che i Kraftwerk. Suono pulito e cadenzato come il respiro dell’atleta che sfida l’Izoard o sfrecciante discese spericolate. Però non sembravano proprio quelli di Autobahn o The Man Machine. Che fossero il ciclismo e la lingua francese? Nel 1983 Hütter ebbe un incidente in bicicletta ed entrò in coma, rimanendoci per alcuni giorni; appena riavutosi, chiese della propria bicicletta. Ma insomma… nell’insieme tutto suonava ancora più accessibile in Tour de France, con meno pathos. Di bello c’era che la musica dei Kraftwerk diradava i miei pensieri come poche. Perché poi? La techno, per dire, non mi faceva lo stesso effetto. In passato, a vederli con quelle camicie rosse in veste di manichini-robot, ci si confondeva, perché non era facile distinguervi l’ironia di una critica a una società follemente tecnologica, tanto sembrava palese l’entusiasmo del gruppo per gli aggeggi elettronici. Balzava agli occhi, prima che alle orecchie, una piena partecipazione. Ma è forse proprio questo. Al computer già ci andavi per lavoro o per fare qualcosa, rischiando poi di rimanerci intrappolato, confondendo il mezzo con il fine. Alla musica dei Kraftwerk ti avvicinavi per origliare il futuro e senza inganno ti era concesso. Niente simbologia, niente ironia. Quello che vedi, quello che senti, è quello che è. Poi, a un certo punto, di solito verso le otto di sera, sfrecciava uno sciame di ciclisti provenienti da qualche ora di allenamento. Li sentivi sfilare, li guardavi ed erano già spariti. In dissolvenza il frullare dei raggi che tagliuzzavano l’aria e il fruscio delle gomme sull’asfalto arroventato. Era il segnale che dovevo alzarmi, salire, pensare alla cena. Anche perché il caldo si faceva meno opprimente e l’aria iniziava a muoversi a quell’ora.

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